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Ribellione dei parrocchiani di Trevi per il dono del tempio agli ortodossi

06.06.2002 - Roma

Anche le chiese hanno un’anima. Specie quelle di Roma. Dove per "anima" s’intende una storia, una personalità, uno stile, un’atmosfera. E si ribellano - sommessamente - se quell’anima gliela si vuol cambiare all’improvviso. Che dire poi se una chiesa racchiude nelle sue tenebrose viscere i «precordi» (cuore, polmoni e viscere) di ben 23 pontefici dal 1590 al 1903? Stiamo parlando della chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio di fronte alla Fontana di Trevi che, il 24 maggio scorso a Sofia, il Papa, dinanzi al patriarca Maxim, ha annunciato di voler donare in uso liturgico alla comunità ortodossa bulgara di Roma. Il "gesto" del dono da parte del Papa è stato magnifico e ricco di significati. Pari al suo desiderio-tentativo di abbracciare il fratello patriarca bulgaro, anche se lui ha steso ben lunga la mano e l’abbraccio è stato rinviato a tempi migliori. Tuttavia, l’"oggetto" del dono - la chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio (per cortesia: è la "S" plurale, da non leggere "Santissimi") mal si presta come chiesa degli ortodossi bulgari. Una «lettera aperta» di alcuni abitanti-fedeli del rione Trevi alle Loro Eminenze i cardinali Sodano e Ruini «vuole sollecitare un adeguato ripensamento, onde evitare anche dissidi tra i diversi riti e sollevamento di malumori nel quartiere». La lettera è molto rispettosa, scritta in punta di penna come si suol dire, e precisa sotto tutti i profili: sembra proprio scritta dai Padri Cistercensi che officiano la chiesa. L’altro giorno, al rosario serotino, forse per una coincidenza, abbiamo visto la comunità orante passata da 2-3 a 4-5 monaci. In effetti, rispetto a molte chiese del centro che sono chiuse o semichiuse, questa è visitata da molti fedeli-turisti i quali, pur dopo aver ammirato la celeberrima fontana, bevono un sorso d’acqua spirituale in questa chiesa restaurata nel 1650 a spese del famoso cardinal Giulio Mazarino: vi trovano il SS.mo da adorare, la Madonna di Fatima e i SS. Simone e Giuda Taddeo da venerare. Insomma, ha una sua individualità pastorale e soprattutto è una "presenza" cattolica in uno dei luoghi più visitati di Roma. Non parliamo poi dei suoi quarti di nobiltà storica: fu la chiesa parrocchiale del Quirinale, residenza dei papi finché non ne furono cacciati. Per essere la parrocchia di palazzo, aveva il forse un po’ lugubre onore di conservare, in vasi sigillati, i «praecordia» dei pontefici quando venivano imbalsamati. A fianco dell’altare, due lunghe lapidi (mal abbinabili ad una iconostasi bizantina) informano in latino che Sisto V volle che le parti molli dei papi vi trovassero adeguata sepoltura. Lo è stato fatto da Sisto V a Leone XIII, con qualche assenza come quella di Pio IX.


Autore: Orazio Petrosillo
Fonte: Il Messaggero




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