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Da Trieste fino a Istanbul, in un sogno tutto da pedalare

06.03.2002 - Trieste

Ediciclo pubblica il libro di Emilio Rigatti che racconta l’impresa fatta in trio con Rumiz e Altan


All’appuntamento, Emilio Rigatti arriva in bici. Sulle prime ti stupisci, visto che arriva da casa sua, Ruda, nella Bassa friulana, poi ti meravigli di essere stupito. In fondo lui è uno che si è fatto una biciclettata da Trieste a Istanbul lunga diciotto giorni e 2 mila e 116 chilometri. Cosa saranno, allora, i quaranta chilometri fino a Trieste, tradotti in un’ora e mezzo di placida pedalata, dopo che l’estate scorsa si è consumato il sedere, e con lui i suoi «compagni di merende» Checco Altan e Paolo Rumiz, inseguendo il sogno di andare in bici a bere una birra a Bisanzio come se fosse il bar del paese?

Da una delle tasche della bici Rigatti tira fuori il suo libro «La strada per Istanbul» (Ediciclo, 14 euro), corposo diario di viaggio di quell’impresa, che ha in copertina una vignetta di Altan, tre omini che pedalano verso la luna d’oriente.

Come è nata l’idea di mettere un noto giornalista, un disegnatore di successo e un oscuro (si dice così) insegnante sulla «strada per Istanbul»?

«Il papà dell’impresa è stato Rumiz. Tre anni fa Paolo mi dice: perché non andiamo da Trieste a Istanbul in bici? Va bene, gli faccio, subito entusiasta dell’idea, ma poi è capitata la guerra in Kosovo e il viaggio è stato rimandato. Io però ogni anno rilanciavo il progetto e quando un professore con cui studio il serbo mi ha detto che ormai le cose si erano aggiustate ho contattato Rumiz, che però per quel periodo aveva altri progetti. Ad Altan invece non avevo detto nulla, non sospettavo si mettesse in un’impresa del genere».

E invece?

«La moglie di Checco, una sera che ero a cena da loro, mi fa: bell’amico che sei, vai a Istanbul e non lo inviti. Così abbiamo deciso di andare noi due».

Ma poi si è aggregato anche Rumiz.

«Quando ha saputo che facevamo sul serio ed eravamo ormai pronti ad andare non ce l’ha fatta a resistere».

Duemila e passa chilometri passati a spingere sui pedali: è stata dura?

«Ma no, non abbiamo fatto niente di estremo. Volendo, potevamo fermarci in ogni momento e infilarci a riposare in albergo, anche se poi non l’abbiamo fatto. L’unica fase davvero critica è stata in Bulgaria, quando abbiamo avuto un giorno bestiale di caldo e abbiamo patito l’inferno per trenta chilometri».

Non mi verrà a dire che chiunque può fare un viaggio del genere in bicicletta e in meno di tre settimane.

«Io dico di sì, però è chiaro che bisogna pensarlo per bene. Prima di tutto bisogna farsi le gambe: tre allenamenti alla settimana per tre mesi prima di partire. E poi il viaggio può essere frazionato in un’ottantina di chilometri al giorno, divisi tra mattina e pomeriggio».

Lei usa la bici tutti i giorni, deve avere una gran passione per le due ruote.

«Pensi che la bici non mi era mai piaciuta fino a quando sono andato in Colombia per un progetto di cooperazione. Era il 1988. Laggiù ho smesso di fumare e ho cominciato ad andare in bici. Ho pedalato sulle Ande, a volte rischiando la ghirba per la guerriglia, mi sono trovato in situazioni davvero imbarazzanti, con gente armata e ubriaca. Non c’è paragone con i rischi che si possono correre in Europa. Anzi, a noi è filato tutto liscio. Pensi che in tre abbiamo forato solo due volte...».

Tornando al vostro viaggio, che tipo di bagaglio vi siete portati dietro?

«Io sono partito con due costumi da bagno, tre magliette e due paia di pantaloncini, con il resto avevo in un totale sei chili di bagaglio. Altro che Rumiz, lui si è portato dietro anche la vestaglia e il blazer... poi però si è scocciato di tirarsi dietro tutti quei chili e li ha rimandati indietro».

Faccia un’analisi tecnica dei suoi compagni di viaggio.

«Altan è un diesel, va piano, non si ferma mai e arriva dappertutto. Rumiz, invece, ha la fortuna di avere un fisico bestiale, magari non va molto in bici, ma anche senza allenamento è uno che non molla mai, è un agonista nato. Lo abbiamo visto quella volta in Bulgaria, quando ci siamo anche incazzati».

Volevo ben dire, possibile che i tre uomini in bici non abbiano mai avuto voglia di mandarsi al diavolo?

«Un volta sola, quando per andare da Sofia a Plovdiv invece di fare la strada diretta Altan e io volevamo deviare per vedere le montagne. Rumiz non era d’accordo e abbiamo avuto una discussione piuttosto accesa, per così dire. Ma Paolo è uno sportivo e alla fine, sia pure urlandoci che eravamo pazzi, si è messo a ruota».

Qual è il posto più bello che ha visto?

«Sono stati diversi. Direi gli argini della Sava, subito dopo Zagabria, una trentina di chilometri tra il fiume, i campi e le cicogne, poi la valle della Krka e poi un’altra vallata fiorita, in Bulgaria, un luogo dove la gente, macedoni turchi, cura la propria valle come fosse un giardino».

Il libro è fatto di ricordi, pensieri, impressioni di un momento. Come ha fatto a ricordarle tutte, andando in bici non poteva scrivere.

«Usavo il registratore e la sera scrivevo tutto su due quaderni: in uno annotavo distanze, medie, vento, pendenze, nell’altro riportavo la cronaca del viaggio per il sito web «Bulgaria-Italia» a cui ogni due, tre giorni mandavo un pezzo da un internet café. Il libro è nato così, quasi per caso».

Senta, Rigatti, dica la verità: perché lo avete fatto?

«Per tirare fuori il bambino che è in noi, come ha detto Altan. E adesso non è mica finita, anzi, il gioco continua».

In che senso?

«Appena tornato ho venduto la macchina e da allora vado sempre in bici dappertutto e con qualsiasi tempo, che debba andare a Padova a trovare mia madre oppure ad Aquileia alla scuola dove insegno. Anche stanotte, dopo la cena a casa di amici, me ne tornerò a casa in bici».


Autore: Paolo Marcolin
Fonte: Il Piccolo



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