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Bulgaro
     
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La ricezione dell’opera di Primo Levi in Bulgaria

25.10.2003

Ritengo particolarmente meritoria, in questo fosco periodo nel quale alle condiscendenze negazioniste si aggiungono perfino, velate o talora anche aperte, giustificazioni e rivalutazioni del nazifascismo, l'iniziativa del Centro di Studi Piemontesi di dedicare un incontro di studio sulla diffusione e conoscenza di Primo Levi nei paesi europei.

Nel caso della Bulgaria, come probabilmente anche in altri casi di paesi europei, la conoscenza di Primo Levi si rivela subito assai scarsa e particolarmente tardiva, sia pure con una qualche traccia di interesse che conosce una significativa crescita nel corso dell'ultimo decennio.

Una ricerca sui cataloghi, cartacei ed elettronici, della Biblioteca Nazionale di Sofia, come anche sui titoli apparsi in lingua bulgara su Internet conduce ad un bottino assai esile di posizioni.

Ho interpellato a Sofia alcune persone vicine o appartenenti alla residua comunità ebraica di Bulgaria. Poche di loro avevano un'idea ben chiara sull'autore. Susi Radichkova, moglie ed angelo custode del massimo scrittore bulgaro vivente, Jordan Radichkov, aveva letto Levi nell'edizione francese.

Va inoltre subito notato che il discorso di inserimento e di significativo apprezzamento deve molto, nel caso della Bulgaria, alle pagine che Tzvetan Todorov ha dedicato a Primo Levi. Todorov è particolarmente ascoltato in Bulgaria, specie sui grandi temi etico-politici della storia del Novecento in quanto assomma il suo prestigio di intellettuale, letterato e culturologo di fama internazionale (specie da quando alterna il suo insegnamento tra Francia e Stati Uniti) alla circostanza di essere un bulgaro che aveva compiuto tutti i suoi studi, compresi quelli universitari, a Sofia.

Nel 1994 esce a Sofia la traduzione bulgara di Face à l'extrême, uscito a Parigi nel 1991 , che comprende un capitoletto su Primo Levi. Nello stesso periodo il traduttore Božan Hristov, all'epoca redattore responsabile della rivista di letteratura mondiale Panorama, prende a tradurre Se questo è un uomo e La tregua. Lo stesso traduttore, che ho avuto occasione di intervistare nel settembre scorso a Sofia, mi ha dichiarato di aver agito di propria iniziativa e di aver tradotto i due gioielli di Levi senza nessun contatto con qualche casa editrice. Ha inoltre aggiunto di averlo presentato ad alcune di esse senza alcun successo. Grazie alla sponsorizzazione di un amico benestante, che entra in contatto anche con il prefatore Albert Benbasat, nel 1995 esce a Sofia (Nimà tovà e chovék) nell'edizione Angelinov i partnjori, peraltro pressoché sconosciuta. La traduzione, che reca in copertina la dicitura Tomi I e II, comprende, come s'è già detto Se questo è un uomo e La tregua. In quarta di copertina troviamo un'emozionata presentazione dell'autore, che comprende anche la notizia che l'opera di Levi è tradotta in diciassette lingue e che si conclude con queste parole:

In tal modo lo scrittore-martire vuole insufflare anche in noi la fede e la speranza che non l'hanno mai abbandonato e soprattutto dirci di non dimenticare quello che è avvenuto, quale sorte hanno conosciuto milioni di vittime innocenti, di onorare la loro memoria e, forti dello ammaestramento ricevuto da quell'oscuro passato, di saper difendere le nostre attuali libertà, scaturite dalla loro immane sofferenza.

Il titolo bulgaro si giova anche della presenza nella lingua del genere neutro: tovà ("questa cosa", "ciò") che esplicita la reificazione e disumanizzazione contenute ovviamente nel titolo originale italiano che, per forza della grammatica, sottiene, in straordinaria tensione, i valori ambigui di "questo" e "questa cosa".

Ho effettuato vari controlli a tappeto della versione bulgara che risulta, oltre che sostanzialmente corretta, anche molto efficace. La scrittura di Levi, collegata certo anche alla sua natura "positiva" di scienziato si presta con una certa docilità, quando il traduttore possieda talento ed esperienza, ad una traduzione di buona fattura.

Del libro sono stati tirate 1.200 copie. Non si trova attualmente nelle librerie e neppure sulle fornite bancarelle di piazza Slavejkov. L'editore, come s'è detto, risulta sconosciuto ai librai. Il traduttore ha rintracciato lo sponsor-editore che ha scovato in un deposito le ultime cinquanta copie (ne ho acquistate tre).

La prefazione (pp. 5-10) di Albert Benbasat è impegnata e densa ed è intitolata "Il lager come immagine del mondo". Benbasat si pone subito il problema dell'assenza di Primo Levi nella copiosissima produzione editoriale bulgara di traduzioni di autori antifascisti italiani, come Moravia, Pavese e Quasimodo chiedendosi come mai testi così eloquenti come quelli di Levi fossero stati ignorati. In Se questo è un uomo è comunque assente ogni riferimento o paragone con l'universo concentrazionario staliniano. Benbasat spiega la cancellazione di Levi con una sorta di "censura precauzionale" da parte del potere nei confronti di una rappresentazione di quell'universo concentrazionario nazista che, alla luce di quanto si venne a sapere in seguito, presentava una sensibile analogia tipologica con quello del Gulag sovietico. Questo problema è cruciale e andrebbe studiato alla luce di molti altri dati.

Nel caso delle traduzioni di Levi, ad esempio, in ceco, Miloš Pojar, riferendosi a La tregua, ritiene che Levi "ha saputo rendere in modo magistrale la situazione locale e lo spirito del popolo russo. Questo fatto è stato certamente una delle cause che hanno determinato il ritardo di alcuni decenni con cui il libro è stato Pubblicato in Repubblica Ceca" . Olga Hostovská, traduttrice di La tregua e di altre opere di Levi, dice che "sebbene fosse indubbiamente conosciuto ai competenti redattori delle case editrici, Levi non era un comunista, né un neorealista, né tanto meno lo si poteva classificare tra "gli scrittori progressisti di sinistra" . Se Levi non sia stato "neorealista" o "scrittore progressista di sinistra" è tutto da dimostrare.

Assai più convincente è l'ipotesi della stessa Olga Hostovská, che, essendo stato tradotto Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi già nel 1955, la omonimia ("un Levi italiano era più che sufficiente"- osserva l'autrice) abbia avuto un qualche ruolo negativo. La Hostovská aggiunge infine che "un ulteriore argomento era poi che Primo Levi in effetti non era neanche uno scrittore" . Queste giuste ipotesi della Hostovská parrebbero valere anche per la situazione bulgara (ho in proposito sondato alcuni redattori italianisti dell'epoca) : due Levi, entrambi ebrei, antifascisti e perseguitati, pur in presenza di diversi approdi di politica militante, avrebbero potuto generare confusione.

Quanto poi all'osservazione di Miloš Pojar sulla descrizione della confusione e della disordinata anarchia delle truppe e del personale sovietico come causa della censura su La tregua, non mi sento proprio di condividerla. Nel testo di Levi tale arruffata e terragna disorganizzazione, contrapposta all'ordine e alla precisione infernale del Nazismo, è vista per lo più con occhio affettuoso e benevolente e i giovani carristi sovietici cantati da Holan nel celebre Rudoarmeci, ricordano molto gli schizzi e le caratterizzazioni di Levi. Che poi per un certo periodo Levi non sia stato considerato un vero scrittore è certo stranoto in questa sede. Ricorderò soltanto la Postilla di Alberto Cavaglion in risposta alle punzecchiature di Cesare Cases e il suo sfogo sulla consacrazione post mortem di Primo e sull'indifferenza dei tanti "paludati critici negli anni Sessanta e Settanta".

Nel febbraio del 1996 il libro viene recensito su due dei più importanti settimanali culturali bulgari. Su "Literaturen forum" la recensione di Krasimira Bliznakova è intitolata "Imeto mi e 174517" (Il mio nome è 174517) ed è affiancata dalla foto della copertina del libro . Si tratta di una recensione efficace, che mette a conoscenza del lettore bulgaro alcuni dati fondamentali dell'opera di Levi. Il titolo sottolinea, ovviamente, la riduzione dell'uomo a numero e la Bliznakova ne mette in rilievo il forte contenuto simbolico. Loda la traduzione di Božan Hristov, rilevando che il testo alterna passi di riflessione alta sui destini del singolo e dell'umanità intera con altri di conversazione quotidiana, spesso condotta con forme stentate in lingue diverse e costituisce quindi un impasto linguistico non proprio omogeneo. La Bliznakova azzarda anche l'ipotesi che la riduzione di un uomo a numero, che poteva rimandare ad altri tipi di lager, può costituire il motivo di una traduzione così tardiva. Ma aggiunge anche che ciò potrebbe anche essere dovuto al caso. La questione è a mio vedere inquinata da un errore di prospettiva cronologica a posteriori e personalmente ritengo più verisimili, anche nel caso bulgaro, i motivi affacciati, in quello della traduzione ceca, da Olga Hostovská.

Quasi contemporaneamente appare su "Kultura" una seconda recensione ad opera di Milena Kirova, intitolata "Dopo Babele". Il titolo stesso della recensione mostra il taglio particolare del recensore. Il lager è il luogo dell'antimondo, di una Bibbia rovesciata, della confusione appunto delle lingue come rivolta all'ordine e alla legge della Parola divina. La tregua racconta invece il recupero della parola, il bisogno di comunicare con gli altri, sia pure in approssimate frasi polacche, tedesche, russe, rumene, la rinuncia e la condanna della demoniaca confusione babelica.

Un terzo, importante e diffuso, settimanale letterario, "Literaturen Vestnik", dedica, due anni dopo, due interi paginoni all'opera di Primo Levi. Le pagine si inseriscono nel programma "Dibattito umanitario europeo" (Debating European Thought) che si avvale di sussidi della Comunità Europea. E' pubblicata un'ampia traduzione (fatta dall'inglese) di un'intervista rilasciata da Levi alla RAI-TV in occasione del suo secondo "pellegrinaggio" (1982) ad Auschwitz insieme a studenti e insegnanti di Firenze. Il paginone successivo contiene due articoli che, sia pure a distanza di due anni, non sono altro che due ulteriori recensioni del volume del 1995. Il contributo di Jana Pelovska ha come titolo "L'umano e il contrario". In esso vengono presentati i dati centrali della vicenda di Primo e dei suoi scritti. Si sottolinea la necessità interiore impellente di raccontare agli altri gli orrori del campo di sterminio e lo straordinario superamento, trattandosi del genere autobiografico, di ogni manipolazione d'autore. Il pezzo si conclude con la citazione delle ultime parole della prefazione dell'autore a Se questo è un uomo: "Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato". Il secondo articolo, intitolato "Mitologia della vergogna" è di Valja Piškinova. Consiste in una riflessione sull'infamia umana, sulla riduzione alla condizione biologico-animale, sull'annullamento di ogni valore morale e sulla solitudine del prigioniero illustrate sui paragrafi: Il viaggio verso l'Inferno, Lo spazio, La moralità, La solitudine.

La pubblicazione del volume e le quattro recensioni che abbiamo ricordato inseriscono in qualche modo la figura e l'opera di Levi nell'orizzonte culturale e letterario bulgaro tanto che possono esser fatti riferimenti alla sua esperienza anche nell'ambito di tematiche con diverso contenuto. In occasione, ad esempio, del 53-simo anniversario (1998) dello sganciamento dell'atomica su Hiroshima, Liljana Dejanova riporta al primo posto, come testimone di avvenimenti terribili e mostruosi, il nome di Primo Levi.

Nell'ottobre del 2000 si stanno concludendo a Bojana (nei pressi di Sofia) negli studi cinematografici le riprese di un film americano tratto da "La zona grigia" di Levi con la sceneggiatura e la regia di Tim Blake Nelson. In una corrispondenza sul "New York Times" Kristin Hohenadel fornisce ampi ragguagli sulla tematica dei Sonderkommandos ebrei addetti al crematorio n.1 di Birkenau e sulle riprese in Bulgaria, prescelta perché incredibilmente a buon mercato.

Le 800 comparse ricevevano 10 dollari al giorno e le 200 donne che apparivano nude e tosate a zero ben 50, l'equivalente di mezzo salario mensile medio. Anche nel caso della diffusione dell'opera di Levi le vie della provvidenza appaiono davvero imperscrutabili!

La conferma della presenza ormai stabile di Primo Levi nell'orizzonte culturale bulgaro è confermata, ad esempio, dalla citazione di una delle prime frasi dell'introduzione a Se questo è un uomo: "ogni straniero è nemico" in un forte articolo-rassegna di ascolto radiofonico, a forti tinte pacifiste, apparso sempre sul settimanale "Kultura" e dovuto alla penna di una giovane e intelligente giornalista e traduttrice, Neva Micheva.

Troviamo citato Levi anche in una recensione di Amelija Licheva all'edizione in bulgaro del libro "Il lettore" di Bernhard Schlink, dedicato ad una difficile storia d'amore tra un giovane ed una donna più matura, di cui sapremo in seguito che era stata una kapo in un campo di sterminio.

Sempre nel 2001 la rivista "Kritika i humanizam" dedica un numero monografico ai Miti nella storia e nella storiografia nel quale è pubblicato un articolo del giovane studioso francese Pierr-Antoine Chardel su "testimonianza scritta ed esperienza di Auschwitz nella storia del XX secolo: lettura di Primo Levi e di Giorgio Agamben.

Presentato al convegno "La manutenzione della memoria"- Diffusione e conoscenza di Primo Levi nei paesi europei, Torino 9-11 ottobre 2003.


Autore: Giuseppe Dell'Agata




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26.10.2003Commento [piko]
"La madre di mia nonna e' stata fatta sapone", mi ha detto qualke giorno fa una mia studentessa, mentre discutevamo di come si potesse "essere ebrei" anke senza sapere una parola d'ebraico e sentirsi tali soprattutto x gli stereotipi costruiti da isa ben yusuf (o ben yahve'? Ancora non e' kiaro, pero' essendo figlio di Maria, sicuramente era uno dei "nostri ragazzi migliori") in poi.
Primo Levi ha lanciato un atto d'accusa preciso e puntuale contro l'ignavia ke ...
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26.10.2003Commento [michele2]
Non può che farmi un immenso piacere la diffusione in Bulgaria di un libro come questo... il regime comunista bulgaro, al pari di tutti gli altri, non aveva mai dato il giusto risalto ad un'immane tragedia come questa...

Per colpa della follia nazista, sei milioni di ebrei sono morti sterminati nei campi di concentramento: non dimentichiamolo mai, significherebbe semplicemente avere dimenticato chi siamo...

Chi nega l'olocausto, si chiami Adel Smith, Faurisson, Abbé P ...
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