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Ora l’Aids minaccia l’Europa orientale

07.08.2002

Era il 1981, un insolito focolaio infettivo si manifestò in una contea della California vicino a Los Angeles. Il bollettino epidemiologico americano Mnwr diede la notizia parlando di una rara e improvvisa epidemia polmonare, Pneumocystis carinii. Vittime, cinque giovani fino ad allora perfettamente sani, tutti omosessuali. Oggi quel focolaio é diventato epidemia, si chiama Aids, «la peste del Duemila», il Settimo flagello della storia: secondo gli ultimi dati l’emergenza non é finita, 40 milioni di persone vivono, nel mondo, con l’infezione conclamata. é l’Africa sub-sahariana la regione più colpita: un adulto su dieci é infetto, e in alcuni Paesi del Sud come Botswana e Swaziland la percentuale sale fino al 30 per cento. Ma il virus si é esteso e ha raggiunto l’Occidente, dove la minaccia, adesso, arriva dall’Est: nei paesi industrializzati l’Hiv non é più una condanna a morte, ma i contagi continuano e le nuove vittime sono soprattutto le donne: erano il 16 per cento di tutti i malati nell’85, oggi raggiungono il 24 per cento. Nei paesi ricchi é diminuita la percezione del pericolo, e questa é stata una doppia condanna, perché le persone hanno abbassato le difese e l’Hiv passa ora attraverso la vita di coppia e il contagio eterosessuale.

«Nei prossimi tre anni - prevede l’immunologo Ferdinando Aiuti - si prevede in Russia, in Romania e in Bulgaria una recrudescenza dell’infezione: stanno aumentando i tossicodipendenti e aumenteranno, con essi, i casi di contagio». Da oggi al 2020 - é stato detto alla recente conferenza mondiale di Barcellona - sono previsti 60 milioni di morti. é allarmante la fotografia dell’aggiornamento epidemiologico sull’Aids presentato a Torino, dall’Ordine dei medici, che ha realizzato insieme alla Provincia un opuscolo informativo destinato a tutti i medici, ospedalieri e di famiglia. Un nuovo pericolo é alle porte: «L’Europa dell’Est é la regione interessata dal massimo incremento epidemico nel mondo - scrivono i dottori Anna Lucchini e Ivano Dal Conte, della Clinica universitaria dell’ospedale per malattie infettive Amedeo di Savoia -: si stima che soltanto nel 2001 ci siano state 250 mila nuove infezioni da Hiv, che hanno portato a circa un milione il numero di individui infetti viventi».

Si teme - dicono espressamente i due medici - «una imminente epidemia di Hiv di ben più larghe proporzioni, sessualmente trasmesso, che interesserà la popolazione in toto». Non é solo il virus dell’Hiv a minacciare i Paesi più poveri del mondo: ci sono conseguenze che non si trovano su una cartella clinica. «In Zambia - dice la ricerca epidemiologica - sono morti oltre un terzo degli insegnanti, ed ogni anno muoiono un numero di maestri e maestre pari alla metà di quelli che vengono diplomati». Risultato? «Nella Repubblica Centroafricana più di cento scuole sono state chiuse per carenza di insegnanti». Anche chi lavora nella sanità é stato colpito, «aumentando così il carico di lavoro degli operatori superstiti. La Fao, Food and Agricultural Organization, stima inoltre che siano stati finora uccisi dal virus circa sette milioni di agricoltori, «e una riduzione del prodotto agricolo si é già registrata in alcuni paesi, portando come conseguenza l’allontanamento da scuola di molti bambini costretti ad aiutare la famiglia nei lavori agricoli e nell’assistenza ai familiari malati». Ovunque, le zone più colpite dall’Aids hanno registrato un calo evidente del prodotto nazionale lordo che potrebbe raggiungere valori preoccupanti nei prossimi anni. «Gli indicatori generali di benessere e di speranza di vita sono tornati ai valori degli Anni Cinquanta».

Oggi l’Aids é diventata la quarta causa di morte al mondo, una vittima ogni 11 secondi. La prima nell’Africa sub-sahariana. «Le donne dai 15 ai 24 anni hanno tassi di infezione molto più elevati dei coetanei di sesso maschile perché più frequentemente hanno partner più vecchi, che dopo aver contratto l’infezione cercano giovani spose nella credenza di depurare così il proprio corpo dalla malattia». L’elevata percentuale di donne infette significa trasmissione sicura della malattia al feto: «In tutti paesi africani si é registrato un aumento della mortalità infantile, anche del 70 per cento», mentre in Italia - come in Europa e negli Stati Uniti - il rischio di trasmissione da madre a bambino é quasi azzerato: si é passati dal 18-20 per cento di possibilità d’infezione a meno del 2 per cento».

Negli Stati Uniti, come nei paesi dell’Europa Occidentale la curva epidemica che ha mostrato un vertiginoso aumento dei casi negli anni Ottanta fino a metà degli anni Novanta mostra ora un declino altrettanto marcato. Nel nostro Paese, fino al 30 giugno 2001, si contavano 48 mila 500 malati in Aids conclamato, il 65 per cento dei quali sono deceduti. Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Liguria le regioni più colpite. «Preoccupa la minore percezione del rischio - dicono i medici -. Oggi il pericolo riguarda soprattutto gli eterosessuali, che giungono alla diagnosi di Aids senza esser mai stati sottoposti prima a terapia antiretrovirale, mentre i tossicodipendenti, che sono oggetto di continui controlli, sono di solito già trattati al momento della diagnosi».


Autore: Marco Accossato
Fonte: La Stampa - TuttoScienze




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