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Bulgaro
     
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Rosenstra▀e 13

16.06.2003

- "Svegliaaa"- sentivo una voce e l'odore forte di slivovica e tabacco.
- "Devi fare la guardia al cancello!" - continuava la voce.
- "No, non devi fare niente" - rispondeva qualcosa dentro di me. Ma ero già sveglio e stavo steso scoperto sul letto a guardare il soffitto. C'era anche un'altra cosa, un essere che correva avanti e indietro nella camera. Mi ero ricordato che doveva essere il riccio che avevamo preso la sera prima e che cercava disperatamente una via d’uscita per ritrovare la sua libertà perduta.

Mi vestii e uscii per andare a fare la guardia al cancello come voleva la voce. La notte calda dell’estate mi coprì subito. Stavo dietro al cancello e cercavo di guardare intorno a me. Era molto buio e il tempo non passava mai. Si vedevano soltanto due cose: il fiume davanti al cancello, ormai senza acqua e un letto nudo all'insù, con la sabbia e le pietre di cui si servivano i contadini del paese più in giù per costruire le loro case. La seconda cosa era il monumento di una collina piuttosto alta e così tanto arida che non poteva crescere nessun albero. L'unico desiderio che mi veniva quella sera dietro al cancello era di cominciare a scavalcare la collina. Va bene, e una volta arrivato sul suo cucuzzolo, cosa avrei potuto fare? Niente. Potevo guardare verso l’orizzonte e cercare di vedere qualcosa. Più di tutto volevo però vedere una cosa, quello di cui a quei tempi già si poteva parlare liberatamente: l’Europa. L’idea era di costruire una casa comune per tutti i popoli di quella nuova Europa.

Nei giorni successivi non feci l'esercizio faticoso di scavalcare la collina. Faceva troppo caldo e poi mi passava subito la voglia, al mattino, quando potevo dormire di nuovo. Intanto qualche anno dopo presi la strada verso l’Europa. Si viaggiava molto comodamente, non mi rendevo conto delle frontiere, ed ero motivato, perché andavo a studiare. L’istituto sembrava una fabbrica del diritto europeo, con tanti operai venuti da diversi paesi europei e non solo. Si studiava giorno e notte e non ci si guardava neanche in faccia. Ognuno voleva essere il più bravo e ottenere il massimo di quello che si poteva prendere.

Anch'io facevo la gara e penso che ero bravo. Ma ad un certo punto ho cominciato ad essere insicuro e a guardarmi intorno. Forse non mi bastava l’Europa scritta nei libri, sentita ex catedra e studiata in biblioteca. Ho iniziato a chiedermi chi fossero gli abitanti della cosiddetta casa comune d’Europa. Non conoscevo il numero della via dove si trovava la casa che cercavo, per questo, abbracciando la fortuna, ho cominciato a girare per le strade. Man mano incontravo i primi abitanti in carne e ossa, sparsi lungo la strada principale. Sono entrato nella casa al numero tredici. Dentro questa casa millenaria c'era poca gente, per la precisione solo tre persone: al piano terra mi ha accolto un vagabondo bulgaro, che era molto contento, perché gli avevo sorriso avvicinandomi a lui. In cambio mi aveva letto le sue poesie scritte al lume di un lampione di Place de la Concorde nelle fredde serate parigine. Aveva attraversato l`Europa in bicicletta per poter entrare in questa casa della libertà infinita. Salendo al primo piano sulle scale di legno, che scricchiolavano quando ci si camminava sopra, ho incontrato una tassita nizzarda, con gli occhi gonfi di lunghissime nottate in cui portava in giro tanti turisti alla ricerca dei tempi del lusso ormai finiti per sempre. Continuando il mio cammino, al secondo piano, mi sono venuti incontro il signor von Gurten e la signora Belpmoos, che erano arrivati con un piccolo aereo, così piccolo, forse privato, partito da un piccolo aeroporto in mezzo a stupende montagne, e finalmente potevano godere l'antico quartiere zigano di Granada, con le case scavate nella roccia, diventato nel frattempo una zona residenziale con una bella vista sulla Sierra Nevada coperta di neve. Erano molto sorpresi di come cambiavano le cose intorno a loro. Avevano tanta voglia di girare e scoprire gli altri cambiamenti, per poi tornare di nuovo al loro piccolo aeroporto in mezzo alle montagne e assicurarsi che tutto era rimasto come prima. Io non li ho seguiti nelle loro scoperte e nemmeno mi sono fermato. Sono andato avanti all'ultimo piano sotto il tetto con la sua finestrella, dove ho incontrato un ragazzo italiano seduto sul suo motorino, che mentre si bucava urlava e abbaiava verso il cielo. E io pregavo per lui di restare ancora su questa terra. Ma cosa cercavo in questa casa detta Europa, un perpetuo mobile o una libertà perpetua? Come è bello il risveglio di un bambino felice!


Autore: Erik Evtimov, avvocato




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17.06.2003Commento [milena]
Bellissimo, toccante e piano di spunti di riflessione!


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