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Moni Ovadia: la voce dello straniero

19.06.2002 - Rovigo

"Ama lo straniero per ciò che di lui ti assomiglia e anche per ciò che é diverso da te". Le parole risuonano limpide, ma lievemente storpiate in una dizione che fa il verso a se stessa e recupera un tono sospeso e padano. Sull'ipotetico palcoscenico del Teatro Tenda di Pezzoli, Moni Ovadia é arrivato vestito di scuro, pronto a dimenare la sua stazza sulla sedia, cercando di appropriarsene con il corpo, spostando i microfoni, cercando un libro per una citazione, togliendosi e rimettendosi in testa la kippà. Accanto a lui, issato quasi su un'alta pedana, c'era un giovane e appassionato virtuoso di fisarmonica Albert Florian Mihai, uno zingaro che viene dalla Romania e che ha cominciato a suonare durante i matrimoni. Moni Ovadia é invece un ebreo che si porta dentro una specie di concentrato dell'erranza e dell'esilio, un'identità imprendibile, che nell'alternanza di fughe e appartenenze improbabili dissolve in un sottile filo di fumo l'origine bulgaro-giudaica. Come per Elias Canetti, altro ebreo di Bulgaria, l'identità coincide semmai con la lenta e dolorosa conquista della lingua. Ma Ovadia ci scivola su con l'azzardo del paradosso: "in due rappresentiamo tutta la diaspora europea. Uno zingaro e un ebreo. Più nomadi di così non si può". Il pubblico ride e sta al gioco, né poteva essere diversamente. é un pubblico motivato, sensibile e ricettivo, che raramente perde una battuta o un'allusione. E lui, ebreo istrione e malinconico, buffone e sapiente, lo sa e continua ad essere quel "teatrante che sa cantare, sa pensare, sa un po’ scrivere e sa un po’ mettere insieme degli spettacoli". Spettacoli che girano su se stessi fino a quando uno ci si trova dentro fino al collo, senza ben sapere come.

Sono venuti in tanti a vederlo ed ascoltarlo, l'altra sera a Pezzoli, sotto un tendone in cui invece di un filo d'aria circola una famelica e temibile brigata di zanzare, mentre si tira il collo per guardare il teatrante che riempie di sé il palcoscenico di cemento alto poco più di un metro, senza pendenza, con quattro colonnine che sostengono un tetto di lamiera, due faretti ai lati e il neon al centro. Sul fondo un gran cartello bianco scritto in rosso: "la memoria, il sorriso, l'impegno". Tre o quattrocento persone, difficile contarle!

Il programma prometteva "La bottiglia vuota", un monologo con canzoni e melodie klezmer alla fisarmonica che si insinua nel mondo lontano dello "chassìdim". Ma Moni Ovadia preferisce rincorrere parole e concetti, che sono la sostanza stessa del suo mondo. Ecco un perfetto incastro di definizioni, per convincerci (ma non é difficile: é tutto così autentico) che lo straniero é l'altro che vive in noi, senza neppure che lo sappiamo. Estranei a noi stessi, come dice Julia Kristeva, e il nodo delle origini non finisce mai di svolgersi e aggrovigliarsi intorno ai nostri esili. Ecco il peso della parola, tanto importante da "poter generare mondi interi". Parola scritta e parola orale, la prima ci restituisce la presenza di Dio e la seconda "crea perché canta". E la "legge" (quella di Dio e quella di Kafka) "è contenuta tra due canti" ed é proprio il canto a trasformare la parola in racconto. Ma in un mondo in cui il vuoto é occupato e non c'è più il silenzio e non c'è più il buio, non si può raccontare.

Ma é proprio questo raccontare l'impossibilità (l'impossibilità di dire e di vedere, di essere e di esistere in un posto solo) che diventa misteriosa attrazione, consenso spontaneo con la sola mediazione della parola e del canto, in un rincorrersi di nomi antichi e odierni, barzellette e storielle yiddish, anagrammi e precetti religiosi. Tanto che alla fine, dopo i virtuosismi mirabolanti di Mihai sulla tastiera della sua fisarmonica, non possiamo che riconoscerci nelle ultime parole di Ovadia: "non avete visto niente, avete udito solo una voce". Ma che voce!


Autore: Sergio Garbato
Fonte: Il Resto del Carlino




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