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Il suono dei nomi bulgari

30.04.2003

- Nome?
- Cognome?
- Data di nascita?
- Luogo di nascita?
Erano le domande che venivano dall'altra parte del vetro blindato. Per un principio democratico stavo davanti all'ufficiale senza inchinarmi, ma poiché il piccolo microfono sistemato sul vetro in basso non funzionava molto bene, mi dovevo lo stesso inchinare per dare le risposte. Era un ufficio quasi come un corridoio, con qualche sedia di plastica alle pareti. Intanto ero costretto a concentrarmi per dare la risposta giusta ad ogni domanda, ma la mia mente non obbediva e volava verso i ricordi del passato, che facevano rivivere questa stanza di vetro e plastica. Uscendo dal tempio monolitico dei suoni dei nomi bulgari, cercavo di farmi tornare i ricordi del passato in un'altra lingua. Capivo subito che non funzionava e così tornavo di nuovo indietro nel tempio appena lasciato. Mi facevo un giro veloce, perchè intanto da me si aspettavano le risposte. Là nel passato trovavo non simboli o pregiudizi, ma ricordi veri di un mondo reale.

Uno di loro riguardava una comunità sull'altipiano sopra i meandri del fiume Struma, che raggiungevo al termine di una lunga marcia, dopo aver scalato la montagna, lasciando alle mie spalle le rovine di una cappella in pietra che spuntavano dalla terra. Appena riuscivi ad alzare la testa e a guardare questo nido di poche famiglie, vedevi un riassunto di vita rurale. Le case di legno rivestite di argilla, le stalle con gli animali domestici, la terra coltivata in piccoli lotti che dava agli abitanti legumi e verdura. Il frutteto con le mele e le ciliegie. Il cielo era un cerchio chiuso dalle montagne aride color crema, sulle quali la neve d'inverno non rimaneva a lungo e così i piedi non potevano lasciare nessuna traccia.

Nel centro del paese c'erano gli orti da coltivare. Non avendo una piazza, le case erano raggruppate intorno al ruscello. I pochi abitanti passavano lentamente da una parte all'altra del corso d'acqua che divideva il paese in due e sul cui bordo si allungava la via principale della comunità. Quel ruscello era il mezzo di produzione economica più importante. Dava acqua da bere agli abitanti e ai loro animali e serviva ad annaffiare gli orti e le terre coltivate. Uscendo dal paese quel ruscello faceva anche girare un mulino giù nella valle. Non c'erano né feste né balli, e neanche un matrimonio a tarda primavera, con bandiera di strisce di carta variopinte e l’esaltante musica zigana. Non si vedevano neanche i bambini che giravano intorno agli ospiti e cercavano di strappare le strisce della bandiera. In inverno, invece, quando si ammazzava il maiale, non c'era nessuno che voleva prendere la vescica per poi gonfiarla e così giocare a lungo a pallone sopra la terra che si attaccava sotto le scarpe, per cercare di trattenere uno di loro. Nell'aria non si sentiva nessun odore, ma solo il rumore forte e costante dell'acqua che saltava in giù. Una generazione fu costretta a lasciare la terra che coltivavano i suoi predecessori da secoli, per scendere anche lei giù a valle a lavorare nella fabbrica di ferro. La seconda generazione, poiché la fabbrica di ferro non dava più segnali di vita, abbracciò la fortuna e prese la strada verso il mondo nuovo e moderno. Erano eretici, usciti per sempre dalla loro comunità, che non avevano nessuna colpa delle cose che dicevano di loro secoli prima i Signori delle terre così tanto desiderate. Che cose? - Cose dell' altro mondo!

Sola sul confine più estremo, mentre lasciavano il paese, gli dava l’ultimo saluto la loro chiesa, che non doveva neanche dividere le sue pareti con altre chiese sorelle come un'altra che mi aveva stupito in una città dell'Est. L'acqua del ruscello che saltava verso la valle e i riflessi del sole erano l'unico loro legame con i membri della comunità rimasti lassù e che avevano solo una via di uscita attraverso la loro chiesa. Intanto si compieva il rito della mia totale integrazione nella stanza di vetro e plastica.


Autore: Erik Evtimov, avvocato




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