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L’uomo di Sofia: «Solo calunnie contro di noi E’ ora che il Papa ci assolva pubblicamente»

23.05.2002 - Sofia

«Lei chiede se mi aspetto il perdono del Papa? Ma quale perdono? Nella religione cristiana si perdona un colpevole, non un innocente. Il pontefice ha subito un grave attentato; io e due compatrioti abbiamo subito un’infame calunnia. Non so che cosa sia più grave».

E’ rosso in volto, Todor Ayvazov, 58 anni, uno dei tre bulgari che furono accusati d’aver armato la mano di Ali Agca per uccidere il Papa.

Quando gli chiedo se desideri incontrare Giovanni Paolo II, che oggi arriva a Sofia, risponde schermendosi: «Nessuno mi ha invitato. Però una cosa gli chiederei: che riconosca, almeno indirettamente, la nostra innocenza e quella della Bulgaria. Spero lo faccia».

Non è stato facile convincere Ayvazov a rilasciare quest’intervista. La vicenda del «complotto» lo tormenta da 20 anni. Però ammette: «Sono stato più fortunato degli altri due: Serghej Antonov, il caposcalo della compagnia aerea Balkan, arrestato dalla polizia italiana alla fine di ottobre del 1982, poi assolto, è un uomo malato, distrutto, assente. L’addetto militare in Italia, Jelio Vassilev, è morto in un incidente stradale 7 anni fa. Sono rimasto io, Ayvazov Todor, ex cassiere dell’ambasciata a Roma. Ora sto meglio. Ho un negozio di materiale fotografico e cerco di dimenticare quell’orrenda macchinazione».

Lei sostiene d’essere stato incastrato. Ma perché avrebbero scelto proprio lei?

«E che ne so? Forse, per sostenere la responsabilità della Bulgaria, non bastava il povero Antonov. Forse avevano bisogno di un militare (Vassilev) e di uno che maneggiava i soldi dell’ambasciata. Ero io che firmavo le autorizzazioni: conto al Banco di Roma, agenzia 11. In quegli anni ero assediato dai problemi: in Italia c’era un’alta inflazione e spesso tornavo a Sofia per chiedere adeguamenti. Quando fu arrestato Antonov, ero qui, per discutere con il mio responsabile finanziario».

Allora si disse che lei era fuggito in tempo.

«Ma scherza? Il giorno dopo l’arresto di Antonov ero all’aeroporto, pronto a tornare a Roma, via Belgrado. Il volo fu rinviato di 24 ore, causa nebbia. Quando, il giorno dopo, mi ripresentai, l’aereo era già decollato: la visibilità era migliorata e il pilota non voleva rischiare. Mi rivolsi a un amico della Balkan perché mi trovasse un altro volo. Dovevo assolutamente arrivare in Italia. Ottenni un passaggio, via Zurigo. Avevo già imbarcato il bagaglio, quando fui raggiunto da Marin Petkov, ex console a Roma, che avevo incontrato appena un’ora prima perché mi doveva consegnare alcune lettere da portare in Italia. Mi disse che Roma aveva chiesto la revoca della mia immunità diplomatica perché ero accusato per l’attentato al Papa, e che le nostre autorità, temendo che fossi riuscito a salire sull’aereo decollato in anticipo, aveva ordinato al pilota di fare dietrofront. Rimasi a Sofia. I miei capi temevano che, se fossi rientrato a Roma, mi avrebbero riservato lo stesso trattamento di Antonov». (Marin Petkov, in un’intervista, ha sostenuto che Antonov sarebbe stato sottoposto a lavaggio del cervello, per creare zone grigie nella memoria: «Non ricordava più neppure il nome dei parenti. Sua moglie lo lasciò»).

Le basta l’assoluzione per insufficienza di prove?

«No. Sono vittima di una grave ingiustizia».

Tornerà a Roma?

«Lo spero. Mio figlio, vent’anni fa, fu costretto a rientrare con mia moglie. Frequentava il liceo. Sì, un po’ l’Italia mi manca. Chissà. Ora siamo quasi alleati, vero?»


Autore: Antonio Ferrari
Fonte: Corriere della Sera



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