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Bulgaria, Macedonia e Albania i Paesi più sensibili alla crisi

22.04.1999

Prima la crisi russa, poi il colpo di freno della crescita economica nell'Unione europea. Infine la guerra, con le ondate di profughi che premono ai confini di Paesi dalle economie già stremate, con i ponti distrutti di Belgrado e Novi Sad e la conseguente semiparalisi delle rotte commerciali sul Danubio. Si combatte e si muore in Serbia, Montenegro e Kosovo ma é un'intera regione - quella balcanica – a entrare in cortocircuito.

All'assemblea annuale della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo é stato impossibile quantificare l'impatto del conflitto sulle economie dell'area. Gli esperti ritengono però che tale evento accentuerà in maniera ancor più drammatica le differenze ta l'Europa Centro-orientale e quella balcanica, entrambe aree d'intervento e finanziamento della Bers.

I Paesi in transizione del cosiddetto primo gruppo (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Estonia e Slovenia) dovranno affrontare una sensibile contrazione della domanda esterna e quindi un ridimensionamento delle prospettive di crescita, ma il loro percorso di riforme é già tracciato, così come l'integrazione con l'Europa ha già assunto carattere di irreversibilità. Bulgaria e Romania, invece, data la loro maggior debolezza strutturale, sembrano decisamente più esposte: “Per Bucarest c'è il rischio concreto d'insolvenza se non si raggiungerà al più presto un accordo con il Fondo monetario internazionale - osserva Verner Varga, vicedirettore del Dipartimento economico alla Creditanstalt di Vienna. Quanto alla Bulgaria, oltre all'impatto dell'ondata di profughi, il Paese potrebbe risentire di un rallentamento dell'afflusso di investimenti diretti dall'estero legati al processo di privatizzazione”.

Un altro Paese in "prima linea", anche se soprattutto a livello geopolitico, é l'Ungheria. Non assimilabile in nulla alle altre economie dell'area si trova però in una scomoda posizione strategica: come nuovo membro Nato deve svolgere gli obblighi contrattuali - primo fra tutti il controllo alla frontiera di materiale sospetto proveniente dall'Est - ma deve anche mantenere difficili rapporti con Mosca, da sempre fiancheggiatrice del regime di Milosevic e ora senza dubbio irritata per la mancanza di un confine più permeabile al passaggio di aiuti d'ogni genere verso la Serbia. “L'impatto diretto del conflitto sull'economia - continua Varga - sarà però limitato.

L'Ungheria fa parte di quel gruppo di Paesi che hanno da tempo riorientato il flusso degli scambi. Due terzi delle esportazioni sono dirette infatti verso l'Unione europea e i problemi maggiori deriveranno proprio dal rallentamento della congiuntura tra i Quindici”.

Fonti Bers confermano la criticità della situazione finanziaria in Romania “poiché sono in scadenza a giugno pagamenti sul debito estero per circa un miliardo di dollari”. Esponenti del Governo di Bucarest ritengono imminente un'intesa con il Fondo monetario internazionale per la concessione di un credito stand-by da 315 milioni di dollari:

“Nessuno - continuano alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo - e tantomeno il Fondo, ha interesse a rendere ancora più instabile la Romania sotto il profilo sociale ed economico, soprattutto in un momento come questo. Credo anzi che il conflitto abbia accelerato i tempi per un'intesa”. Si tratta inoltre, per le aziende italiane, del più importante mercato di riferimento dell'area: le nostre esportazioni, nel periodo gennaio-novembre '98, hanno raggiunto i 3.198 miliardi di lire, a fronte di investimenti diretti per circa 250 milioni di dollari e con la presenza di oltre 6mila imprese miste italo-romene.

Resta tutto da valutare, invece, l'impatto dell'afflusso dei profughi sull'economia albanese, che proprio negli ultimi mesi aveva evidenziato i primi sintomi di miglioramento. Secondo la Bers la forte accelerazione della crescita registrata lo scorso anno (+8%), va però “rapportata al contesto di crisi e anarchia che ha vissuto il Paese nel '97 e dal basso livello dal quale é partita l'economia”. Si evidenzia inoltre come buona parte dell'attività sia generata dalle rimesse degli albanesi all'estero e dalla ripresa degli aiuti internazionali. Gli equilibri sono precari, “con sacche di povertà da Terzo mondo e persistenti focolai di tensione sociale – come sottolinea un funzionario dell'Onu -: un Paese nel quale il reddito medio annuo può essere paragonabile allo stipendio di una settimana di un soldato della Nato di stanza nella regione”.

“L'effetto negativo sul turismo - continua Varga di Creditanstalt - si farà sentire soprattutto in Paesi come la Croazia. Zagabria, inoltre, aveva avviato da poco il primo serio programma di privatizzazione del settore alberghiero”. La percezione generale é quella di un'area che già prima della guerra esercitava uno scarso appeal nei confronti degli investitori stranieri, almeno in termini di grandi cifre e grandi aziende. Il rischio - politico e commerciale - é sempre stato alto. La guerra allunga inesorabilmente i tempi di recupero di quei Paesi, come Romania e Bulgaria, che pure ambiscono a entrare nell'Unione europea. Non sono direttamente coinvolti nel conflitto ma ne subiscono in maniera pesante le conseguenze.


Autore: Attilio Geroni
Fonte: Il Sole 24 Ore




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