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Il vento dell’Est farà “tremare” il Sud

21.10.2002 - Roma

Il nostro prodotto interno lordo (la ricchezza nazionale) crescerà, ma di poco: tra lo 0,2 e lo 0,4% all’anno. Due regioni del Sud, Basilicata e Sardegna, probabilmente usciranno (dal 2007) dalla lista delle regioni cosiddette "Obiettivo 1", quelle "in ritardo di sviluppo": infatti, entreranno nell’Ue ben 41 regioni dell’Est, molto più povere, e loro perderanno quindi una fetta di aiuti comunitari. Aumenterà, come per tutti gli altri attuali 15 paesi dell’Ue, la nostra quota da versare nelle casse comunitarie (e l’Italia é già un contribuente netto: versa cioè a Bruxelles più di quanto riceve). Ci potrà essere qualche ondata migratoria verso le regioni italiane più ricche, ma sarà comunque inferiore a quella che potrebbe riversarsi su Germania e Austria. Infine, il nostro Sud avrà più da temere, perché il minor costo del lavoro e gli incentivi fiscali renderanno più "attraente" per gli investitori (anche italiani) andare ad insediare nuovi stabilimenti nei nuovi paesi dell’Est anziché da Roma in giù.... Ma l’allargamento dell’Unione europea aprirà anche occasioni di nuovi mercati per le nostre imprese, se naturalmente sapranno sfruttare le grandi opportunità che si stanno già delineando.

Sono, in sintesi, gli scenari e le valutazioni costi-benefici che — senza mettere in discussione il valore politico, culturale e sociale della nuova fase europea — si stanno discutendo in questi giorni in Italia (come in altri paesi), mentre a Bruxelles si concludono le ultime trattative per decidere politicamente l’ingresso (previsto nel 2004) di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.

La situazione dei 10 — I dieci paesi hanno complessivamente una popolazione di 75,1 milioni di abitanti, e più della metà, 38,7 milioni, sono polacchi. La popolazione dell’Ue salirà quindi da 376,5 milioni a 451,6 milioni di persone e, secondo la Commissione di Bruxelles, con i nuovi arrivi il reddito pro-capite dell’Ue diminuirà del 13% rispetto all’attuale livello dell’Europa a 15. Infatti, il reddito pro-capite di questi paesi è, complessivamente, quasi la metà della media dell’attuale Ue a 15, con differenze notevoli: da Cipro, che é all’86% del Pil pro-capite medio europeo, alla Lettonia, che é ad appena al 30% della media comunitaria. E il maggior contributo al loro Pil é costituito dall’agricoltura, che assorbe quasi un quinto degli occupati in Polonia e Lituania, e il 10% in Slovenia.
Insomma — nonostante gli alti tassi di sviluppo che, grazie anche ad un "capitale umano" molto scolarizzato, questi paesi stanno avendo da quando si é profilato il loro ingresso nell’Ue — gli esperti calcolano che occorreranno molti anni prima che possano raggiungere almeno i livelli di reddito dei paesi meno prosperi dell’attuale Unione (Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia). E questa situazione avrà riflessi su costi del bilancio comunitario, flussi di capitali, mobilità delle persone in cerca di lavoro, attrazione degli investimenti e concorrenza. Ma — secondo vari studi — ne vale la pena: per quei paesi, ma anche per gli attuali 15 dell’Ue.

I vantaggi per i 15 — Secondo un recente studio della Commissione europea — citato nel "Rapporto Isae sullo stato dell’Ue" presentato a giugno scorso, e che considera gli effetti sul commercio e sull’ampliamento del mercato unico, ma anche i flussi migratori, i movimenti di capitale e i costi dell’ampliamento stesso — nei prossimi anni, in termini di Pil, «Austria e Germania godrebbero dei maggiori vantaggi, ma anche l’Italia si posizionerebbe sopra la media Ue assieme alla Finlandia e all’Irlanda (nonostante i costi derivanti dalla riduzione dei fondi strutturali). Portogallo, Spagna e Danimarca rischiano, al contrario, un costo netto nel medio termine», a causa oltre che della «riduzione del flusso di fondi comunitari», anche della «fuoriuscita di capitali e investimenti diretti che andrebbero a posizionarsi nei nuovi membri».

Per l’Italia si stima, per gli effetti diretti e indiretti dell’allargamento, un aumento del Pil nazionale dello 0,2-0,4%. Quindi, piuttosto limitato. Perché? «Il fatto é che — risponde Francesco Pagnini, che all’Ice (Istituto per il commercio estero) cura i rapporti con l’Unione europea — — l’interscambio con questi paesi é già stato sostanzialmente liberalizzato dai precedenti accordi, ed é comunque ancora molto limitato». E il Sud é quello che ha più da temere da questo allargamento, se non riesce a diventare competitivo, ad attrarre investimenti anche di imprenditori del nostro centro-nord (e il caso Romania é già emblematico). «Il nostro Sud é esposto infatti al cosiddetto "rischio di vulnerabilità agli shock competitivi" — spiega Stefano Manzocchi, docente di economia internazionale a Perugia e consulente del Centro studi di Confindustria — perché aumenterà la concorrenza dell’Est per la localizzazione degli investimenti produttivi. La dotazione di infrastrutture al Sud sarà dunque decisiva per migliorare la nostra capacità di attrazione ed esportare a costi più bassi».

Le opportunità — Già si delineano, però, anche grandi opportunità per le nostre imprese. Ad esempio, nel solo settore dei trasporti, é stato calcolato che in questi paesi (compresi Romania e Bulgaria, che entreranno però nel 2007) entro il 2015 dovrebbero essere fatte opere per 90 miliardi di euro. Un analogo studio ha individuato, per lo stesso periodo, la necessità di investimenti di 80-110 miliardi di euro per adeguare agli standard europei le loro infrastrutture per l’ambiente (gestione dei rifiuti, trattamento delle acque, approvvigionamento idrico, inquinamento atmosferico).

Alcuni di questi programmi sono già stati avviati, ma le imprese italiane sono in forte ritardo: su 15 gare monitorate dall’Ufficio Ice di Bruxelles nel settore dei trasporti, le imprese italiane se ne sono aggiudicate solo una; e, per l’ambiente, su ben 55 gare fatte tra il 2000 e il maggio 2002, nessuna società italiana risulta tra le aggiudicatarie. Ma la corsa ad est é appena cominciata.


Autore: Nando Tasciotti
Fonte: Il Messaggero


Per approfondire: Notizie di Economia



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