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╚ in Bulgaria l'ultima delocalizzazione del Nordest

06.10.2002

È in Bulgaria l'ultima delocalizzazione del Nordest. Dopo gli anni tumultuosi del turbo capitalismo post comunista, il paese che ha deciso di farsi guidare dal suo re Simeone II ha imboccato la strada di un mercato più ordinato. L'inflazione viaggia al 5% contro il 500% di qualche anno fa, i conti pubblici sono in ordine. Grandi gruppi come Unicredito, che ha acquisito la Bulbank, hanno posto salde teste di ponte a Sofia e dintorni. L'Italia poi coltiva con attenzione questo mercato ed è il primo partner commerciale di questo paese incuneato nei Balcani.

«Le statistiche ufficiali parlano di oltre 600 aziende italiane che hanno investito da queste parti - spiega Pamela Della Toffola, 32 anni, di Centrum Bulgaria, società di consulenza fondata da un gruppo di commercialisti triestini che fa da sponda alla Regione Friuli-Venezia Giulia e all'Emilia Romagna in quest'area - credo che quelle del Nordest possano essere più di un centinaio. Ma è oggi che la situazione si sta veramente sbloccando, per esempio un gruppo commerciale come la Bernardi di Udine, sta valutando con l'attenzione la possibilità di realizzare qui un grande centro commerciale oltre all'acquisizione di alcune aziende nel campo dell'abbigliamento».

L'apripista della moda è stata la trevigiana Stonefly, ma molte aziende dell'abbigliamento veneto hanno iniziato a far andare telai e macchine in quella che un tempo i romani chiamavano Tracia attirati da un costo del lavoro da 130 euro al mese, più basso anche di quello dell'ottava provincia veneta, Timisoara in Romania. E sono in molti gli imprenditori del Nordest che stanno dirottando i loro investimenti qui. Uno dei pionieri è stato Luca Cobre, 33 anni, che nel '96 ha fondato la Tea a Codognè, in provincia di Treviso, e due anni fa è sbarcato ad Hascovo, 80 chilometri dal confine con la Turchia, dove ha acquisito uno stabilimento per la produzione di macchine enologiche: «Meglio qui che la Romania, dove ormai ti chiedono sempre più soldi di stipendio e si stanno mettendo di mezzo anche i sindacati. Oggi l'impianto bulgaro copre il 70% della nostra attività complessiva e vale quasi la metà del nostro fatturato totale, 7,5 milioni di euro». L'industria è solo la prima mossa di questa nuova pista d'internazionalizzazione: «Abbiamo acquisito 160 ettari di terreno vitivinicolo - rivela l'imprenditore veneto che insieme Ezio Casagrande, 39 anni, sta facendo fortuna in Bulgaria - il vino da queste parti ha tradizioni antiche e può essere un business importante, tanto che anche il consorzio del Brunello sta cercando di comprare terreni. Il costo è basso: due anni fa, quando siamo arrivati noi e fondato la Kle, costavano 750 euro all'ettaro, ora siamo arrivati a 2000-2.500, sempre ben lontano dai 75mila italiani. Il problema è che la proprietà è spezzettata ed è un'impresa costruire tenute interessanti. In pratica siamo dovuti andare a comprare bussando porta a porta, con i soldi liquidi in valigetta». Già perché da quelle parti carta di credito e assegni sono visti col fumo negli occhi. La gente vuole cash, anche se il cambio in nero praticamente non esiste visto che Sofia è tappezzata di agenzie che dietro la boutique di vestiti di moda italiani o pseudo tali hanno il loro sportello corazzato che dispensa lev al cambio - quasi fisso - di due per un euro.

L'investimento in agricoltura poi si scontra con la burocrazia e la difficoltà di risalire al vero padrone, soprattutto oggi che lo stato deve ancora restituire ai vecchi proprietari gli appezzamenti più grandi. Poi c'è la precondizione: niente acquisti per stranieri privati, in ... campo possono andarci al massimo le società controllate dall'estero ma di diritto bulgaro. L'investimento è comunque allettante e anche la Coop sta per comprare terra biologica doc per produrre le patate per i suoi supermercati. Insomma, tra le leggi ancora da strutturare completamente sul modello capitalista e una sanità da ristrutturare - secondo il Fmi gli ospedali pubblici dovrebbero passare da 300 a 80 in pochi anni - la corsa verso l'Europa che dovrebbe coronarsi nel 2007 è ancora irta di ostacoli. «Ma la gente ha voglia di lavorare, anche perché la disoccupazione nelle zone rurali è elevatissima - dice l'imprenditore trevigiane delle macchine per il vino - e una volta formati riescono a raggiungere anche un'alta produttività. L'importante è avere in zona dei soci che conoscano il paese». Quello di Cobre sembra l'uovo di Colombo, ma la Camera di Commercio di Modena e il suo presidente, Alberto Mantovani, la pensano pragmaticamente: «Ci servono manager bulgari affidabili, imprenditori che possano svolgere con attenzione e qualità il lavoro in subfornitura - commenta Mantovani, imprenditore del metalmeccanico - per questo in gennaio lanceremo un corso di formazione proprio per creare quella classe di piccoli e medi imprenditori che qui manca assolutamente». Mantovani non vuol sentire parlare di delocalizzazione: «Meglio affidare le commesse alle aziende locali che spostare la produzione, meno complicazioni, meno problemi con la burocrazia».

Però nel frattempo la sua Camera di Commercio ha aperto due uffici di rappresentanza in Bulgaria che presto potrebbero fare da vetrina anche a tutta l'Emilia Romagna. «Iniziative di questo genere colgono nel segno e devono diventare patrimonio di tutte le Camere di Commercio - sottolinea Carlo Spagnoli, 34 anni, del dipartimento internazionale dell'Unioncamere nazionale e supervisore del progetto Cecci, l'iniziativa che cura lo sviluppo degli enti camerali dei paesi dell'Europa Centrale e la loro messa in rete, che nei giorni scorsi a Sofia ha svolto un seminario internazionale nella capitale balcanica - solo in questo modo potremo fornire un servizio più efficiente per le piccole e medie imprese il cuore della nostra economia e le basi concrete per lo sviluppo dei paesi ex comunisti».


Autore: Maurizio Crema
Fonte: Il Gazzettino


Per approfondire: Notizie di Economia



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