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La tratta delle donne venute dall'Est

16.02.1999

Varie migliaia di donne e ragazze dei paesi dell'Est e dell'ex Urss sono vittime della prostituzione forzata nell'Unione Europea. Il fenomeno, apparso dopo la caduta della cortina di ferro, si è notevolmente sviluppato negli ultimi tempi a causa dell'impoverimento della popolazione di questi paesi. La città belga di Anversa è lo snodo di questo traffico, denunciato da tempo dall'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni). Nel dicembre 1998 sembrava che la Commissione europea avesse preso coscienza delle dimensioni del problema e volesse suonare il campanello d'allarme. Ma a tutt'oggi gli sforzi dei Quindici per aiutare i paesi dell'Est a lottare contro questo flagello sono molto limitati.

Nel quartiere "caldo" di Anversa, D si espone in vetrina per prostituirsi. La ragazza, albanese, colpisce i poliziotti per il suo aspetto infantile. L'età indicata sul suo passaporto falso è di diciannove anni. La giovane, accompagnata a un centro diagnostico, viene radiografata da capo a piedi. Il responso del medico: quindici anni al massimo. All'inizio dichiara agli agenti di trovarsi volontariamente in quel luogo; ma poco dopo crolla. I suoi avevano un disperato bisogno di denaro, e il convivente della madre le aveva proposto di andare a lavorare in Olanda dove "avrebbe potuto guadagnare molti soldi", come lui le aveva spiegato. E' stata venduta ai trafficanti, e si trova ad Anversa da tre settimane. Non aveva mai avuto rapporti sessuali quando ha incontrato il primo cliente. Traumatizzata, confessa di voler tornare a casa, e su richiesta della polizia accetta di presentare denuncia. Le autorità belghe avviano la pratica per farla tornare dalla madre in Albania; al rimpatrio provvede l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).
In quindici giorni, la polizia ha sottratto alla rete della mafia parecchie giovani albanesi. "E da un anno ormai che i trafficanti albanesi fanno venire interi contingenti di ragazze giovanissime come D", testimonia Véronique Grossi, responsabile dell'associazione olandese Payoke. Anversa è divenuta una delle principali destinazioni della tratta delle donne provenienti dall'Est. Delle 1.500 prostitute che circolano nelle strade o si espongono nelle vetrine della città, la maggioranza proviene dall'Africa o dai paesi dell'Est. "Le nuove venute sono per lo più sorvegliate in permanenza da una guardia del corpo, e costrette a consegnare l'incasso al trafficante dal quale dipendono", precisa Véronique Grossi.
L'inferno oltre la frontiera La politica liberale praticata sia dal Belgio che dall'Olanda in materia di prossenetismo è stata largamente sfruttata dai trafficanti dell'Est. Il Belgio, allarmato dalle dimensioni del fenomeno, ha varato nel 1995 una nuova legge che apre una breccia nell'impunità dei responsabili. Un provvedimento analogo è stato adottato in Olanda da ormai due anni. Oggi, in questi due paesi le vittime che denunciano i trafficanti sono tutelate e ottengono un permesso di soggiorno, che in un secondo tempo può essere concesso a tempo indeterminato. Grazie a questa legge, ad Anversa 57 giovani donne provenienti dai paesi dell'Est e dall'Africa hanno potuto denunciare i loro sfruttatori.

L'associazione Payoke si rallegra certo del crescente numero di casi che arrivano davanti ai tribunali, ma continua a denunciare l'immobilismo della giustizia belga e la mitezza delle pene comminate: "Nella maggior parte dei casi i trafficanti non scontano più di due o tre anni di carcere; e una volta fuori, non vengono neppure espulsi". Sempre secondo quest'associazione, si è dovuto attendere il maggio 1998 perché i giudici di Anversa infliggessero per la prima volta a un gruppo di otto trafficanti albanesi cinque anni di detenzione il massimo della pena prevista.
Si tratta di criminali che non indietreggiano davanti a nulla: ad esempio, minacciano regolarmente gli assistenti sociali per dissuaderli dal prestare aiuto alle prostitute. Nel luglio del 1995 due esponenti del Payoke sono stati aggrediti a colpi d'arma da fuoco mentre transitavano con una camionetta su una strada di scorrimento di Anversa. E all'inizio del 1998, altri due membri della stessa associazione sono stati minacciati di morte da un trafficante albanese proprio sui gradini del palazzo di giustizia. A Varsavia Teresa Oleszczuk, responsabile del programma contro lo sfruttamento delle donne nell'ambito dell'associazione polacca "La Strada", estrae da un raccoglitore una decina di foto di ragazze, quasi tutte giovanissime, e commenta: "Questa ad esempio è scomparsa da tre anni. E inutili sono state le ricerche della polizia polacca, in cooperazione con quelle occidentali". La maggior parte di queste ragazze scomparse sono state sicuramente rapite, e avviate di forza in Germania o altrove. Tra l'aprile 1997 e il maggio 1998, i casi di ragazze scomparse segnalati dalle famiglie all'associazione "La Strada" sono stati 36; ma questo numero rappresenta soltanto una frazione minima delle vittime della tratta. Il più delle volte, le giovani polacche partono volontariamente, attratte da qualche familiare o dall'"amico di un amico", attratte dalla promessa di un lavoro ben pagato come cameriera, ragazza alla pari o colf in Occidente. O magari da un annuncio letto su qualche giornale, che prometteva mari e monti.
Quello che purtroppo non sospettano è l'inferno a cui vanno incontro. Una volta oltrepassato il confine, vengono consegnate a un altro trafficante. "Il copione è sempre lo stesso: il lavoro previsto non c'è più, l'impresa ha dovuto chiudere. Le ragazze subiscono violenze e si ritrovano in un eros center o per strada, costrette a prostituirsi per rimborsare al trafficante un preteso debito che avrebbero contratto per le spese di viaggio, il passaporto, l'alloggio", prosegue Teresa Oleszczuk. Altre volte, le giovani polacche partono sapendo che andranno a prostituirsi, ma credono di poter guadagnare una grossa somma in pochi mesi per poi tornare a casa. Le aspetta invece sempre la stessa situazione di schiavitù: "Un lavoro da mattatoio, per dodici ore al giorno; e il padrone del bordello, al quale sono state vendute per somme che variano tra i 1.500 e i 5.000 marchi tedeschi, trattiene il 70% del guadagno", riassume Isabella Styczynska, anche lei impegnata nell'Associazione "La Strada".

Le giovani, terrorizzate all'idea di presentare denuncia, devono spesso la loro liberazione a un'irruzione della polizia. A volte gli sfruttatori intascano l'intero guadagno e passano loro a malapena il vitto e i prodotti per l'igiene personale. Questa la situazione della maggior parte delle 1.200 prostitute bulgare censite a Varsavia. Infatti la Polonia, punto di partenza delle tratta delle bianche, è al tempo stesso anche un punto d'arrivo "ove si arenano sempre più donne provenienti da paesi ancora più poveri, quali la Russia, l'Ucraina e la Bielorussia", sottolinea Stana Buchowska, coordinatrice del programma di prevenzione de "La Strada". Le ragazze, ingaggiate da varie agenzie, centri di massaggi o club di vario tipo vengono trasferite da una città all'altra "per consentire ai gestori dei club di averne regolarmente di nuove da offrire ai loro clienti".

Tre anni fa, "La Strada" ha istituito una linea telefonica di informazioni, che riceve ogni giorno una decina di chiamate da parte di giovani candidate all'espatrio, di famiglie di ragazze scomparse e di vittime del traffico. Nell'aprile 1998 l'associazione ha lanciato una grande campagna di sensibilizzazione contro la tratta delle donne, finanziata dall'Unione europea: è la prima volta che un'iniziativa del genere viene presa in un paese dell'Est. L'operazione, che si è conclusa alla fine di luglio, ha avuto un innegabile impatto: gli opuscoli de "La Strada" sono stati distribuiti dagli stessi poliziotti a diversi valichi di confine.

La Polonia non è l'unico paese ad aver dichiarato guerra al traffico: un'altra campagna analoga, finanziata dagli Stati uniti si è svolta simultaneamente in Ucraina, un paese particolarmente colpito, con un altissimo livello di disoccupazione femminile (il 72% dei senza lavoro sono donne).

"Molte sono disposte ad accettare qualsiasi tipo di occupazione" ha sottolineato Irene Korolenko, dell'Ong Ucraina "50+50", in occasione del Seminario internazionale sulla lotta contro la tratta degli esseri umani, tenutosi a Strasburgo il 29-30 giugno 1998. A Kiev, le false offerte di lavoro per modelle, ballerine o cameriere sono gestite da agenzie di viaggi dall'apparenza prestigiosa. Polonia, Ucraina, Russia, Bielorussia, Ungheria, Repubblica ceca, Albania Neppure uno dei paesi dell'Est sfugge alla tratta delle donne. Tutto è incominciato nel 1989. Dopo il crollo del blocco comunista, le reti della criminalità organizzata hanno dato il via al reclutamento su vasta scala. E' stato facile (bastava un visto turistico) e poco costoso (le spese di trasporto sono modeste, dato che l'Ue è dietro l'angolo). A nove anni di distanza, quante sono, in seno all'Unione europea, le donne sfruttate contro la loro volontà? Frank Laczko, esperto incaricato della lotta contro la tratta degli esseri umani presso l'ufficio viennese dell'Oim, ritiene che le vittime di questo traffico raggiungano un numero tutt'altro che trascurabile: un battaglione di circa 500.000 prostitute originarie dei paesi dell'Est (compresa l'ex Unione sovietica).

Secondo Stana Buchowska, "il numero delle vittime polacche si valuta a diverse migliaia l'anno, mentre sono quasi 10.000 quelle provenienti dall'ex Unione sovietica e soprattutto dall'Ucraina, dalla Russia e dalla Bielorussia".
Quali sono le principali destinazioni di questo traffico? Ecco la risposta dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (1): la Germania, dove il 75% delle prostitute è straniero, l'Austria a Vienna l'80% delle "ballerine-hostess" dei sex club è straniero , l'Olanda, il Belgio, la Svizzera, l'Italia, la Grecia Nel 1995, secondo un rapporto del parlamento europeo, le vittime della prostituzione forzata erano almeno 10.000 in Germania, 1.000 in Olanda e 500 in Belgio (2). L'Oim ritiene che nel corso degli ultimi anni la tratta delle donne dall'Est si sia "considerevolmente rafforzata": un'evoluzione che si spiega con gli straordinari proventi di questo traffico. L'Interpol ha calcolato che gli introiti di un prosseneta che vive in Europa sfruttando l'attività di una prostituta ammontano a circa 240 milioni di lire l'anno.

A fronte del moltiplicarsi dei trafficanti, gli sforzi dei quindici paesi dell'Unione europea per aiutare i paesi dell'Est nella lotta contro questo fenomeno sono irrisori: soltanto 1,3 milioni di euro l'anno sono previsti, tra il 1996 e il 2000, per il programma "Stop", che lotta contro il traffico degli esseri umani. A questo impegno si aggiungono alcuni milioni di euro stanziati per i programmi di aiuti ai paesi dell'Europa centrale e orientale e agli stati dell'ex Unione sovietica. Ma si è dovuto attendere il febbraio 1997 perché i Quindici dell'Unione europea adottassero un'"azione comune". Le priorità enunciate sono il rafforzamento della cooperazione tra le forze di polizia e nell'ambito giudiziario, l'armonizzazione delle leggi penali, e infine la firma di una "convenzione sulla tratta degli esseri umani" che preveda una serie di sanzioni comuni ai Quindici, commisurate alla gravità dei reati. Ma quest'azione comune non ha carattere vincolante.

Secondo l'eurodeputata belga Anne Van Lancker, i Quindici non hanno dato prova di una gran premura in quest'ultimo anno: tant'è vero che la convenzione, ad esempio, non sarà pronta prima del 1999. Quanto all'applicazione di sanzioni penali più severe, secondo l'eurodeputata Waddington, autrice di un rapporto del parlamento europeo sulla tratta delle donne, pubblicato nel 1997, siamo ancora molto lontani da una normativa adeguata: "Troppo spesso, i colpevoli vengono condannati a multe irrisorie, che non possono certo avere un effetto dissuasivo".
L'Oim condivide questa constatazione e definisce "praticamente insignificanti" le pene comminate. Anche la cooperazione tra le forze di polizia risente di questo letargo comunitario: la creazione dell'Europol, l'ufficio europeo delle polizie, era stata decisa dal Trattato di Maastricht fin dal 1991, ma si è dovuto attendere il 1997 perché il campo delle sue competenze fosse esteso alla tratta degli esseri umani. E soltanto dall'ottobre 1998 la polizia criminale dell'Europol dispone di mezzi operativi, dato che i paesi dell'Ue hanno impiegato vari anni a ratificare la relativa convenzione.

Si deve dunque pensare che l'Unione europea non sia motivata in questo senso? La sociologa francese Marie-Victoire Louis, del Centro Studi e analisi dei movimenti sociali (Cadis), accusa l'Unione europea di "legittimare il prossenetismo, del quale si alimenta la tratta delle donne", puntando il dito contro le legislazioni olandese e belga (3). Molti paesi europei continuano a trattare le vittime di questi traffici come semplici immigrate clandestine, respingendole nei paesi d'origine e classificandole come "indesiderabili". (4) Un esempio edificante: il 1&oord giugno 1996, da una discoteca vengono rapite quattro ragazze polacche, Tatiana, Marieka, Joanna e Isabella, tutte diciassettenni. Drogate, si ritrovano il giorno dopo al "Musla Palace", una casa di tolleranza in Germania: sequestrate, vendute per 8.000 marchi e costrette a prostituirsi. Tre giorni dopo vengono liberate grazie all'intervento della polizia tedesca e rimpatriate. I due trafficanti, autori del rapimento e del sequestro, condannati a tre anni di carcere, sono liberati anticipatamente all'inizio del 1998. Quanto alle quattro vittime, si sospetta che fossero entrate volontariamente in Germania: immigrate clandestine aspiranti a una carriera di "top model". Perciò la polizia tedesca le inserisce nella "lista nera" delle persone indesiderabili. Risultato: sulla base degli accordi di Schengen, e grazie agli scambi informatici di dati tra le forze di polizia europee, le quattro giovani sono oramai colpite da divieto di soggiorno nei paesi dell'Unione che applicano i suddetti accordi (i Quindici, meno il Regno unito e l'Irlanda). Nella primavera del 1997 Tatiana, che non era stata informata di questa disposizione, si presenta con un gruppo al confine tedesco, nell'ambito di una tournée teatrale europea contro il razzismo, finanziata dal Consiglio d'Europa; e viene respinta. Da vari mesi, l'associazione "La Strada" si adopera presso le autorità polacche, olandesi, tedesche ed europee per far annullare questo divieto. Ma per il momento senza successo




note:

(1) Tratta delle donne verso l'Unione europea, Oim, conferenza di Vienna, giugno 1996.

(2) Rapporto della Commissione per i diritti della donna del Parlamento europeo, 27 novembre 1997.

(3) Leggere Marie-Victoire Louis, "Le corps humain mis sur le marché", le Monde Diplomatique, marzo 1997, e Thierry Parisot, "Quando l'immigrazione diventa schiavitù", le Monde Diplomatique/il manifesto, giugno 1998.

(4) Nel dicembre 1998 tuttavia, la Commissione europea ha annunciato che la questione della tratta delle donne doveva trovare una soluzione prima di qualsiasi allargamento dell'Unione ai paesi dell'Est. La commissaria Anita Gradin, incaricata degli affari interni e della giustizia, ha peraltro chiesto agli stati membri di concedere alle vittime di questo traffico visti temporanei di sei mesi, come già hanno fatto il Belgio e l'Olanda.


Autore: Yves GÚry
Fonte: Le Monde Diplomatique - Il Manifesto




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