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Il trenino a pedali, sulla via dell’Oriente, non ha trovato Alien

19.04.2002 - Trieste

Nella maggior parte dei casi chi torna da un viaggio lontano, di solito, ha distillato di quell’esperienza alcuni caricatori di diapositive. Paolo Rumiz, Francesco Altan ed Emilio Rigatti sono invece tornati dalla loro «scampagnata» in bicicletta da Trieste a Istanbul con due libri.

Di Rigatti è uscito da poco più di un mese «La strada per Istanbul» (Ediciclo); Rumiz, battuto allo sprint, manda ora in libreria «Tre uomini in bicicletta». Un viaggio, tre partecipanti, due libri. Un bel record. Soprattutto considerando che uno dei tre, Altan, esprime il suo talento con il disegno e non con la scrittura.

«In effetti quel viaggio è stata un'ebollizione creativa continua», scherza Rumiz, che, insieme a Rigatti, l’altra sera è salito alla Trattoria sociale di Contovello per parlare del suo nuovo libro davanti a un bicchiere di vino e sulle note della «tamburica» di Alfredo Lacosegliaz. Lo strumento balcanico che ha il sapore di quell’Oriente che, profumato di minareti e mezzelune e del colore aureo della birra più buona del mondo, è stata la sirena che ha fatto muovere le pedivelle dei tre amici in direzione Istanbul.

Quando trovavate il tempo per scrivere?

Rumiz: «La sera. Non potendo scrivere in sella, avevamo un piccolo registratore che tiravamo fuori ogni volta che ci veniva un’idea, che volevamo trattenere un’impressione. Allora vedevi uno che scivolava in coda al gruppo e si metteva a bisbigliare nel palmo della mano. Una volta in Bulgaria, in una giornata di gran caldo mentre facevamo un pediluvio ristoratore, ho voluto mettere la testa in acqua e ho perso il magnetofono. Così da quella volta ho dovuto sfruttare il registratore di Rigatti, io gli gridavo le mie note e lui le ripeteva nel suo magnetofono».

Rigatti: «Io sbobinavo e trascrivevo tutto su due quaderni, uno più tecnico e l’altro più cronachistico. Poi mandavo qualche pezzo a un sito web che si chiama ”Bulgaria-Italia”».

Rumiz
: «Io invece devo ringraziare il direttore di ”Repubblica”, al quale prima di partire avevo proposto solo qualche articolo sul nostro viaggio e che, invece, si è entusiasmato al punto da farne la storia dell’estate. Il riscontro è stato incredibile. Per questo racconto ho avuto una reazione da parte dei lettori superiore a ogni altra esperienza. Ho ricevuto centinaia di e-mail e di lettere e nessuno di quelli che mi ha scritto era un ciclista supertecnologico».

La bici come strumento di cultura?

Rigatti: «La bicicletta diventa uno strumento di cultura quando oltre alle gambe si attiva anche il cervello. In questo senso non si pedala per fare muscoli ma per vedere. Paradossalmente anche un banale giro sotto casa può riservare sorprese, se ci permette di scoprire nuove prospettive».

Rumiz: «Il fatto è che ci siamo divertiti. Non eravamo lì a fare una cosa estrema né un’inchiesta giornalistica, eravamo lì a divertirci, e divertendoci riuscivamo a raccontare tutta una serie di cose sociali, personali, musicali, geopolitiche. Abbiamo attraversato tanti confini e una zona che nell’immaginario collettivo è fuori dal mondo, i Balcani».

Andare in bici fino a Istanbul è difficile o chiunque potrebbe farlo?

Rigatti: «Macché difficile, basta essere un cicloamatore. Molti hanno pensato che fosse un’impresa fuori dal comune e invece non lo era. In fondo potevamo fermarci quando volevamo».

Rumiz: «La vera difficoltà non sta nella fatica fisica, ma nella distanza psicologica che c’è tra quei luoghi e noi occidentali. Dopo la guerra il pregiudizio sui Balcani si è nutrito del timore che andando laggiù prima o poi succederà qualcosa. E invece il nostro viaggio ha dimostrato che si può arrivare a Istanbul in assoluta sicurezza. C’è una stupenda vignetta di Altan in cui un ciclista dice: i cani non ci mordono, la polizia non ci chiede il pizzo, nessuno ci aggredisce. E l’altro ciclista risponde: che lo facciano per confonderci le idee?».

Rigatti: «Effettivamente questo mostro virtuale che ci tiene tutti distanti esiste. Ma il miglior antidoto è proprio il viaggio, che facendo conoscere, avvicinando, mettendo in contatto, sgretola le paure».

Rumiz: «Non voglio parlare di politica, ma pensando che abbiamo un presidente del consiglio che fa anche il ministro degli Esteri e può fatalmente occuparsi solo delle cose importanti, l’Europa dell’Est, il luogo per eccellenza in cui si dovrebbe manifestare la politica estera italiana, è caduta nell’oblio più totale. Allora il nostro viaggio è stato l’ultimo episodio di ostpolitik italiana che ha costruito anche un immaginario collettivo. Molta gente ha detto: ma allora se ci vanno tre ciclisti e non gli succede niente di male, forse da quelle parti non c’è Alien».

Ma gli altri come hanno visto voi?

Rigatti: «C’era meraviglia nel vedere tre tizi che passavano in bici dove non ci sono biciclette. Dopo il primo sguardo di stupore, però, la gente capiva che, pur stranieri, non eravamo prevenuti se viaggiavamo in bici e non con le Mercedes blindate. Invece è curioso il modo in cui si vedono loro: prima di partire tanti bulgari mi hanno sconsigliato di andare mettendomi in guardia dalle terrificanti bande di cani randagi che si aggiravano a Sofia, cani che poi non abbiamo mai visto».

Rumiz: «Il fatto è che i balcanici si vedono peggiori di come sono. In questo il triestino gli assomiglia: non c’è nessuno più del triestino che ha un’opinione peggiore sul triestino»


Autore: Paolo Marcolin
Fonte: Il Piccolo



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