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Premio Nonino, un no corale ai totalitarismi

26.01.2002 - Percoto (UD)

Un "Nonino" più aggiornato, lungimirante e al tempo stesso anticonformista e politicamente corretto di quello archiviato ieri a Percoto è difficile immaginarlo. Due infatti i messaggi lanciati con forza e allegria da questo angolo di vecchio Friuli, che profuma di lavoro, di cultura e... di grappa: primo, la resistenza contro ogni forma di razzismo e totalitarismo; secondo, la necessità, e quasi l'urgenza, di trasmettere la memoria alle giovani generazioni, prima che i testimoni dei disastri delle vecchie siano scomparsi. Due appelli che assumono particolare rilievo nell'odierna concomitanza con la Giornata della Memoria, ma che a Percoto sono stati coniugati con leggerezza e vitalità, assegnando il premio "maestro italiano del nostro tempo" alle scuole infantili di Reggio Emilia, note in tutto il mondo («ma non in Italia», ha punzecchiato i media il regista Ermanno Olmi leggendo la motivazione) per l'originalità del loro progetto educativo.

A ricevere il premio c'erano ieri il responsabile del progetto, due educatrici e una delle mamme fondatrici degli asili, nel dopoguerra; a metterci i bambini, però, sono state le sorelle Nonino, che hanno incrementato la piccola tribù dei nipoti di Gianola e Benito di ben due fiocchi rosa, Gaia e Caterina, che quest'anno hanno messo un po' in ombra il battesimo del nuovo "Gioiello", l'acquavite di miele di castagno. E non è escluso che proprio questa "botta di vita" possa aver influito sulla scelta di premiare gli asili reggiani, in cui si sarebbe fatto sentire più che altrove il carisma di nonna Gianola: scelta, peraltro, risultata assai appropriata, messa in relazione con i temi e le modalità di approccio degli altri due premiati, lo scrittore rumeno Norman Manea, residente a New York, e il saggista bulgaro Tzvetan Todorov, da tempo trapiantato a Parigi.Sono loro itestimoni (vittime, ma anche fieri oppositori) del secolo dei totalitarismi, a cui spetta tramandare ai più giovani la memoria delle due maggiori tragedie mai escogitate dall'uomo, i gulag comunisti e i lager nazisti. Loro gli esuli, che vivono sulla propria pelle - prima per obbligo, ora per scelta - la separazione dalla propria terra e dalla propria lingua. Loro glistranieri, portatori - come milioni di altri migranti - di una diversità non sempre ben accetta, al cui apprezzamento le giovani generazioni devono essere educate: con passione, impegno, competenza, allegria, proprio avviene negli asili di Reggio, nella convinzione che dal rispetto della "diversità" dei bambini nasce un arricchimento complessivo della società.

Eccoli in cattedra, dunque, i maestri Norman (Manea) e Tzvetan (Todorov), presentati rispettivamente da un Claudio Magris complice e partecipe («Ci siamo conosciuti in una gita alle cascate del Niagara - ha ricordato - vestiti da pompieri, e ci siamo messi a ridere l'uno dell'altro»), e da un Emmanuel Le Roy Ladurie austero e compreso. Diversi che più non si potrebbe, nonostante ad accomunarli ci siano l'età (sono entrambi poco più che sessantenni), l'origine est-europea, la loro vita attuale lontano dalla patria. E naturalmente la loro opposizione alla perversione del potere.

Manea - rotondo, pacioso, quasi timido - parla per primo, in un curioso inglese sobrio e pacato, ed è una "lezione" che commuove, al tempo stesso dolente e divertita, consapevole e consolatoria. Ci sono dentro i ricordi della sua infanzia in un campo di concentramento e il terribile shock dell'11 settembre a New York, la sua visione della storia come un circo impazzito e la sua disincantata perlustrazione dei sotterranei del potere, quella penombra in cui, come ha detto Magris, «è difficile distinguere fra verità e menzogna, fra il chiamarsi fuori e l'essere complici». È il tema de "La busta nera", il suo libro più noto (assieme a "Ottobre, ore otto" e a "Clowns"), censurato nella Romania di Ceausescu, ma ripubblicato integro nell'89, e in italiano da Baldini & Castoldi due anni fa. Ecco ancora la sua scoperta della letteratura, in un libro di fiabe letto un pomeriggio di luglio del '45, nella «miracolosa banalità di un ambiente normale»: la lettura e la scrittura come "malattia salvifica", la lingua come patria spirituale, e la consapevolezza del suo ruolo di scrittore-resistente alle lusinghe, alle minacce, alla stupidità del potere, e al tempo stesso di "segreto manovale dell'amore" al servizio dell'umanità: anche se Manea sa bene che «difficilmente l'uomo imparerà ad amare il suo prossimo come se stesso e lo straniero come fosse il suo vicino. Quello che succede nel mondo dimostra che le persone non sono pronte a imparare dall'esperienza passata». Ma lui continua a testimoniare, con ferma dolcezza, anche dopo le Twin Towers, il terrorismo, la guerra. «Non oso sperare, come fece Dostoevskij, che la bellezza possa salvare il nostro mondo. Ma possiamo sperare - conclude - che possa ancora avere un ruolo nel consolare e riscattare la nostra solitudine».

Anche Todorov parte dall'11 settembre, ma la sua è una lezione in un francese dai toni eleganti e dai contenuti taglienti, in cui utilizza i suoi antichi strumenti di semiologo ma soprattutto le acquisizioni raccolte nel suo ultimo libro - "Memoria del male, tentazione del bene" - per demolire sia le ragioni della "guerra santa" che quelle della "guerra giusta" contro il terrorismo. «I protagonisti hanno interesse a presentare il conflitto come una guerra del bene contro il male - sostiene - ma le loro dichiarazioni non vanno prese per buone. Le guerre sono sempre condotte in nome di nobili ideali e il fanatismo stesso è sempre esistito. Il terrorista dell'uno, lo sappiamo bene, non è altro che il combattente per la libertà dell'altro, capo di Stato in potenza... Non è una novità nemmeno che degli esseri innocenti siano stati vittime dell'attacco, come "danni collaterali": non solo questo avviene in tutti gli attacchi terroristici, ma diverse sono anche le popolazioni che sono state colpite dall'intervento militare americano, basti pensare a Belgrado e a Bagdad, a Panama e al Guatemala, ad Hanoi e a Pnom Pen, a Hiroshima e a Nagasaki...»

Farebbe inorridire Bush, la lezione dell'elegante fuoriuscito bulgaro, del maestro di umanesimo e di liberalismo. Ma piacerebbe probabilmente ad un altro reduce dello strutturalismo linguistico, quel Noam Chomsky che per aver sostenuto le stesse tesi è stato messo al bando dalla stampa Usa. Qui invece Todorov riceve applausi convinti, anche dall'austero V. S. Naipaul, il Premio Nobel, ennesimo coccolatissimo fiore all'occhiello del Premio.Ma Todorov non si ferma qui nella sua analisi. «La novità degli attentati dell'11 settembre - prosegue - è che hanno rivelato l'accresciuto potere degli individui o dei gruppi di individui rispetto agli Stati». Individui-terroristi, attenzione, ma anche «individui o gruppi di individui che, senza alcuna legittimità politica, possono, schiacciando un tasto del computer, tenere i propri capitali dove sono o trasferirli altrove, e così gettare un paese nella disoccupazione, scatenare disordini sociali o contribuire ad evitarli. Mettere questi individui di fronte alle loro responsabilità non è più facile che catturare gli autori degli attentati». Vengono in mente le agonie di tanti paesi del Sud del mondo, le convulsioni argentine. Agnoletto, Bertinotti, Casarini non saprebbero dire meglio.Ma la lezione di Todorov lascia segni ben più profondi, perchè viene da chi ha sperimentato il collettivismo e ne ha rivelato le perversioni, ha studiato le utopie e ne ha denunciato con forza il rischio liberticida, ha scommesso sulla società liberale e adesso ne vede la pericolosa involuzione: «Il pericolo che minaccia le nostre società - prosegue inesorabile - non è solo la conseguenza di attacchi esterni, ma dipende anche da tratti caratteristici delle nostre stesse società, tratti dei quali andiamo addirittura fieri». E intende la realizzazione dell'individuo, la libertà di cui godono i cittadini, la permeabilità delle frontiere, l'accesso generalizzato al sapere, la flessibilità dei media. Di fronte a tutto questo Todorov non accetta la scorciatoia del "governo mondiale", non crede nell'Onu e nemmeno nel Tribunale internazionale dell'Aia, asservito «agli interessi degli Stati Uniti» e distratto ad esempio sul dramma dei palestinesi. Crede ancora nello Stato-entità politica (non lo Stato-nazione o etnico), oppure anche in un raggruppamento di Stati come l'Europa, che sappia proteggerci da un lato dal «potere smisurato degli individui», dall'altro «dalla tutela vincolante di un gendarme universale». Un mondo policentrico e pluralista, insomma, in cui l'equilibrio garantisca la reciprocità e l'espressione delle diversità, possibile solo se ricordiamo che «l'esistenza umana - come diceva Montaigne - è destinata a rimanere per sempre un giardino imperfetto». Un mondo dunque in cui siano banditi i totalitarismi, anche quelli, come ha denunciato Ermanno Olmi, che si presentano nella forma meno appariscente, più accattivante, ma non per questo meno pervasiva.

«Grazie perchè ci fate crescere e migliorare», ha chiosato Gianola Nonino, offrendo a tutti il torrone Verdese "Canelin" appena premiato col Risit D'Àur. E via con le grappe, i galani e i balli tradizionali. La vita è adesso.


Autore: Sergio Frigo
Fonte: Il Gazzettino



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