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Ocse e UE: «Basta fondi pubblici, da oggi solo investimenti privati»

20.07.2002

È passata sotto silenzio una vicenda grave di questi giorni. Parliamo del vertice di Vienna di giovedì scorso dei ministri balcanici dell'economia, presieduto dal coordinatore del Patto di stabilità peri Balcani, Erhard Busek, dal ministro dell'economia austriaca Marten Bartenstein e dal vice-segretario dell'Ocse, Richard Hecklinger. Alla fine i ministri di Albania, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Moldavia, Romania e Jugoslavia (Serbia e Montenegro) hanno firmato una dichiarazione a dir poco riduttiva per «migliorare il clima per investimenti nella regione». Migliorare? Il fatto é che al vertice le istituzioni europee sono invece venute per dire chiaro e tondo come stanno le cose. L'incremento dell'Europa sud-orientale dovrà in gran parte essere infatti finanziato con «capitale privato dall'estero», dato che né le risorse esaurite della regione, né l'aiuto pubblico da stati esteri o dall'Unione europea potranno sostenere economicamente la ricostruzione delle infrastrutture dei paesi balcanici, ha candidamente dichiarato il ministro Bartenstein a nome del Patto di Stabilità, per il quale il settore privato «è la chiave per una duratura crescita economica di questa regione». Nonostante un calo del 40% di investimenti diretti esteri registrato l'anno scorso a livello mondiale, «il capitale privato c'è e deve essere attratto e utilizzato in maniera efficace e conveniente». Ma per l'Unctad-Onu, 750 miliardi di dollari sono stati investiti in paesi stranieri nel 2001, e solo 4,4 miliardi nell'Europa sud-orientale. Anche il rappresentante Ocse Hecklinger ha messo in rilievo l'importanza di nuove fondazioni «di ditte private nella produzione, nel commercio e nel terziario». Il coordinatore del Patto di stabilità, Busek, ha insistito sull'importanza della collaborazione tra i singoli paesi - quelli che vivono l'incerto stato di «non-guerra» -, dato che «i potenziali investitori considerano questa regione come un tutt'uno». Non poteva l'Europa pensarci prima, nel 1991-1992, a lasciarla come un «tutt'uno» invece di riconoscere le patrie etniche?

Al vertice sono stati distribuiti i dati dell'austriaco Istituto per studi economici comparati (Wiiw), secondo il quale la crescita economica nei Balcani si aggirava attorno al 6,2% nel 2001, mentre Slovenia, Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia hanno raggiunto crescite del 2,2 %. Dati che dimenticano che la guerra ha azzerato ogni capacità produttiva, quasi tutto viene importato nei Balcani, così la «crescita» rilevata é relativa a questo Zero assoluto. Insomma, le istituzioni europee, dopo tante promesse, danno il ben servito e indicano il salvifico settore privato. Eppure la crisi, anche armata, non é conclusa nei Balcani che restano non-pacificati.

No, le cose non stanno proprio come le raccontano i governi europei e le opposizioni istituzionali, come le ha raccontate per esempio Piero Fassino all'Internazionale socialista di Lubiana quando, pur ricordando l'importanza di salvaguardare la stabilità nei Balcani, ha sostanzialmente confermato che «negli ultimi due anni c'è stata una crescente stabilizzazione e pacificazione dei Balcani». é vero il contrario. La ferita balcanica resta aperta. Valga per tutte quel che é accaduto «in questi due anni» in Macedonia, con l'innesco di una guerra etnica proveniente dalla tuttora irrisolta condizione del Kosovo e dal ruolo ambiguo dei contingenti Nato occidentali, Usa in primis, che avrebbero dovuto salvaguardare pace e sicurezza. Che accadrà della tanto strombazzata stabilità, che qualcuno ha pensato bene di sanare a suon di bombardamenti aerei nel 1999? E sì che sarebbe giusto almeno parlare di «danni di guerra» e ricostruzione dovuta per tutti i paesi danneggiati dell'area, a partire da Belgrado.

La ferita resta aperta. Giacché, proprio in questi giorni, lo scenario che si apre é quello di paesi in preda a uno scontro politico, etnico o anche intestino e comunque tale da mostrare elezioni anticipate in ogni paese dell'area. Il 15 settembre in Macedonia, più che irrequieta, con scontri armati ancora nella zona di Tetovo, di frontiera con la Serbia e il Kosovo, e dove le ultime leggi parlamentari su amnistia e introduzione nelle sedi parlamentari della lingua albanese, ancora non soddisfano; il 29 settembre in Serbia, per decisione della maggioranza parlamentare che sostiene il governo del premier Zoran Dijndijc, elezioni però giudicate ieri «premature» dal presidente jugoslavo Vojslav Kostunica; il 6 ottobre, anche qui anticipate, nel delicatissimo Montenegro, con l'attuale presidente Djukanovic incriminato per mafia in Italia, e dove ieri é stato sciolto il parlamento; in più in Albania nei prossimi giorni ci sarà la staffetta - tutt'altro che tranquilla - tra l'attuale premier Pandeli Majko e Fatos Nano. Una stagione di nuova conflittualità. Se si aggiungono le pressioni ipernazionaliste in Croazia e l'incerta situazione in Bosnia, divisa da Dayton e dove si sviluppa, tra l'altro, in silenzio, la caccia ai presunti integralisti musulmani di Al Qaeda da parte della Nato.

Con il pericolo che il nuovo affidamento delle sorti economiche dei Balcani all'iniziativa «privata» apra un nuovo fronte: quello dei cosiddetti «corridoi» attrezzati. Già molti paesi ne erano esclusi, alimentando la tensione nazionalista. Ora, «finalmente» siamo alla globalizzazione: il conflitto sarà anche sugli interessi materiali delle aziende private occidentali. Ma arriveranno senza finanziamenti pubblici?


Autore: Tommaso Di Francesco
Fonte: Il Manifesto


Per approfondire: Notizie di Economia



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