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La tratta delle donne dell'Est in Europa occidentale

18.12.2001

Lo smantellamento in Francia, tra il 18 e il 25 settembre, di due centri di prostituzione di giovani donne di origine bulgara mostra la crescente importanza che vanno assumendo questi circuiti. Particolarmente colpite appaiono le donne dei paesi dell'ex blocco sovietico, vittime di una vera e propria tratta messa in piedi da reti internazionali della criminalità organizzata. Un fenomeno cui l'Europa occidentale risponde in maniera del tutto inadeguata.

Irina è una ragazza moldava. A diciott'anni lascia la sua città, Chisinau (Moldavia), attirata dalla promessa di un lavoro come cameriera a Milano. Prende il treno, scortata da un uomo che le fa attraversare la Moldavia e la Romania. Quando poi le sequestrano il passaporto, attraversa diverse frontiere clandestinamente o con la complicità dei doganieri. Si ritrova in Albania. Lì comincia l'inferno. È venduta più volte, fino a trovarsi nelle mani di uno sfruttatore albanese che la «condiziona» facendole subire stupri a ripetizione. Siccome si rifiuta di cercare clienti per strada, è picchiata e rivenduta a un altro protettore albanese che, a sua volta, la brutalizza e la stupra. Infine la portano in Italia a bordo di un canotto a fondo piatto che sfugge ai radar. Il suo calvario finisce quando la polizia italiana la ferma e la trasferisce in un centro d'accoglienza.
Irina è una «Natacha», come sono generalmente chiamate le prostitute venute dall'Est. Il suo tragico destino è simile a quello di migliaia di donne dell'Europa orientale, divenuta uno dei principali bacini per il reclutamento della prostituzione, in concorrenza con Asia, Caraibi e Africa. Secondo Bjorn Clarberg, dell'Interpol, «tra le due parti dell'Europa è esploso il business dello sfruttamento sessuale».

Nell'epoca della globalizzazione, si globalizza anche la tratta delle donne. Così come c'è un banditismo su larga scala, esiste ormai un sfruttamento della prostituzione su larga scala, che genera notevoli profitti (si veda il box nella pagina a fianco).
Il crollo dell'impero sovietico e la disgregazione della Jugoslavia hanno causato un'accelerazione di questo fenomeno, la cui causa è nota: la miseria. Se in genere sono rapite, ingannate o sedotte, a volte queste donne scelgono consapevolmente di intraprendere questa strada. Sperano di guadagnare abbastanza per tornare nel loro paese e dare da vivere alla loro famiglia. Tre quarti di loro non si sono mai prostituite prima.

Sul continente europeo si è delineata una suddivisione geografica del traffico, con paesi «fornitori» (Russia, Ucraina o Romania), paesi di transito (per lo più gli stati dell'ex Jugoslavia e l'Albania) e paesi destinatari (Italia, Germania, Francia). Il traffico è in continua espansione. La forte redditività della prostituzione spiega in parte quest'esplosione. Ma soprattutto, come rileva Gérard Stoudmann dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), è «un business molto meno pericoloso del traffico di droga, perché non esiste ancora alcun quadro giuridico internazionale per combatterlo».

Mosca, uno dei principali centri di reclutamento, rifornisce i mercati tedesco (La maggior parte delle 7.000 prostitute di Berlino viene dall'Est), polacco e asiatico. Secondo Eleonora Loutchnikova, funzionario comunale moscovita, 330 «società» russe praticherebbero questo tipo di «commercio», tanto che ogni anno sarebbero spedite all'estero 50mila donne. In Polonia, le prostitute straniere sono concentrate sulle grandi arterie che portano in Germania. La stessa cosa avviene nella Repubblica ceca, dove si ritrovano ucraine e russe. In Bulgaria, secondo l'associazione Animus, sono circa 10mila le giovani donne cadute nella rete degli sfruttatori. Il loro viaggio a volte si rivela fatale, come per quelle due ragazze morte di freddo nel gennaio 2000 mentre tentavano di varcare la frontiera con la Grecia, dove avrebbero dovuto lavorare come entraîneuses.

Per le rumene e le moldave, l'odissea comincia spesso a Timisoara, dove vengono attirate da procacciatori locali. Prosegue poi all'Arizona Market di Brcko, il più gran centro di contrabbando della Bosnia-Erzegovina, oppure a Novi Sad, in Serbia. Qui si è sviluppato un vero e proprio «mercato delle schiave». Trafficanti rumeni mettono all'asta ucraine, moldave, rumene, bulgare e russe. Spogliate ed esibite, sono acquistate per circa 1.000 marchi (511,3 euro) da protettori serbi che, prima di inviarle in Albania, le stuprano e le maltrattano. Questo è quanto è successo a Nicoleta, studentessa moldava di diciassette anni, picchiata e stuprata da uno sfruttatore serbo prima di essere venduta all'asta in un deposito abbandonato di Belgrado. Finita nelle mani di un altro serbo, ha passato due mesi in una casa chiusa di Podgorica, in Montenegro, per poi essere rivenduta per 2.500 dollari (2.709 euro) ad un albanese ancora più brutale. A Sarajevo, il ministro della giustizia svedese ha incontrato una giovane donna che era stata venduta diciotto volte.

Stesso sinistro scenario nel Kosovo dove, per riprendere l'espressione di Pasquale Lupoli, responsabile locale dell'Organizzazione internazionale per le emigrazioni (Oim), le case chiuse sono «cresciute come funghi» dopo l'arrivo sul posto di 50mila soldati della Kfor, degli impiegati della Missione delle Nazioni unite nel Kosovo (Unmik) e del personale delle organizzazioni non governative. Le donne, in genere moldave, ucraine, rumene e bulgare, sono vendute all'asta per un prezzo che varia dai 1.000 ai 2.500 dollari (1084 e 2709 euro) a protettori kosovari. «Queste donne sono state ridotte in schiavitù» ha dichiarato il colonnello dei carabinieri Vincenzo Coppola dopo averne liberate 23 a Pristina e Prizren (Afp, 24 aprile 2000). L'anno scorso, soltanto 460 donne sono state liberate dalle 350 case chiuse bosniache, mentre a entrarvi clandestinamente sarebbero state quasi 10mila.

Secondo Stoudmann, l'ex Jugoslavia costituisce il centro nevralgico del crimine organizzato «infiltrato nelle strutture dello stato fino ai livelli più alti». Secondo Julia Harston, rappresentante dell'Onu a Sarajevo, la Bosnia è allo stesso tempo «una destinazione finale, un luogo di passaggio e un punto di partenza del traffico di donne».
Quest'ultimo è «molto ben organizzato, senza distinzione di nazionalità, etnia o religione», secondo il capo della polizia internazionale (Iptf), Vincent Coeurderoy. In Macedonia, il villaggio di Velezde, dove si contano non meno di sette bordelli, funziona da centro regionale della prostituzione nelle mani della mafia albanese (A livello internazionale le azioni continuano ad essere sporadiche: polizia nei bar, rimpatrio di due danesi accusati di essere clienti di prostitute, dimissione forzata di ufficiali americani, apertura di un'inchiesta sulla presenza di soldati tedeschi della Kfor nelle case chiuse che utilizzano adolescenti). Qui, uno sfruttatore come il temibile Bojko Dilaler, guadagna più di 20mila euro al mese.

L'Albania svolge un ruolo di primo piano in questo traffico. Benché abituato alle atrocità, il capo dell'Ufficio centrale di repressione per la tratta degli esseri umani (Ocrteh), Christian Amiard, ha fatto fatica ad accettare che «esistono veri e propri campi di asservimento dove le ragazze sono stuprate e addestrate». Se le donne si rifiutano, i protettori albanesi non esitano a torturarle con bruciature, scosse elettriche e amputazioni; oppure eliminandole.

Tana de Zulueta, membro della Commissione parlamentare italiana antimafia, sostiene che «gli albanesi hanno creato un vero e proprio cartello della prostituzione», allacciando rapporti d'affari con altre organizzazioni criminali e diversificando le proprie attività. Come nel caso di una potente organizzazione criminale che operava in Abruzzo, smantellata dai carabinieri: oltre ad obbligare giovani donne dell'Europa orientale a prostituirsi, si era lanciata nel commercio della droga. Secondo il ministero degli Affari sociali, l'Italia conta circa 50mila prostitute, per la metà straniere. Il giro d'affari che ne deriva ammonta, secondo stime minime della polizia, a 93 milioni di euro al mese.

In Francia, la prostituzione che arriva dall'Europa dell'Est si è imposta all'attenzione dell'opinione pubblica nel novembre 1999 con l'omicidio di Ginka, una bulgara di diciannove anni, ritrovata morta in un boulevard parigino colpita da ventitré coltellate. Le prostitute dell'Est, arrivate in modo massiccio da due o tre anni, rappresentano, secondo Amiard, più della metà delle straniere, ormai numerose quanto le francesi. A Nizza sono soprattutto croate, russe e lettoni; a Strasburgo ceche e bulgare; a Tolosa albanesi. A Nizza, la polizia ha smantellato una rete bulgara che raccoglieva almeno 200mila franchi al mese (30.490 euro), inviati poi in patria con vaglia postali e investiti nel settore immobiliare. A Parigi, la metà delle 7.000 prostitute sarebbero straniere - di cui 300 albanesi. Claude Boucher, responsabile dell'associazione Bus des femmes, sottolinea che una prostituta dell'Est ha da 15 a 30 clienti al giorno, perché è costretta a consegnare al suo protettore da 3.000 a 6.000 franchi (tra 457 e 914 euro) se non vuole essere picchiata. In totale, la prostituzione coinvolge 15mila donne e produce un giro di affari annuo stimato sui tre miliardi di euro.
Le reti albanesi in genere hanno sede in Belgio, soprattutto a Bruxelles, dove si scontrano con kurdi e turchi per il possesso delle «case chiuse», e ad Anversa, dove sono state censite 450 prostitute dell'Est.
Ed è da qui che controllano le giovani albanesi, kosovare e moldave che fanno lavorare a Parigi e nelle altre grandi città francesi.
I centri di sfruttamento delle ucraine, ceche, slovacche e bulgare passano soprattutto attraverso la Germania; sfruttatori e prostitute alloggiano in un albergo di Kehl, senza che la polizia tedesca possa intervenire, visto che non commettono reati. Le donne varcano ogni giorno il Pont de l'Europe per andare a «battere» a Strasburgo, dove il loro numero è raddoppiato in cinque anni.

Per tentare di arginare il fenomeno, nell'agosto 2000 la capitale alsaziana ha emesso un'ordinanza che proibisce lo stazionamento di auto su alcuni lungofiume. A Londra, le autorità hanno migliorato l'illuminazione pubblica e riorganizzato la circolazione nei quartieri caldi di Tooting e di King's Cross, nel tentativo di scoraggiare i clienti. Ma queste misure non fanno che spostare il problema. E rendono evidente l'imbarazzo dei paesi occidentali di fronte ad un fenomeno nuovo di dimensioni travolgenti. Un fenomeno che prospera nel quadro dello spazio di Schengen e sfrutta sia le disparità tra le legislazioni nazionali che la compartimentazione delle procedure giudiziarie.
L'Europa occidentale, in effetti, non è preparata e resta profondamente divisa tra regolamentazione e abolizionismo (si veda il box nella pagina). Nel primo caso la prostituzione è considerata un male necessario, che va opportunamente controllato per motivi sociali, sanitari e morali. Nel secondo la si giudica incompatibile con la dignità della persona umana sancita nella Convenzione internazionale contro la prostituzione del 1949. Divergenti su tutto, i paesi europei sono d'accordo solo su un punto: la prostituzione individuale non costituisce reato.

Benché la prostituzione sia un riflesso delle diseguaglianze fondamentali tra uomini e donne, ricchi e poveri, Nord e Sud, Ovest e Est, i francesi sembrano condividere l'indifferenza delle istituzioni pubbliche.
Martine Costes, dell'organizzazione Metanoya, sottolinea il fatto che la gente si commuove più del prelievo di organi a scopo di lucro o dell'affitto di uteri di madri portatrici che della mercificazione sessuale. Secondo un sondaggio Sofres del maggio 2000, il 52% della popolazione francese considera la prostituzione un male inevitabile.

Il cosiddetto «mestiere più vecchio del mondo» servirebbe da «scudo contro lo stupro». Questo argomento tende a occultare una tragica realtà: l'80 % delle prostitute avrebbe subito abusi sessuali nell'infanzia. La prostituzione non è un'attività professionale; è lo sfruttamento della donna da parte dell'uomo.

Invece di limitarsi al dibattito appassionato tra abolizionismo e regolamentazione, sarebbe meglio occuparsi delle vere vittime, le prostitute, salvarle da quel «suicidio quotidiano» di cui ci parla Jacques Millard, dell'associazione Le Nid. L'idea che la prostituzione sia inevitabile deve essere sradicata. La Francia e i suoi partner europei devono definire un politica globale che colleghi repressione, prevenzione e reinserimento.

In Francia, è urgente aumentare le capacità operative dell'Ocrteh, che dispone solo di quattordici funzionari di polizia. In Europa, potrebbe essere creato un Osservatorio europeo sulla prostituzione, sulla falsa riga di quello sulle droghe. Servirebbe ad approfondire questo fenomeno multiforme, complesso e poco studiato, a conoscerne i bisogni e a promuovere azioni.
Poiché, come ha sottolineato l'ex ministro britannico dell'interno Jack Straw, «i soli che abbiano qualcosa da temere da una maggiore cooperazione europea sono i criminali che sfruttano le differenze tra le legislazioni», appare prioritario armonizzare le legislazioni nazionali e le procedure penali, dando una «definizione comune» dei reati e adeguando le «soglie di sanzione». Attualmente, gli sfruttatori rischiano un minimo di sei mesi di carcere in Germania, due anni in Irlanda, quattro anni in Danimarca, cinque anni in Francia.
Oltre a programmi specifici contro lo sfruttamento delle donne e dei minori (Stop, Daphné), l'Unione europea, nel quadro del «terzo pilastro» (affari interni e giustizia), tende a rafforzare la lotta contro le organizzazioni criminali sia con Eurojust che con Europol, favorendo la costituzione di squadre d'inchiesta che lavorino in comune. L'operazione congiunta delle polizie tedesca, ucraina e austriaca ha già permesso, nell'aprile 2001, di smantellare una rete che sfruttava ragazze bielorusse, prima rinchiuse in case di piacere della Sassonia e della Turingia, poi rivendute a locali notturni austriaci.

Malgrado le forti pressioni dei paesi favorevoli alla regolamentazione, nel dicembre 2000 è stata registrata a Palermo un'importante vittoria sul piano della cooperazione internazionale con la firma, da parte di 124 paesi, della Convenzione dell'Onu contro la criminalità transnazionale organizzata. Il protocollo addizionale sulla tratta umana, anche se approvato solo da 80 stati, costituisce, secondo la de Zulueta, uno «strumento innovatore», perché raccomanda di accordare un permesso di soggiorno alle vittime della prostituzione.

La Commissione europea studia la realizzazione di questa disposizione, già applicata in Belgio (dal 1995) e in Italia (dal 1998). Così, i centri Payoke di Anversa, Pag-asa di Bruxelles e Sürya di Liegi hanno fornito, in cinque anni, formazione e sussidi a 700 prostitute che collaborano alle inchieste. Quanto al permesso di soggiorno concesso dalle autorità italiane, esso permette a queste donne di usufruire dei servizi sociali, di studiare o lavorare. E Livia Turco, ex ministro italiano della solidarietà, ricorda che «nel 2000 sono stati concessi seicento permessi».
La polizia francese, invece, preferisce procedere a indagini senza apettare obbligatoriamente che la prostituta sporga denuncia contro il protettore. Sicuramente questa procedura evita rappresaglie. Ma le prostitute straniere restano vulnerabili, perché sono considerate clandestine e come tali rischiano l'espulsione dal paese. È quindi necessario concedere loro ufficialmente lo status di vittima, sia per proteggerle che per permettere loro di reinserirsi nella società.
Il che non è affatto facile: per una Nicole Castioni, che siede nel Parlamento ginevrino dopo aver battuto per cinque anni il marciapiede di rue Saint Denis, per una Yolande Grenson, che dirige l'associazione Pandora dopo essersi prostituita per diciassette anni in Belgio, quante altre non riusciranno ad uscire dal giro a causa delle leggi inadeguate, delle strutture carenti, del personale insufficiente?

Una politica di reinserimento deve prevedere capacità di ascolto, accoglienza e aiuto, deve coinvolgere istituzioni pubbliche e associazioni.
È un partenariato indispensabile, poiché spesso le prostitute hanno paura a confidarsi con le autorità, come dimostra l'evidente fallimento dei servizi dipartimentali di prevenzione e riadattamento sociale istituiti in Francia nel 1960, tutti chiusi eccetto cinque.
L'ambiente associativo è un'interfaccia la cui utilità è riconosciuta da Mireille Ballestrazzi, della Direzione centrale della polizia giudiziaria francese. È dunque opportuno riattivare le commissioni dipartimentali create nel 1970 e oggi lasciate cadere; esse permetterebbero infatti di condurre un'azione coerente sul campo, perché riuniscono rappresentanti dei vari servizi pubblici e delle associazioni interessate.

Finora lo stato ha ampiamente delegato la sua missione di reinserimento alle associazioni. Attive, generose, presenti sul terreno, queste ultime (come Altaïr a Nizza, Cabiria a Lione, Pénélope a Strasburgo, Le Pas a Digione) dispongono di mezzi limitati, mentre il loro lavoro aumenta a causa dell'arrivo massiccio di popolazioni di cui peraltro ignorano la lingua e la cultura. Nel dipartimento delle Alpes Maritimes, per esempio, l'associazione Alc ha dovuto aggiungere al suo personale una mediatrice russa. I lavoratori sociali e i volontari dovrebbero poi essere formati ai problemi della prostituzione, come ha fatto la Ddass del dipartimento della Loire-Atlantique.

È dunque urgente aumentare le sovvenzioni versate alle associazioni e renderle stabili attraverso convenzioni, come suggerisce la senatrice socialista Dinah Derycke, la quale propone anche di moltiplicare il numero dei centri di accoglienza e degli interventi sul campo, di prevedere un aiuto finanziario (o addirittura una moratoria sulle azioni giudiziarie a carattere fiscale), di offrire programmi di formazione; d'immaginare sbocchi professionali...

Un buon modello di riferimento può essere l'azione tentata da alcune associazioni cattoliche italiane. Per esempio Regina Pacis, a San Foca, piccola stazione balneare della Puglia, dove il parroco, don Cesare Lodeserto, accoglie una sessantina di donne dell'Est salvate dalle grinfie dei protettori. O ancora quella di don Oreste Bensi, un prete di Rimini che è riuscito a reinserire più di 1.000 prostitute.
Il precedente governo italiano si era impegnato a fondo nel problema, lanciando, nell'autunno 2000, una campagna televisiva di sensibilizzazione.
Per Livia Turco, si trattava di una «esperienza unica in Europa», che presenta due risvolti: da un lato informava con chiarezza i potenziali clienti delle violenze inflitte alle prostitute; dall'altro offriva a queste ultime «una possibilità di salvezza» grazie ad un numero verde in servizio ventiquattro ore su ventiquattro, che, in meno di due mesi, avevaa ricevuto 47mila chiamate. In totale, quasi mille straniere hanno già beneficiato del programma di reinserimento. Nello stesso tempo, l'Italia si è impegnata a sostenere la formazione professionale delle nigeriane rimpatriate, le quali, per esempio, studiano informatica o restauro nel Centro di Benin City.

Questo esempio mostra l'importanza delle operazioni condotte verso e con i paesi di origine delle prostitute. Ed è tanto più vero per la prevenzione. L'Oim, per esempio, ha organizzato in Ungheria una campagna di sensibilizzazione utilizzando brochures e spot audiovisivi.
Per combattere gli annunci economici che attirano le bulgare con false promesse di lavoro, Sofia ha pubblicato la lista delle imprese autorizzate a reclutare manodopera per inviarla all'estero.
Avvertire le donne dei rischi che corrono non dispensa dall'informare gli uomini. Che siano trafficanti, protettori o clienti, sfruttano le donne a livelli diversi. Una volta stabilito che i protettori devono essere puniti, i clienti vanno forse penalizzati, come avviene in Svezia? O curati, come in Canada? Oppure educati, come in California?

Il dibattito rimane aperto.
In ogni caso, bisogna cambiare mentalità. E si deve cominciare dalla scuola, insegnando agli adolescenti, nell'ambito dei corsi di educazione sessuale, la drammatica realtà della prostituzione: Bisogna che prendano coscienza che essa è una grave violazione dei diritti umani, che il corpo umano è inalienabile e che non esistono prostitute felici.


Autore: Franšois Loncle
Fonte: Le Monde Diplomatique - Il Manifesto
Traduzione: G.P.




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