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Con l'allargamento a Est aumenterà la competizione

20.03.2002 - Roma

L'allargamento dell'Unione europea non deve essere temuto perché sarà un forte volano di sviluppo e di miglioramento del tenore di vita per le famiglie italiane. É il messaggio contenuto nel rapporto “L'allargamento ad Est: costi e benefici economici per gli attuali membri della Ue: il caso italiano” curato per la Commissione europea dall'economista Maurizio Grassini e presentato ieri all'Isae.

I risultati delle simulazioni di un modello econometrico molto complesso realizzato dal team di ricercatori dicono infatti che per effetto dell'ingresso nell'Unione europea dei Paesi dell'Europa centro orientale il Pil italiano potrà aumentare ogni anno dello 0,4% nel corso dei prossimi 10 anni (per le entrate fiscali l'incremento indotto sarà pari allo 0,15% del Pil). Grassini ha precisato che questo notevole risultato si ottiene sommando agli effetti diretti dell'allargamento anche quelli indiretti. Si tratta quindi di tener conto non solo dell'incremento dell'interscambio italiano con questi Paesi (che potrebbe essere scarsamente significativo) ma del fatto che il loro rapido ritmo d'espansione farà aumentare la velocità di crescita dell'intera Unione europea. Ha spiegato infatti l'autore del rapporto: “L'effetto dell'allargamento va valutato in una prospettiva di medio-lungo periodo. I Paesi candidati all'ingresso saranno per la Ue a 15 Stati delle vere locomotive, e porteranno di conseguenza una spinta propulsiva. L'ipotesi assunta dal modello è infatti che i primi 5 candidati all'ingresso (Estonia, Slovenia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca) continuino a crescere nei prossimi dieci anni a un ritmo che supera di 2 punti percentuali lo sviluppo medio della Ue a 15 e quindi rappresentino un valido traino per l'export del resto d'Europa”.

La ricerca sottolinea inoltre che le conseguenze sull'immigrazione derivanti dall'ingresso di questi Paesi “saranno limitate”: dai 46.888 residenti provenienti da 10 Paesi dell'Est nel 2002 si passa a quasi il doppio nel 2005, a 117.538 nel 2010 a 157.359 nel 2030. La struttura demografica di questi Paesi, del resto, è abbastanza simile alla nostra: anche loro hanno problemi di invecchiamento della popolazione.

Non tutti, però, condividono in modo acritico la tesi esposta dai ricercatori della Ue. Per esempio il professor Domenico Mario Nuti, che è uno dei maggiori esperti delle economie dei Paesi dell'Est, ha commentato: “Io non parlerei di locomotive in riferimento a questi Paesi, semmai parlerei di "piccoli rimorchiatori". Non dimentichiamoci che si tratta di economie che, eccettuata la Polonia, la Slovenia e l'Ungheria, sono a livelli di sviluppo inferiori a quelli del 1989. Inoltre, non sono da sottovalutare né l'impatto degli immigrati né il fatto che l'integrazione potrà assorbire ben più delle somme previste dal bilancio europeo”. Dal canto suo, il presidente dell'Ice, Beniamino Quintieri, ha sottolineato che “la specializzazione produttiva di quei Paesi è simile a quella italiana” e che, con una manodopera che ha costi bassissimi rispetto al costo del lavoro degli altri Paesi Ue “la competizione fondata sul prezzo è destinata a intensificarsi”.
 

Flussi migratori in Italia dall'Europa Centrale
  01/01/2000 % sul totale residenti stranieri
Polonia 29.478 2,20
Slovenia 3.720 0,28
Repubblica Ceca 3.429 0,25
Ungheria 3.690 0,28
Estonia 226 0,02
Romania 61.212 4,57
Bulgaria 7.378 0,55
Slovacchia 2.087 0,16
Lettonia 333 0,02
Lituania 450 0,03
Totale Paesi Europa Centrale 112.003 8,35
Totale Jugoslavia e Albania 225.809 16,84
Totale permessi di soggiorno in Italia 1.340.655 -
Fonte: Presidenza del Consiglio dei ministri

Autore: Rossella Bocciarelli
Fonte: Il Sole 24 Ore


Per approfondire: Notizie di Economia



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