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Moni Ovadia: ora l'ebreo ride in musical

29.10.2002 - Piacenza

L'ebreo narrante anche questa volta affabulerà, suonerà, canterà, lanciando i suoi messaggi taglienti sull'uguaglianza, sulla libertà e soprattutto sulla pace fra gli uomini d'ogni razza, cultura e religione. «La quale - afferma Moni Ovadia, con un pizzico d'amarezza - un giorno finalmente arriverà, anche se, nel frattempo, avremo fatto tante, troppe vittime inutili». Ma questa volta Ovadia non regalerà al pubblico uno dei suoi soliti spettacoli, bensì una delle storie più famose della letteratura yiddish, Il violinista sul tetto, che debutterà all'Arena del Sole di Bologna in “prima” nazionale dal 20 al 24 novembre con un cast di musicisti, tra cui un violinista zigano e un fisarmonicista zingaro, danzatori, cantanti e attori. Ovadia “avvolgerà” il suo pubblico, raccontando, come egli stesso spiega, «una vicenda familiare che diviene la metafora stessa dell'Uomo, o meglio di come dovrebbe essere l'umanità». E si definisce un «domatore alla testa di un caravanserraglio, che gira il mondo alla ricerca di preziose radici dimenticate».

Con l'immancabile papalina lavorata all'uncinetto sulla testa, i capelli grigi legati in una coda e le mani continuamente in movimento, fra il telefonino e una fetta di pizza - «bisogna pur mangiare!», - Moni Ovadia guarda da dietro gli occhialetti tondi che lasciano trasparire i suoi occhi azzurri indagatori e ironici, di uomo navigato e attento a tutto ciò che accade intorno a lui. Per farne messaggi da lanciare agli uomini, giocando sul palcoscenico o nelle piazze, dove é immancabilmente presente se c'è da propagandare la pace, perché questo ebreo adottato dalla Milano popolare del Giambellino non si stanca mai di prendere parte all'eterna lotta fra l'amore e la violenza, naturalmente in difesa del primo.

Così famoso da far accettare a un pubblico di formazione cattolica la cultura e la tradizione ebraica, Moni parla una quantità di lingue, ma confessa di amare molto il dialetto milanese, che sciorina con orgoglio perché, dice, «io a Milano ci vivo da quando avevo 4 anni, la considero la mia città d'origine, anche se sono nato a Plovdiv in Bulgaria». E a Milano oggi abita poco lontano dalla zona popolare, il Giambellino, teatro dei suoi giochi di bambino, in un loft ricavato da una fabbrica in disuso. «Amo la fabbrica, amo gli operai, il popolo, la gente semplice, e da questa gente sono molto amato, forse perché parlo al loro cuore più che alle loro idee».

Suo padre era violinista e la sua mamma cantante. Lei é figlio d'arte per eredità o per scelta?

«A iniziarmi alla musica fu un professore di scuola, che aveva una vasta collezione di musica etnica, e con i miei compagni formai il primo gruppo folk. Dopo, non mi sono fermato più».

Nei suoi libri e spettacoli lei parla di ebraismo con molta ironia. Non é un po’ azzardato?

«Ridere non significa mancare di rispetto. E non é detto che la persona seria sia più sensibile di chi prende la vita con allegria. Credo che anche nei lager più spaventosi, nonostante l'inferno quotidiano, ci fosse ogni tanto la voglia di sorridere e, perché no?, di ridere. Come diceva Quacknin, che a sua volta parafrasava una frase di Elie Wiesel, l'ebreo ride con Dio, mai senza Dio».

Il titolo di un suo libro di successo é «Perché no». Che significa?

«C'è una storiella che racconta che a un ebreo é posta questa domanda: “Perché voi ebrei rispondete sempre a una domanda con un'altra domanda?”, e l'ebreo risponde: “Perché no?”. Come sempre il witz, la storiella ebraica, contiene una vertiginosa sintesi delle grandi questioni sulle quali da secoli si arrovella l'essere umano. L'interrogazione continua é uno dei grandi assilli degli ebrei, tanto che, anche quando si chiude la bocca, l'interrogativo rimane aperto. E se la domanda del bambino che si affaccia al mondo della conoscenza ci mette con le spalle al muro, quella ebraica ci obbliga a stare sempre in cammino anche sulla nostra comoda poltrona di spettatori. Ma non allarmiamoci, che diamine! Trattasi di barzellette…».

Ora invece perché passa al musical, con un pezzo forte come «Il violinista sul tetto»? Dopo essere stato in cartellone a Broadway per 10 anni, con circa 3000 repliche, questo spettacolo arriva per la prima volta da noi. Una pesante prova, la sua.

«Ho accettato di fare un'operazione che esula totalmente dal mio modo di fare teatro. Questo spettacolo, infatti, non ha niente a che vedere col consueto musical all'insegna di luci, lustrini e sontuose scenografie e costumi da far brillare gli occhi, ma non somiglia neppure a uno dei miei usuali recital. Lo definirei un “musical impegnato”, un genere che in Italia ancora non é molto conosciuto».

Ed é tratto da una delle storie dello scrittore ucraino Sholem Aleichem.

«Normalmente io metto in scena testi miei. Ma in questo caso si tratta di un musical speciale, ambientato in un contesto particolare, quello che la persecuzione zarista cancellò, provocando la morte di un milione e mezzo di persone e condannando molti altri a disperdersi in ogni angolo della terra per sfuggire alla fame e alla miseria, e a cui poi il nazismo assestò il colpo finale. Perciò ho accettato la sfida, perché quel mondo mi appartiene e mi ha dato la vita, essendo io un ebreo sefardita, nato in un Paese slavo, la Bulgaria, anche se poi in un certo senso ho tradito le mie origini e sono cresciuto a Milano».

É davvero affascinante il mondo yiddish, colto e popolare allo stesso tempo.

«Sì, un mondo che, appunto, é stato cancellato dalle persecuzioni. Basti pensare che un tempo la lingua yiddish era parlata da più di 11 milioni di persone. Gente capace di cambiare nazionalità secondo gli spostamenti, pur rimanendo sempre fedele alla propria unità linguistica».

La versione italiana del musical manterrà intatti i testi?

«Sì, conserverà la struttura originale, con testi in italiano e canzoni tradotte in yiddish da Marisa Romano. Non penso che il pubblico avrà difficoltà, anche perché molte delle persone che verranno a vederci hanno già dimostrato di apprezzare i miei spettacoli. E poi la gente ha anima e cuore e questo passa attraverso tutte le lingue».


Autore: Maria Antonietta Schiavina
Fonte: Libertà




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