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La spiacevole favola raccontata a un popolo

28.03.2001 - Sofia

212 anni fa un popolo - in un altro luogo e in un altro stato - é uscito sulle strade della propria capitale e ha fatto una rivoluzione. Queste persone, più di ogni altra cosa, volevano essere dei cittadini, e non dei sudditi.

Hanno preso la Bastiglia, e la testa del re é rotolata lungo la piazza, staccata dal corpo sotto il colpo della ghigliottina. La lezione, insegnata ad alcune generazioni nelle ore di storia, ogni volta suonava in maniera differente. La prima volta, come dramma eroico, la seconda, come esempio della violenza delle masse, la terza, come espressione del desiderio di libertà, fraternità ed eguaglianza, e la quarta, come follia senza senso.

Ma in ogni versione vi era sempre una cosa che si ripeteva immutata - queste persone sapevano cosa stavano facendo. Sapevano distinguere tra quello che volevano e quello che invece non volevano.

Due secoli dopo, altre persone - in un altro luogo e in un altro stato, dovranno presto scegliere chi le governerà. Le elezioni, perfino per questo popolo, dovrebbero essere diventate da lungo tempo una competizione politica trasparente. Di fronte alle urne - almeno, così si é sempre pensato - si troveranno persone dagli interessi concreti e ben definiti: chi intendono appoggiare, perché intendono appoggiarlo e cosa si attendono per sè. All'inizio, 11 anni fa - la scelta é stata effettivamente molto emozionale. Ma anche di fronte alle emozioni più forti non é mai impallidito il senso dell'interesse. Si può avere una passione per il colore blu [il colore della SDS - N.d.T.], ma si sa comunque cosa ci si aspetta da esso. Si ama il rosso [il colore del BSP - N.d.T.], ma ci si rende conto cosa può portare in campo politico e si fa la propria scelta.

Oggi é come se ci trovassimo di fronte a una sorpresa. A una grande fetta dell'elettorato piace qualcosa, senza sapere di cosa esattamente si tratti. Molti si attendono l'arrivo di uno zar, che con formule magiche scaccerà il male e farà tornare il regno del bene nello stato. "Lo zar é il pastore di cui il nostro popolo ha bisogno" - una sociologa si é sentita dire da un parcheggitore. Pastore - conduttore - condottiero - duce... I sinonimi politici della parola "pastore" sono di sicuro molti di più. E più sono numerosi, più suonano non democratici.

Parlano dell'aspirazione di parte della società a essere istradata. A essere educata. a essere liberata dalla scomodità di assumersi le proprie responsabilità. A non essere civile. A non essere critica e a non avere iniziativa. Il pastore é un uomo che si prende cura del gregge che gli viene affidato. Ovvero, l'uomo che porta il gregge al pascolo. Cosa sta accadendo in uno stato così diverso da quell'altro di 212 anni fa, da far sì che ancor prima che se ne sia delineata l'immagine, si attende già il pastore? Alcuni dicono che ciò é dovuto alla delusione.

Ma delusione per cosa? Per le difficoltà? Ma fanno parte della nostra vita - e sono la maggiore prova del fatto che esistiamo, quando riusciamo a superarle! Per la mancanza di futuro? Ma il futuro dipende dalla nostra volontà e dai nostri sforzi per evolverci! Per la mancanza di idee? Ma ogni società passa attraverso una purificazione e scopre nuove idee! E allora, delusione per cosa? Forse per la mancanza di uno stato-madre, che pensi al nostro posto e si prenda cura di noi? E poiché un tale stato non ci può più essere... si attende un pastore? Non per avere più democrazia, non per avere più libertà, non per avere più iniziativa, non per avere una maggiore statura civica, ma solo per quella sicurezza che la nutritrice infonde in ogni essere vivente del quale si occupi il pastore. Cosa siamo noi, in realtà, e cosa ci attendiamo per noi stessi, se non sappiamo e non vogliamo sapere cosa ci viene proposto, ma comunque lo preferiamo fin da subito?


Autore: Georgi Koritarov
Fonte: mediapool.bg
Traduzione: Andrea Ferrario - Notizie Est


Per approfondire: Speciale Elezioni 2001



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