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Todorov: la saggia Europa ci difenderà dal disordine

31.08.2003 - Parigi

Filosofo, teorico della letteratura, critico, storico della cultura, antropologo. E ora analista politico. Non si finisce mai di ammirare la capacità camaleontica di Tzvetan Todorov, che adesso approda in Europa, con un libro in uscita a Parigi (Le nouveau désordre mondiale, edito da Laffont) e previsto da noi all' inizio di ottobre (Garzanti). Non che prima si trovasse altrove, perché lo studioso bulgaro, 64 anni, nel Vecchio continente ha sempre vissuto, o quasi. Il fatto è che dopo la guerra in Iraq ha deciso di mettere la sua acuminata intelligenza al servizio di alcune questioni particolarmente «calde»: in che cosa consiste l' identità europea? E come può contribuire a correggere il «disordine mondiale»? Domande da un milione di dollari, anzi di euro, che Todorov affronta con molta chiarezza. E, parlando, con affabilità.

«Sono nato in una parte d' Europa e vivo nell' altra metà. Quando ero bambino, si pensava che la Bulgaria fosse Oriente e si parlava dell' Europa come di un territorio un po' lontano, che cominciava a Trieste, Venezia o Vienna. Eppure la Bulgaria è sempre stata all' interno del continente. Avevamo un' idea un po' mitica dell' Europa, pensavamo che lì producessero rasoi più affilati, pantaloni più eleganti, elettrodomestici più efficaci. Quest' immagine mitica è scomparsa da un bel po' di tempo, ma l' Europa è rimasta come qualcosa di spirituale».

A differenza degli Stati Uniti? Lei sostiene che gli Usa oggi sono governati da un gruppo neofondamentalista. Perché?

«Gli ispiratori del progetto governativo americano vengono chiamati neoconservatori, ma mi pare un termine depistante. I conservatori cercano innanzitutto di preservare l' equilibrio del mondo, non di stravolgerlo. Invece, quando si dice che si vuol far trionfare la libertà in tutto il mondo utilizzando le armi non si è più conservatori. Tutto questo somiglia piuttosto al progetto di rivoluzione permanente elaborato da Trotzkij, che voleva imporre un modello di felicità universale attraverso la violenza. Sono fondamentalisti perché reclamano un Bene assoluto da imporre agli altri».

E neo?

«Neo perché questo Bene non è costituito da un Dio ma dai valori della democrazia liberale».

È quella che lei, in un altro libro, chiamava «tentazione del bene»?

«Esattamente. Voler esercitare un controllo e imporre la democrazia con la violenza è una tentazione che rende il mondo più pericoloso di quanto già non sia».

Tentazione che non può essere europea?

«I Paesi europei sono troppo deboli per imporre la propria volontà. Ma c' è un altro aspetto: l' esperienza. Penso che tutta l' Europa sia vecchia e che abbia buona memoria del proprio passato. Ha sperimentato le crociate, il colonialismo e i totalitarismi. Questa memoria del male le permetterà di fare un uso tranquillo della potenza».

Dunque, lei auspica che l' Europa diventi una potenza militare?

«Una potenza tranquilla. Se l' Europa vuole affrancarsi dalla tutela spesso ingombrante degli Stati Uniti, deve garantirsi, con i propri mezzi, la difesa. Solo così potrà dissuadere gli Usa dalla tentazione imperiale, un' attitudine avventurista che accresce l' insicurezza e l' instabilità».

Quali sono i valori che compongono l' identità europea?

«Nel libro ho fatto una lista di alcuni ingredienti del modello europeo: razionalità, giustizia, democrazia, libertà individuale, laicità e tolleranza. Sono valori che magari esistono anche altrove, ma non hanno lo stesso ruolo che hanno in Europa».

Rumsfeld ha rimproverato alla Vecchia Europa di non essere al passo con i tempi...

«Rumsfeld ha qualificato come nuova l' Europa dell' Est per farle un complimento, sentendola più vicina alle opzioni americane. Ma non esiste Nuova Europa. La Bulgaria fu cristianizzata 1300 anni fa, è un Paese nato al confine di Bisanzio, che era poi impero romano; una terra ricca di ricordi sanguinosi e qualche volta felici che ne hanno formato l' identità».

Non c' è troppo ottimismo nella sua analisi?

«Non voglio fare un discorso di morale o di ideali di buoni sentimenti, ma del mondo reale. La questione è questa: è concepibile che l' Europa possa proporsi come potenza militare rinunciando a impegnarsi in una nuova politica imperiale? Io penso di sì».

Non pensa che possa diventare una minaccia per tutti?

«Senza una federazione militare europea, il pericolo è duplice: da un lato essere trascinati dagli Stati Uniti nella loro politica avventurista; dall' altro accogliere le istanze pacifiste, credere in un mondo in cui tutto possa risolversi con la gentilezza, il sorriso, la bontà. Invece, bisogna riconoscere che la violenza non potrà mai essere sradicata dalla terra, che i gruppi e gli individui metteranno sempre in opera degli strumenti violenti per raggiungere i propri scopi».

Perché lei esclude che la Russia possa far parte dell' Unione Europea?

«È un Paese troppo enorme per far parte di un insieme. Anzi, è già un insieme, conta al suo interno più di trenta nazionalità. Può essere un alleato dell' Europa, come l' Africa del Nord. Ma un' unione politica ha bisogno di omogeneità, nessun membro dev'essere più pesante e più importante degli altri in una misura tanto sproporzionata. L' Ue con la Russia diventerebbe ingovernabile».

Lei condivide i vari appelli che chiedono di non dimenticare le radici cristiane dell' Europa?

«È vero che le radici dell' Europa sono in buona parte cristiane. Ma non esclusivamente: sono anche giudaiche, greche, romane, pagane... Paradossalmente però il concetto di laicità proviene dalla tradizione cristiana. Gesù disse: "Date a Cesare quel che è di Cesare" e "Il mio regno non è di questo mondo"? Era un invito a separare il teologico dal politico. Lo Stato è indipendente da ogni ideologia e da ogni religione. Questa è la laicità, ed è essenziale individuarla come un valore. L' Europa non può dichiararsi cristiana, altrimenti che cosa sarebbe di tutti gli ebrei, i musulmani, i buddisti che vivono nei nostri paesi e che sono anche più numerosi dei cristiani praticanti... Sarebbe un' assurdità che potrebbe alimentare una guerra».

Laicità e tolleranza, dunque...

«Anche in questo l' Europa può essere un modello. La Chiesa cattolica ha maturato la convinzione che pur essendo cattolici si può accettare che gli altri vivano secondo la loro fede. Si può ritenere che gli altri sbaglino, ma bisogna riconoscere che hanno il diritto di sbagliare. Questa mentalità credo che sia tipica europea e forse si deve alla sua geografia. Per secoli l' Europa ha affiancato Paesi con lingue, culture e fedi diverse: ci sono quaranta Stati in uno spazio che spesso viene occupato da un solo Stato, come in Canada, Cina o Usa. Per lunghi secoli abbiamo imparato a vivere insieme in un piccolo spazio, e anche se siamo irascibili per carattere, come Haider o Bossi, alla fine siamo obbligati a convivere con gli altri».

Non si può dire lo stesso degli Stati Uniti?

«Gli Usa esercitano una pressione molto più forte sugli individui, affinché tutti si comportino nel modo più appropriato. Durante il conflitto irakeno c' è stata una riduzione drastica del pluralismo e della criticabilità. Molti dirigenti di media, come ayatollah, hanno lanciato la loro fatwa contro chi dichiarava di disapprovare la guerra».

Quali sono i requisiti richiesti a una carta costituzionale europea?

«L' istituzione più democratica attualmente è il Parlamento, la sola emanazione diretta della volontà popolare. Io suggerisco che la sua elezione si fondi su un principio più chiaro che eviti i mercanteggiamenti. Un principio di proporzionalità, tipo: un deputato per un milione di abitanti. Poi mi piacerebbe che fosse il Parlamento a eleggere il presidente, il quale dovrebbe essere anche presidente della Commissione. Il principio attuale secondo cui ogni Stato ha lo stesso potere è assurdo. È assurdo che Malta pesi come l' Italia. Suggerisco un principio di proporzionalità basato sulla popolazione».

E agli Stati nazionali cosa resterebbe? 

«Gli Stati nazionali devono rendersi conto che hanno dominato la scena politica per un periodo relativamente breve della storia. Pensi all' Italia. In Francia lo Stato nazionale è nato prima, ma c' erano il Ducato di Borgogna, la Savoia indipendente eccetera. Lo Stato nazionale, a mio parere, non risponde più alle nostre esigenze, specialmente in politica estera e militare, ma anche per le imposte e la sicurezza. Poi, è ovvio, ci sono cose cui non può rinunciare: la gestione della politica culturale, la scuola, le carceri, la salute... Ritengo poi che sarebbe una decisione di buon senso adottare una lingua di comunicazione unica: e l' inglese internazionale è ormai come il latino nel Medioevo. Non per questo le altre lingue moriranno».

E la proposta di un giorno festivo europeo?

«All' Europa servono simboli. Scegliere l' 8 maggio come giorno festivo va bene, è il giorno in cui è finita la Seconda Guerra mondiale e sarebbe un uso meraviglioso del passato, della memoria, perché è la memoria che deve dettare il nostro comportamento nell' oggi e nell' avvenire».


Autore: Stefano Paolo
Fonte: Corriere della Sera



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