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I riformisti all’est sognano i capitali sul mercato aperto

04.11.1988

Ormai ci si può aspettare di tutto dal pragmatismo tattico dei leader del socialismo reale. Persino i paradossi, a dir poco, di cui è stato prodigo nell'ultimo mese il nuovo premier polacco Mieczyslaw Rakowski: che ha nominato ministro dell’Industria uno dei rari capitalisti polacchi, gli ha dato carta bianca, o quasi, per liquidare le aziende che sopravvivono solo grazie alle sovvenzioni statali, poi ha decretato - lui, capo di un governo "operaio" per definizione (non ancora rinnegata) e per origine sociale sua e di gran parte dei colleghi - la chiusura di un incunabolo della classe operaia polacca: i cantieri Lenin di Danzica, prima vittima di una riforma varata sei anni fa. Infine (ironia della storia), ricevendo a Varsavia la signora Thatcher, Rakowski nel discorso di saluto si è dichiarato in materia di risanamento industriale.

Tutto ciò farà fremere più di un marxista ortodosso, ma è un segno eloquente del momento che stanno vivendo i Paesi del socialismo reale, dentro e fuori l’orbita moscovita. , direbbe il presidente Mao, se fosse vivo. Non foss'altro per la ricchezza e drammaticità delle spinte contrastanti, pro e contro riforme che mettono in causa le fondamenta stesse dei sistemi a economia centralizzata.

Sgombriamo il campo da un equivoco. Le spinte - o velleità - riformistiche in economia non sono state, ne sono, un fatto esclusivo dell'era gorbacioviana: la storia dell’ultimo trentennio mostra, per usare una felice immagine dell’economista Dembinski, . Decise e in parte attuate a partire dalla prima crisi dell’area sovietica: quella sopraggiunta tra la morte di Stalin (1953), il XX Congresso del PCUS e le rivolte polacca e ungherese del 1956.

Nel 1956 la Polonia, con l'ascesa al potere di Gomulka, leader in odore di "revisionismo", decide di imboccare la via dell'”autogestione operaia" e dell’autonomia delle aziende. Ma il disegno rientra nel giro di pochi anni, e si ritornerà a progetti di riforma - con nuovi rapporti tra piano centrale e aziende e relativa correzione dei meccanismi di fissazione dei prezzi - solo nel periodo del declino di Gomulka e dell'ascesa di Gierek, che coincide con le rivolte operaie del dicembre '70.

Nella Repubblica democratica tedesca la prima riforma economica viene decisa nel ‘63 da un leader stalinista come Walter Ulbricht. Si creano unità produttive consorziate, con relativa autonomia e "incentivi materiali" per dirigenti e maestranze. Il sistema sarà ripreso, alla fine degli anni 70, con l’istituzione dei Kombinat, consorzi produttivi a livello nazionale e regionale che comprendono settori di ricerca e progettazione, nonché aziende medio-piccole di sussidio. Questi consorzi, in un quadro che resta fortemente centralizzato, godono larghi margini di autonomia, per esempio nell'impiego degli utili. È per questo che i dirigenti di Berlino affermano oggi che la RDT non ha bisogno della perestrojka gorbacioviana.

Fin troppo nota è la vicenda cecoslovacca del ‘66-’68. La riforma economica progettata dall’equipe del ministro dell’Industria Ota Sik prevede misure radicali: il piano centrale si trasforma da impositivo in indicativo, e si mira ad abolire l’ingerenza dell'apparato nella gestione delle aziende. Ma i carri armati sovietici affossano il progetto nell’agosto 1968. In URSS, cacciato Chrusciov, alla fine del ‘64 la riforma Kosygin prevede la responsabilità economica delle aziende e mutamenti sostanziali negli indicatori: ma dopo tre anni la riforma sopravvive solo come "esperimento" in un complesso chimico di Tula. I dirigenti romeni tra il ‘69 e il ‘71 progettano autonomie nella gestione aziendale e in materia di commercio estero: ma non ne faranno di nulla. In Bulgaria si avviano riforme nei primi anni 80, segnatamente nel settore agro-industriale, con risultati incoraggianti: ma non si va oltre.

L’esempio ungherese è il più articolato e duraturo. Tra il ‘68 e il ‘73 entra in funzione il Nuovo meccanismo economico (Nem). Bloccato verso la metà degli anni 70, per motivi congiunturali, il Nem riprende tra il ‘78 e l’83, per essere ulteriormente sviluppato e approfondito in questi ultimi mesi, fino alla recentissima legge sulle associazioni di impresa, che consente alle aziende private di assumere fino a 500 dipendenti, autorizza la costituzione di società per azioni e impone di chiudere le aziende deficitarie. L’URSS, infine, sviluppa a partire dall’85 il riformismo gorbacioviano.

Mosca, che in passato (a parte gli anni ‘62-’65) aveva svolto un ruolo di freno, oggi assume direttamente l'iniziativa: rafforzando le tendenze riformiste nei Paesi in cui il sistema era stato più radicalmente contestato, e dove il dibattito sulle riforme si era svolto con relativa libertà, come l’Ungheria e la Polonia. Al tempo stesso, si manifestano resistenze e spinte in senso contrario.

I gruppi conservatori dei diversi partiti-Stato cooperano attivamente al fallimento delle nuove strategie. È il caso della Cecoslovacchia, in cui il tandem Jakes-Adamec impone tempi lunghi alla la perestrojka ceca. La Romania accentua la centralizzazione, fino a soffocare i minimi spazi privati in agricoltura e a militarizzare interi settori produttivi, mentre la RDT gode i vantaggi del suo rapporto privilegiato con la Germania federale, e tramite questo con la Cee.

Le spinte riformiste, oggi come in passato, muovono dall'esigenza obiettiva di combattere l’inefficienza, la penuria cronica, il crescente gap tecnologico con l’area capitalista, ma si scontrano con i limiti del sistema. Non si tratta soltanto delle preoccupazioni ideologiche e di potere di gran parte dell’apparato. Si devono mettere nel conto le resistenze di ampi settori operai, della burocrazia minore, di addetti ai servizi che hanno visto compensate con la garanzia del posto e i ritmi blandi di lavoro le frustrazioni provocate dalla penuria di beni di consumo. Anche per direttori d'azienda selezionati non certo in funzione delle capacità di autonomia e del gusto del rischio il passaggio a criteri imprenditoriali e a un regime di concorrenza rappresenta un salto nel buio.

Nei passati decenni le spinte riformiste erano temperate, oltre che dal conservatorismo di Mosca, da non poche preoccupazioni ideologiche e di stabilità, per non parlare di un certo ombroso autarchismo.  Oggi, in un quadro di crescente compenetrazione dei mercati internazionali, è ben più forte, e presenta caratteri di maggiore rottura, la spinta in direzione di un’economia di mercato. Sono ormai in discussione, oltre alla centralizzazione, i metodi di fissazione dei prezzi - ciò avveniva in Polonia e in Ungheria già negli anni 60 - e i modi in cui riformarli. È all'ordine del giorno la convertibilità delle monete. Si parla di mercato aperto dei capitali e della forza-lavoro. E, ancora una volta, Ungheria e Polonia sono all’avanguardia in questo processo.

Gli avversari delle riforme si fanno forti delle gravi difficoltà incontrate dalle riforme di Deng negli ultimi due anni (inflazione, squilibri regionali e settoriali, disoccupazione) e denunciano nell'indebitamento estero e negli aumenti del costo della vita gli effetti delle "spinte antisistema". Tuttavia la situazione attuale non consente al pendolo ulteriori oscillazioni. I margini economico-politici si sono drasticamente ridotti. La realtà - ha ragione Gorbaciov - ha già imposto l’abbandono dello sviluppo estensivo, fondato sull'incremento continuo di tutti i fattori di produzione, perché essi sono in via di esaurimento, e il relativo costo si rivelerebbe comunque insostenibile. Si tratta di una constatazione obiettiva che non vale soltanto per l’URSS, così come il passaggio obbligato allo sviluppo intensivo, fondato su radicali riduzioni degli input e su un "grande salto" verso la tecnologia avanzata.

Non c'è altra strada. Resta sospeso, tuttavia, il discorso sui metodi e sulle forme per realizzare un passaggio tanto radicale. Saranno capaci i gruppi dirigenti comunisti di "sfondare" in direzione del mercato, e di conservare al tempo stesso il loro ruolo di guida?


Autore: Piero Sinatti
Fonte: Il Sole 24 Ore




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