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La retrovia Usa sul Mar Nero

20.03.2003 - Sofia

«La Bulgaria ha sempre avuto un pesante complesso di inferiorità rispetto alle grandi potenze. È abituata ad aspettare gli ordini dall'alto: ieri arrivavano da Mosca, oggi da Washington». Assen Indijiev, corrispondente locale della Bbc, si affida alla psicanalisi per spiegare la posizione di Sofia sulla crisi irachena. Una posizione di incondizionata fedeltà agli Stati uniti, emersa in modo evidente grazie alla vetrina del seggio al Consiglio di sicurezza dove, unico tra i «piccoli paesi» membri temporanei, non ha mostrato tentennamenti nello sposare la posizione dei falchi dell'amministrazione Bush. Conquistata alla strategia della guerra preventiva, firmataria entusiasta della dichiarazione filo-Usa dei dieci di Vilnius che tanto ha irritato Jacques Chirac, Sofia è oggi in prima linea nell'annunciata operazione Iraqi freedom. Ha aperto il suo spazio aereo, inviato un'unità di combattimento per la guerra chimica e batteriologica nel golfo Persico e concesso un aeroporto e una vicina base sul Mar Nero a velivoli e personale militare statunitense. La posizione del governo bulgaro rispetto alla crisi irachena - simile a quella di altri paesi dell'Est europeo - è in qualche modo una scelta politica obbligata: invitata nel vertice di Praga del novembre scorso a integrare l'Alleanza atlantica, dovrebbe entrare a farne parte a tutti gli effetti alla metà del 2004. Ha quindi uno status di sorvegliato speciale, deve mostrare una condiscendenza totale e, soprattutto, smarcarsi da quella «vecchia Europa» tanto invisa al segretario alla difesa Usa Donald Rumsfled. Ma il filo-atlantismo di Sofia sembra spingersi ben al di là del calcolo politico del momento. A giudicare da tutti i sondaggi di opinione, la percentuale della popolazione favorevole all'ingresso nella Nato è largamente maggioritaria. Insieme alla Romania, è il paese del gruppo di futuri membri in cui l'adesione è accolta con maggiore ardore, nonostante una diffusa opposizione alla guerra.

Questo entusiasmo è in larga parte il risultato di una persistente ed efficace campagna di lobbying condotta da un think tank dal nome eloquente: l'Atlantic Club of Bulgaria. Fondato nel 1990, prima dell'implosione dell'Unione sovietica, questo club - che riunisce in modo trasversale gran parte della classe dirigente del paese - si è dato l'obiettivo di «informare i bulgari sui valori dell'atlantismo», ossia di preparare un'opinione pubblica allora ostile all'ingresso nella Nato. Il suo fondatore, Salomon Passy, giovane deputato che nel 1990 scandalizzò il Parlamento invocando l'uscita dal patto di Varsavia e la necessità di guardare ad Occidente, è oggi ministro degli esteri nel governo del premier-re Simeone II. Basta leggere alcuni saggi da lui scritti in passato per capire meglio l'attuale appiattimento di Sofia sulle posizioni Usa. Già nel 1998, all'indomani dell'operazione Desert Fox contro l'Iraq, l'attuale capo della diplomazia bulgara scriveva un agile testo che rappresenta un vero e proprio elogio ante litteram della guerra preventiva, in cui veniva presentato l'ormai consueto paragone tra Hitler e Saddam Hussein. Lo stesso Passy, in un altro breve scritto successivo non mancherà poi di sottolineare come l'Onu abbia fatto il suo tempo, e sia «destinata a cedere alla Nato le funzioni di risoluzione dei conflitti mondiali». Questo campione dell'atlantismo e il think tank da lui fondato ispirano quindi e controllano la politica estera della Bulgaria, la cui priorità sembra essere ormai la fedeltà assoluta a Washington, anche a costo di infastidire alcuni paesi europei e mettere a rischio l'adesione all'Unione, prevista in teoria per il 2007.

D'altra parte, il riassetto degli equilibri strategici e i dissidi sorti all'interno stesso del Patto atlantico costituiscono oggi un'opportunità unica. L'inaspettata ricalcitranza turca a concedere le basi e la posizione anti-guerra della «vecchia Europa» forniscono a Sofia - come anche alla vicina Bucarest - l'occasione di presentarsi come baluardo orientale dell'atlantismo. E non stupiscono quindi le continue profferte - reiterate dagli alti esponenti di governo ricevuti a Washington alla fine di febbraio - di accogliere militari americani in pianta stabile. Una posizione che ci viene confermata anche da Avgustina Tzvetkova, attuale segretario generale dell'Atlantic club, che insiste sulla necessità di installare basi in Bulgaria («Nato o americane, non ha importanza»), anche perché questo «provvederà a creare nuovi posti di lavoro in un paese economicamente fragile».

L'aeroporto di Sarafovo - a tre chilometri da Burgas, località balneare sul Mar Nero - e l'adiacente base militare sembrano essere quindi una prova generale di una situazione che ha tutte le probabilità di diventare stabile. Per il momento, siamo ancora in una fase di assestamento: ben visibili sulla pista ci sono sei aerei cisterna KC-10 per il rifornimento in volo, mentre nell'accampamento stazionano circa 350 membri dell'aeronautica Usa. Gran parte di loro vengono da Ramstein, la gigantesca base Nato in Germania e non hanno ricevuto indicazioni precise sulla loro permanenza qui. Preludio a uno spostamento stabile o missione temporanea? Per ora, nessuno risponde con chiarezza. Ma, pur senza ammetterlo esplicitamente, gli stessi graduati americani presenti sul posto non nascondono che nel futuro sarà probabilmente sempre più consueto vedere uniformi a stelle e strisce sulle rive del Mar Nero.


Autore: Stefano Liberti
Fonte: Il Manifesto


Per approfondire: La Bulgaria e la NATO | Le basi militari USA in Bulgaria



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