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Gli «affari» esteri della Farnesina

25.07.2002

L'Italia é nel gruppo di testa dei paesi con il maggior numero di ambasciate e di consolati. Di sedi consolari ne ha più degli Usa, in virtù della sua storia di emigrazione. Ma avere una così diffusa presenza diplomatica non significa evidentemente avere un reale peso negli affari internazionali. E in effetti é così, per il nostro paese. Basta tornare con la memoria ai tempi della guerra fredda, quando era Washington a dettare la politica dell'Occidente e l'Italia era considerata poco più di quel che era la Bulgaria nel campo sovietico. Idem se si osservano gli equilibri geopolitici e geoeconomici attuali, con gli Usa rimasti l'unica superpotenza, e dunque un'iperpotenza globale, e con l'Europa che, in teoria, dovrebbe avere una politica estera comune (la presenza di Javier Solana, il responsabile della politica internazionale della Ue, alla conferenza degli ambasciatori e dei consoli italiani alla Farnesina non sta forse a testimoniare questa, per ora, «inclinazione» europea?). Sfoltire dunque le sedi diplomatiche. Ridurre il personale. No, non é questo il punto all'ordine del giorno. Berlusconi non ci pensa, immagina piuttosto di trasformarle in rappresentanze commerciali e di far galoppare i nostri diplomatici come tanti venditori. E in questo sembra dimostrare un certa dose di realismo, oltre che di coerenza con la sua storia e le sue vocazioni.

Realismo perché nella situazione data l'Italia potrebbe giusto ritagliarsi uno spazio per il made in Italy. Ma poi é reale realismo, questo? A ben vedere, per quanto riguarda il personale in servizio, diversi diplomatici, specie le nuove leve, già fanno questo tipo di mestiere. Per quel che concerne quelli vecchio stampo, per quante riforme della Farnesina si disegnino, per quante ricche consulenze si ingaggino, resteranno sempre adusi a organizzare cocktail per i colleghi di altri paesi e ad abitare pigramente prestigiose dimore: difficilmente potrebbero o saprebbero inventarsi il ruolo di rappresentanti di commercio, per quanto ad alto livello.

Probabilmente l'ambito in cui la visione berlusconiana potrà tradursi in qualche fatto concreto é quello che un tempo veniva chiamata cooperazione alla sviluppo e che oggi é prevalentemente la questione della ricostruzione dei Balcani. Dove sono intervenuti in modo sbrigativo e distruttivo gli aerei e i cingolati del governo D'Alema oggi arrivano i trattori e le gru del centro-destra. é solo di qualche giorno fa l'annuncio dell'operazione «Italia nei Balcani». La legge 84 del 2001 che ha stanziato oltre 300 miliardi di lire, sull'arco di tre anni, in favore di interventi per la ricostruzione, lo sviluppo e la stabilizzazione di sette Paesi della regione (Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Jugoslavia e Romania), é infatti entrata nella fase operativa. Entro la fine dell'anno dovranno essere presentati e varati progetti che consentano di impegnare i primi 100 miliardi nell'ambito delle attività di cooperazione allo sviluppo e di assistenza alle imprese. Una delibera varata dall'apposito Comitato di ministri, riunitosi sotto la presidenza di Silvio Berlusconi, ha definito le priorità strategiche a cui dovranno guardare le iniziative che potranno beneficiare dei contributi pubblici. Nello stesso documento si é proceduto alla ripartizione dei fondi in eguale misura tra il ministero degli esteri e il ministero per le attività produttive, ai quali sono stati assegnati 22,207 milioni di euro ciascuno per gli anni 2001 e altrettanti per il 2002. Altri 7,23 milioni di euro sono stati invece destinati alle iniziative che saranno prese direttamente dalle regioni ed enti locali. Quest'impegno definisce realisticamente quel che é e sarà il campo d'azione delegato all'Italia nella «divisione internazionale del lavoro diplomatico» disegnata a Washington e in poche altre capitali che contano. Altri ambiti d'azione, altre ambizioni appaiono fuori luogo e fuori misura, per il «sistema Italia» attuale, anche se il peso specifico del nostro paese, la sua collocazione geografica continuano a conferirgli potenzialmente un ruolo di primo piano. Se solo ci fossero una politica e dei politici. E non é semplicemente problema di Berlusconi e del centro-destra, visti i disastri combinati in questo campo dai governi di centro-sinistra.

Più di un osservatore aspettava la conferenza in corso alla Farnesina se non altro per assistere alla soluzione del rebus riguardante il ministro degli esteri. Attesa ingenua, a dir poco. Berlusconi ha detto che ci vorranno ancora mesi. E ha ragione, se ci si attiene alle regole vigenti della politica politicante. Perché in ballo non é solo la nomina del suo successore agli Esteri, ma un rimpasto di governo. Non si tratta di riempire una casella importante, ma di ridisegnare gli equilibri tra le forze della coalizione di governo. E per quanto Forza Italia continuerà a fare la parte del leone, non potrà occupare la poltrona della Farnesina - che non a caso fu affidata a un tecnico, a Renato Ruggiero - senza «compensare» An e i post-democristiani in qualche modo. Un rimpasto, appunto.

La Farnesina sarà pure riformata, non certo gli antichi riti della politica.


Autore: Guido Moltedo
Fonte: Il Manifesto




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