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Bulgaria: tra populismo revanscista e NATO

18.05.2001

Disoccupazione, militarizzazione, populismo di destra e discriminazione nazionale: la Bulgaria, sotto l'apparente ruolo di "oasi di stabilità" nei Balcani, cova al suo interno tutti gli elementi per una crisi futura.

La Bulgaria governata dal 1997 dalla SDS del premier Ivan Kostov, forza di destra che fa parte del Partito Popolare nel Consiglio d'Europa, è stata negli ultimi anni una beniamina dei governi e dei diplomatici occidentali. I motivi sono semplici: nel paese non sono in atto conflitti nazionali aperti, le piazze del paese sono raramente luogo di manifestazioni di lavoratori, studenti o pensionati, i dati macroeconomici sono recentemente tornati al segno positivo, il capitale occidentale compra a buon prezzo aziende in svendita e i vertici del paese sono sempre ben disposti a offrire il proprio spazio aereo o il proprio territorio alle organizzazioni militari occidentali. L'esperienza della vicina Macedonia, fino all'anno scorso definita ancora una "oasi di pace" nei Balcani, è tuttavia uno degli esempi più istruttivi di come, dietro a una cortina di stabilità, possano covare gli elementi per una profonda crisi. Pur con le dovute differenze, la situazione in Bulgaria è sotto molti aspetti simile a quella in atto fino a poco tempo fa nel paese confinante.

UN ESERCITO DI DISOCCUPATI...

Terminato il "congelamento" dovuto alla situazione di tensione nell'area in seguito alla guerra del Kosovo, nel 2000 le privatizzazioni sono riprese in Bulgaria a tutto ritmo. In prima fila, soprattutto per quanto riguarda la privatizzazione delle grandi aziende, vi sono stati gli italiani e i greci, le cui modalità di operare nel paese sono state sottoposte a dure critiche da parte dei media locali non irregimentati. Per molte altre aziende, la privatizzazione è avvenuta con il metodo delle cosiddette "società operaie-manageriali", un sistema escogitato già dal precedente governo dei socialisti (ex comunisti), che dietro alla facciata di maggiore tutela degli interessi dei lavoratori, ha consentito in realtà una consegna di larghi settori dell'economia alle lobby manageriali e burocratiche, sia del governo di sinistra che di quello successivo di destra. Il risultato di queste privatizzazioni a doppio binario è stato quello di un aumento vertiginoso della disoccupazione reale, che tocca attualmente circa il 27%, anche se con abili alchimie statistiche (non vengono classificate come disoccupate le "persone scoraggiate" che hanno ormai rinunciato a cercare attivamente un lavoro) il governo Kostov registra un dato ufficiale del 16%. In alcune aree del paese, come quelle nord-occidentali al confine con la Serbia, il tasso di disoccupazione arriva al 50%, mentre in quelle a maggioranza turca, a sud, si arriva a punte dell'80% e addirittura del 90%. In molte di queste aree vi è una forte presenza di piccole imprese del settore tessile e calzaturiero, che lavorano per l'esportazione (o sono direttamente di proprietà estera, spesso italiana) sfruttando un costo della manodopera di poco superiore a quello di paesi come il Bangladesh. I dati macroeconomici, come quello del Prodotto Interno Lordo (PIL), che nel 2000 è aumentato del 5,6%, non offrono quindi un'immagine reale del paese, come d'altronde è una costante nei Balcani, dove a suo tempo l'Albania di Berisha, la Jugoslavia di Milosevic e la Croazia di Tudjman hanno registrato tassi di aumento del PIL anche di gran lunga maggiori.


...AL SERVIZIO DELLA NATO

La Bulgaria è ufficialmente uno dei paesi candidati alla seconda ondata di ampliamento della NATO a est. Anche se tale nuovo ampliamento è stato rinviato a tempi indefiniti, il paese continua a seguire una politica rigidamente filoatlantica e a svolgere nel frattempo sullo scacchiere balcanico un ruolo per nulla secondario, in particolare in seguito alla guerra del 1999 e all'apertura del conflitto anche in Macedonia. Nel 1999 il governo della SDS aveva concesso l'uso del proprio spazio aereo alla NATO per gli attacchi contro la Jugoslavia, negandolo invece alla Russia, su pressioni del Patto atlantico, nel giugno del '99, nelle ore critiche in cui alcuni reparti di Mosca avevano preceduto quelli NATO nell'arrivo a Pristina, consentendo così di evitare un rafforzamento delle truppe russe in Kosovo. Successivamente, Sofia è stata uno dei principali centri operativi della politica diplomatica USA nei Balcani, sia per quanto riguarda i mercanteggiamenti con Milosevic sia nel supporto all'allora opposizione serba, con la quale la SDS ha tradizionalmente ottimi rapporti. Un nuovo salto di qualità il governo bulgaro lo ha fatto con l'aprirsi della crisi in Macedonia nel marzo scorso. Già nel 1999, poco prima dell'inizio della guerra tra NATO e Jugoslavia, Sofia aveva donato a Skopje, su pressioni occidentali, circa 150 carri armati e altrettanti cannoni, una fornitura importante, visto che fino ad allora la Macedonia disponeva di soli quattro carri armati. Queste armi sono state massicciamente utilizzate dall'esercito macedone nei combattimenti della primavera di quest'anno contro l'UCK. Con l'inizio di tali azioni militari in Macedonia, Sofia ha cercato per alcune settimane di proporsi come braccio armato della NATO, offrendo per bocca del presidente della repubblica Stojanov di inviare proprie truppe a sostegno dell'esercito macedone contro i "terroristi" albanesi. Tale invio non si è poi realizzato, ma la Bulgaria ha inviato, con l'accordo dell'Occidente, altre ingenti forniture militari, la cui composizione è stata coperta da segreto di stato. Inoltre, Sofia ha nuovamente offerto il proprio territorio alle operazioni dell'alleanza atlantica, conferendo al proprio governo, prima dello scioglimento del parlamento in vista delle elezioni di giugno, la facoltà di decidere senza un voto del parlamento (in violazione, quindi, della costituzione) l'eventuale transito di truppe NATO verso la Macedonia, mentre nel frattempo era già stato autorizzato il transito di contingenti ucraini diretti a Skopje per fornire assistenza militare. Con l'aprirsi della crisi in Macedonia e la conseguente destabilizzazione di quest'ultima, la NATO ha dato chiari segni di volersi organizzare al fine di un eventuale utilizzo della Bulgaria come propria retrobase logistica per le operazioni in Kosovo e per potenziali operazioni nella stessa Macedonia. La Bulgaria ha infatti concesso a truppe USA della NATO l'utilizzo di un vecchio aeroporto nei pressi della città di Plovdiv per costruirvi una base dell'alleanza, che inizialmente verrà utilizzata solo per aerei spia senza pilota. Inoltre, le Forze interbalcaniche di pronto intervento, di stanza in Bulgaria e delle quali fa parte, unico paese esterno all'area, anche l'Italia, hanno anticipato a giugno la scadenza per la loro definitiva operatività, prevista inizialmente per la fine del 2001. Lo spirito con cui le autorità di Sofia si stanno sempre più mettendo al servizio della NATO è stato enfaticamente sintetizzato dalla frase del capo di stato maggiore dell'esercito, Mihov, secondo cui "l'intero stato, e non solo l'esercito, deve prepararsi per la NATO".

LA FARSA DEL MODELLO ETNICO BULGARO

Le autorità di Sofia si vantano da tempo del fatto che la Bulgaria sarebbe un "modello di pace etnica" per gli interi Balcani, sostenute e approvate nelle loro affermazioni dall'Occidente e in particolare dagli USA. Se è indubbiamente vero che in Bulgaria vi è una "pace etnica", nel senso che negli ultimi dieci anni non vi sono stati conflitti di carattere nazionale, non è comunque possibile attribuirne il presunto merito alle politiche del governo. Nonostante la costituzione definisca la Bulgaria come "stato mononazionale", nel paese vivono svariate minoranze, in particolare una minoranza turca (9% circa), concentrata soprattutto nel sud e nel nord-est del paese, una musulmana di lingua bulgara (i pomachi, non registrati come minoranza, la cui consistenza è valutabile come compresa tra il 2% e il 3%) e una rom (tra il 4% e l'8%). Sebbene nel paese siano espressamente vietati i partiti "etnici", esiste un partito, il DPS (Movimento per i Diritti e le Libertà), che di fatto è il partito di riferimento dei turchi e dei musulmani. Guidato da un personaggio ambiguo, Ahmed Dogan, questo partito si è sempre preoccupato di utilizzare il proprio elettorato come arma per fare l'ago della bilancia tra quelli che finora sono stati gli unici due grandi partiti bulgari, la SDS e il BSP (socialisti, ex comunisti), ottenendo spazio politico a livello locale in cambio della garanzia della passività dei turchi e dei musulmani. Esiste un partito più radicale dei turchi di Bulgaria, il Partito Democratico Turco guidato da Adem Kenan, espulso anni fa dal DPS per avere chiesto l'autonomia delle regioni a maggioranza turca, che tuttavia è illegale. Le minoranze nazionali godono in Bulgaria di diritti di gran lunga inferiori rispetto a quelli, per esempio, degli albanesi nella vicina Macedonia - non solo sono vietati partiti che le rappresentino direttamente ed esplicitamente, ma sia a livello dell'istruzione, sia in quello dei media esse sono fortemente discriminate. Se a questo si aggiunge la gravissima situazione sociale in cui vivono turchi, pomachi e rom, si ha un quadro in cui la "pace etnica" è chiaramente frutto solo di decenni di politiche di assimilazione e repressione che hanno frammentato e privato di strumenti politici queste nazionalità: il "modello etnico" bulgaro non è quindi altro che una facciata di stabilità, dietro alla quale si sta accumulando il potenziale per un futuro conflitto.

L'EX ZAR: LA RIVINCITA DEL POPULISMO DI DESTRA

A partire dall'autunno del 1999, quando ha ottenuto una netta sconfitta alle elezioni amministrative, la SDS del premier Ivan Kostov si è trovata ad affrontare una lunga e travagliata crisi, che ha visto restringersi sempre di più i consensi di cui il partito gode tra i bulgari e, contemporaneamente, intensificarsi le lotte intestine tra gruppi di potere. Se ciò da una parte ha avuto l'effetto positivo di mettere freno alla tendenze autoritarie di cui la destra al governo aveva dato prova (dal controllo dei media, a quello del sistema giudiziario e alle tendenze revansciste nei confronti della Macedonia), dall'altra ha aperto larghi spazi al discorso politico populista in virtù del clima di insoddisfazione e di frustrazione venutosi a creare in conseguenza delle mancanze di prospettive sociali e politiche. La SDS ha infatti perso consensi non solo tra il più numeroso gruppo sociale del paese, quello dei pensionati, presso il quale non aveva mai goduto di ampi favori, ma anche tra i gruppi che nel 1997 avevano costituito lo zoccolo duro del suo elettorato: i giovani e i ceti medi urbani (un termine, va precisato, molto approssimativo nella realtà bulgara) che vivono di piccole attività imprenditoriali. Questa insoddisfazione non è stata sfruttata dagli ex comunisti del BSP, anch'essi divisi al loro interno e incapaci di proporre alternative valide in grado di fare dimenticare almeno in parte l'esperienza disastrosa del loro precedente governo: l'unica mossa politica rilevante di questo partito nell'ultimo biennio è stata quella di una svolta filoatlantica, che gli ha alienato sicuramente parte del proprio elettorato. Fino a pochi mesi fa, quindi, si prospettava per le elezioni politiche del 17 di giugno di quest'anno (non ancora svoltesi nel momento in cui scriviamo) una massiccia astensione degli elettori. Tuttavia, nel marzo scorso ha fatto la sua comparsa ufficiale sulla scena politica bulgara l'ex zar Simeon, in esilio a Madrid dal 1946 e figlio di Boris III, il monarca che a suo tempo si era alleato con i fascisti italiani e i nazisti tedeschi, grazie ai quali aveva "riconquistato", durante la Seconda guerra mondiale, la Macedonia. Dopo che è stata respinta dalla Corte costituzionale la sua candidatura alle presidenziali del prossimo autunno, Simeon ha deciso di mettersi alla guida di un proprio movimento che parteciperà alle elezioni parlamentari. La sua tattica è stata molto astuta: massicciamente presente nei media, ha evitato accuratamente di pronunciarsi sui suoi programmi politici, puntando tutto sulla sua figura di "erede al trono", di uomo estraneo alla politica e di businessman. Le indagini sociologiche indicano che è stata proprio la sua reticenza a guadagnargli alti consensi e che, paradossalmente, se avesse formulato fin da subito dei programmi politici concreti si sarebbe esposto al rischio di perdere l'aura trascendentale che si è attribuito. Nel momento in cui scriviamo, a metà maggio, i sondaggi più affidabili gli attribuiscono percentuali molto alte, fino a un 35% dei consensi, che all'atto del voto potrebbero trasformarsi addirittura nella maggioranza assoluta. Nonostante il suo silenzio sui programmi, le mosse politiche finora messe in atto da Simeon consentono in buona misura di individuare quale sarà l'agire del suo movimento. L'ex zar si è infatti dotato di un potere pressoché dispotico all'interno del proprio movimento, mentre sul piano esterno le sue frequentazioni, per quanto spesso reticenti e nebulose, sono indice di tendenze ben precise: dall'ala della chiesa ortodossa più vicina all'ex regime nazional-comunista di Zivkov, deposto nell'89, al movimento "Zastita" formato da ex ufficiali dei servizi segreti e dell'esercito di tale regime, passando per i suoi consiglieri politici appartenenti alle fazioni più reazionarie della galassia anticomunista, e per il miliardario Corny, legato alla mafia russa, fino a Solomon Pasi, leader della ricca lobby filo-NATO nel paese, l'ex zar è riuscito finora a raccogliere intorno a se tutto quello che di peggio vi è stato sulla scena bulgara negli ultimi venti anni. Alcuni suoi botta e risposta sibillini con la SDS al governo lasciano inoltre pensare che non sia da escludere qualche forma di collaborazione tra le due forze politiche dopo le elezioni. Qualunque sarà il risultato che Simeon otterrà alle elezioni, in Bulgaria si è aperto un capitolo apertamente populista e revanscista che, come la storia dei Balcani degli ultimi dieci anni dimostra, non potrà che trascinare il paese in una crisi ancora più grave di quella che già sta vivendo. Nelle relazioni tra la Bulgaria e l'Italia, quest'ultima già intensamente presente nel paese a ogni livello, un eventuale ruolo di primo piano di Simeon nella vita politica bulgara non rimarrà senza conseguenze: fatte le dovute differenze di contesto, il modello del suo partito ricorda da vicino quello di "Forza Italia" e la sua figura di ex monarca lo rende vicino alla destra nostalgica italiana, proprio nel momento in cui la Casa delle Libertà di Berlusconi e di Fini ha ottenuto la vittoria alle elezioni. Simeon, inoltre, è nipote di Vittorio Emanuele III, avendo suo padre Boris III sposato una Savoia nell'ambito della politica di espansione italiana nei Balcani tra le due guerre. Non è quindi certo un caso che "Il Giornale" del fratello di Silvio Berlusconi e "Il Secolo d'Italia" organo di Alleanza Nazionale gli abbiano dedicato ciascuno nello stesso giorno, l'11 aprile scorso, un articolo calorosamente elogiativo.

Questo articolo Ŕ un'anticipazione dal n. 80 di Guerre&Pace, che uscirÓ a luglio.
Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile concessione.


Autore: Andrea Ferrario
Fonte: Notizie Est - Balcani


Per approfondire: La Bulgaria e la NATO | Le basi militari USA in Bulgaria

Per approfondire: Speciale Elezioni 2001



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20.05.2001Commento [francesca]
"...Non è quindi certo un caso che "Il Giornale" del fratello di Silvio Berlusconi e "Il Secolo d'Italia" organo di Alleanza Nazionale gli abbiano dedicato ciascuno nello stesso giorno, l'11 aprile scorso, un articolo calorosamente elogiativo."

Meno male che ci possano essere altri pareri che quelli di Andrea Ferrario, il quale dimostra di essere un giornalista essenzialmente soggettivo, monodirezionale.


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