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Le mani dell'Unione sui paesi dell'Est

06.05.2001 - Bruxelles

Come si va delineando il futuro dell'Unione Europea? Ci aiuta a farcene un'idea l'analisi del processo di allargamento all'est. Questo lungo cammino diplomatico inizia a concretizzarsi, soprattutto nelle ultime settimane, in proposte politiche ed economiche che pian piano vanno smascherando i bei propositi paneuropeistici a vantaggio di più pragmatiche esigenze nazionali. Per essere pìù precisi: delle esigenze tedesche.

Berlino è per ora l'unica capitale continentale a disporre di un progetto chiaro (è anche quella che ha investito di più) sul come affrontare questa sfida, o meglio, "la sfida più importante per l'Europa", come l'ha recentemente chiamata il Commissario all'allargamento, Günter Verheugen, tedesco.

Già in dicembre a Nizza, la Germania era riuscita ad imporre quasi tutte le sue posizioni nelle negoziazioni per ridisegnare gli assetti futuri delle istituzioni europee, rompendo l'equilibrio tra i 4 grandi (Germania, Francia, Italia e Regno Unito) e raggiungendo un peso strategico nel Consiglio (con la ponderazione della popolazione) e nel Parlamento. Inoltre gestirà la riforma dell'Unione del 2004, sulla base del proprio modello di attribuzione delle competenze tra i differenti livelli amministrativi, venendo quindi a controllare indirettamente anche il sistema di ripartizione delle politiche strutturali, ossia il nocciolo più delicato delle negoziazioni per l'allargamento.
Per delineare meglio il progetto mercoledì 2 maggio è stato reso pubblico un documento del Partito Socialdemocratico Tedesco, "Responsabilità per l'Europa", in cui Schroeder pone le basi da cui rilanciare il dibattito sul futuro dell'Unione.

Un'occasione per ribadire fiducia al progetto europeo, ma anche il desiderio di rinazionalizzare alcune competenze, la politica agricola e quella regionale, che il governo di Berlino ritiene strategiche e che costituiscono uno dei punti più complessi della negoziazione per l'allargamento, per il loro impatto diretto nella distribuzione dei fondi strutturali e quindi nella politica sociale.

Un'attitudine nei fatti egoistica che venerdì scorso ha trovato eco in una proposta della Commissione, pressoché sorda alle richieste della Polonia in un ambito per lei chiave della negoziazione. Varsavia chiedeva un regime transitorio di 18 anni in cui acquirenti stranieri non avrebbero potuto comprare terreni agricoli e seconde case in Polonia senza un'autorizzazione governativa. In pratica si cercava di scongiurare (la proposta comprendeva anche Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria per i terreni e Ungheria e Repubblica Ceca per le seconde case) un'altra occupazione tedesca, visto che il prezzo dei terreni in Polonia varia da un terzo ad un dodicesimo di quello dei vicini occidentali. La Commissione ha risposto con una controproposta di 7 anni per i terreni e 5 per le case. "Abbiamo ricevuto la proposta con delusione", lo sconsolato commento della portavoce polacca.

Difficile non condividere la sensazione, ampliamente diffusa tra i media dei paesi dell'est, che la Commissione e Verheugen non difendano sempre più apertamente gli interessi tedeschi nelle negoziazioni, come nel caso della proposta dell'11 aprile sul blocco della libera circolazione dei lavoratori, che, guarda caso, ricalcava pedissequamente il progetto di Berlino (un regime transitorio di 5 anni ampliabile unilateralmente a 7). L'ultima proposta della Commissione brucia però ancora di più perché, relativamente all'acquisto di seconde case, la Danimarca, temendo la stessa invasione teutonica, godeva di un regime transitorio che il Trattato di Maastricht del 1993 ha ulteriormente dilatato all'infinito, pur essendo il livello di vita danese pressoché uguale a quello tedesco.
La condotta tedesca sta comunque risvegliando la "vena" europeista degli altri membri: a fine aprile dalla Spagna è arrivato il "memorandum Aznar". Si differenzia dal progetto di Schroeder fondamentalmente perché manca di tanta progettualità strategica e perché gli interessi iberici (politica di coesione e fondi strutturali) sono ben differenti da quelli tedeschi, la sostanza è però la stessa: tutti vogliono un'Europa unita ma nessuno vuol pagare il conto, economico o politico, dell'allargamento.


Autore: Alberto D'Argenzio
Fonte: Il Manifesto




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