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Bulgaro
     
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L’Est spaccato a metà dall'idillio col mercato

11.11.1988

In passato all'interno del blocco sovietico i progetti di riforma economica erano stati formulati - o attuati, come in Ungheria - senza alcun tentativo di individuare eventuali progetti di mutamenti politici e istituzionali corrispondenti. Unica eccezione: la Cecoslovacchia del 1968. Ma l’introduzione dei meccanismi di mercato in un contesto di assoluto predominio della proprietà statale dei mezzi di produzione e dei capitali è destinata, per forza di cose, a "rompere" le rigidità strutturali. Gorbaciov - e ancor più i dirigenti ungheresi del dopo-Kadar - hanno avuto il merito di cogliere questa interdipendenza tra riforme economica e riforme politiche. Sono dunque i Paesi e i partiti comunisti più decisamente avviati verso l’attuazione di forme di economia di mercato - l'ungherese, il russo, il polacco - quelli che tentano, ora, di introdurre nel sistema anche modifiche di carattere politico-istituzionale.

La scelta del mercato comporta un'accentuata conflittualità. Innanzitutto scardina il sistema della nomenklatura, poiché le maggiori cariche gestionali, prima assegnate su base rigidamente politica, devono essere attribuite sulla base di una valutazione delle capacità. Nomenklaturisti e partapparatciki vedono gravemente compromesso il loro potere, e la loro resistenza è molteplice.

In Polonia esse hanno finora impedito la realizzazione di alcune misure di risanamento industriale, provocando tra l’altro la recente caduta del governo Messner. In Cecoslovacchia la "purga" di ottobre ha estromesso dal presidium del PCCS e dalla guida del governo il "riformista" Strougal (premier da 18 anni), travolgendo anche gli uomini a lui legati. Tra questi anche il giovane ex ministro dell'Industria e della Tecnologia, Gerle, che alcuni mesi fa aveva deciso di mettere in liquidazione un’acciaieria a Ostrava: provocando forti reazioni non solo tra gli operai, destinati alla mobilità e penalizzati nel salario, ma anche tra i "manager" e i dirigenti locali del Partito.

Un altro esempio illuminante viene dalla Bulgaria. In luglio una "purga" imposta dal vecchio Todor Zhivkov, alla guida del PCB dal 1954, ha estromesso dal Politburo, dalla segreteria e dal Comitato centrale i più convinti assertori del rinnovamento tra questi anche il più probabile aspirante alla successione, il responsabile dei quadri Aleksandrov, colpevole di aver chiesto nel gennaio scorso durante la Conferenza del Partito un di ben 20mila funzionari, considerati un freno per le riforme.

Diversi sono, invece, i casi di Praga e Berlino, dove a parole si accetta il "nuovo corso" ma lo si rifiuta nei fatti. Il leader cecoslovacco Jakes, in carica dallo scorso dicembre, e il suo "ideologo" Fojtik non hanno nascosto la loro avversione per la glasnost di Gorbaciov, , e per le riforme, che condurrebbero a una destabilizzazione incontrollabile senza lunghi tempi di sperimentazione. Anche la Sed, il partito tedesco-orientale, mantiene una ferma chiusura in fatto di riforme economiche e politiche, per ora senza crisi di vertice.
In direzione opposta si muovono i dirigenti ungheresi, specie dopo il terremoto di maggio, che ha rinnovato Politburo e Comitato centrale, mandando in pensione il vecchio Kadar. I "liberali" Poszgay, Nyers e Medgyessy e il nuovo leader Grosz hanno capito che occorrono, come forze di mediazione, organismi nuovi capaci di operare efficacemente in una congiuntura conflittuale e di rappresentare i diversi interessi sociali. Per questo nei mesi scorsi sono sorti due sindacati indipendenti: quello degli insegnanti e quello dei ricercatori scientifici.

A Mosca e a Budapest si stanno progettando riforme politiche e istituzionali per rivitalizzare il rapporto tra Partito e società.
Nuove leggi elettorali e altri emendamenti costituzionali saranno discussi nelle due capitali, al Soviet Supremo e all’Assemblea Nazionale, alla fine di questo mese. Nelle assemblee legislative dovranno essere rappresentate, oltre al Partito e alle altre organizzazioni ufficiali, forze sociali e personalità indipendenti ci saranno candidature plurime per ogni seggio e i candidati potranno essere designati da assemblee elettorali e da gruppi indipendenti.

Gli organi legislativi, come il Soviet Supremo, saranno permanenti e non si riuniranno più soltanto due volte all’anno per ratificare le decisioni prese altrove (dal Politburo e dal Comitato centrale del Partito). In Ungheria uomini come Poszgay, membro del Politburo e ministro per le Riforme istituzionali, chiedono una netta separazione di ruoli tra Partito, governo, assemblee legislative e potere giudiziario: e questo mese Grosz, capo del Partito, lascerà per incompatibilità la carica di capo del Governo.

In Polonia a dicembre la Conferenza ideologica del POUP dovrebbe ridisegnare le forme del potere comunista. Ma fin da ottobre il nuovo premier Rakowski, pur con esito negativo, aveva invitato a entrare nel suo governo alcune personalità dell’opposizione moderata. E a Budapest Poszgay e il vice primo ministro Medgyessy non chiudono affatto la strada, in prospettiva, a ipotesi di vero pluripartitismo. I media, intanto, cominciano a diventare più attivi, più critici, persino più autonomi.

Anche il dissenso, in questo complesso quadro, si modifica, e da forza di denuncia e di mera difesa dei diritti si trasforma in coscienza critica del processo di riforma, rivendicandone maggior coerenza e incisività. Si muovono in questo senso taluni gruppi ungheresi, come il Forum democratico e la Rete per la libera iniziativa, e in URSS gli "informali" e i "fronti di sostegno alla perestrojka". Ampia e articolata è nei due Paesi l'attività, anche pubblicistica, di club e associazioni indipendenti: in Polonia - dove lo era già sin dagli ultimi anni di Gierek - essa si è straordinariamente arricchita. Anche l’ecologismo assolve a un’importante funzione plularistica, soprattutto in URSS e in Ungheria.

Negli altri Paesi la chiusura verso l’"altro pensiero" resta. Essa è addirittura feroce in quel "regno di Ubu" che è la Romania di Ceausescu, specie dopo la rivolta operaia di Brasov del novembre '87: in quel Paese sono sottoposti allo strettissimo controllo della Securitate tutti i telefoni e le macchine da scrivere. In Bulgaria la "purga" dello scorso luglio ha investito con violenza gli ambienti intellettuali e giornalistici. Nella Repubblica democratica tedesca la Sed mal sopporta il coagularsi del dissenso, in particolare giovanile, intorno alle chiese evangeliche, che nel loro ultimo convegno, a Dessau, in settembre, hanno fatto risolutamente proprie istanze come l’obiezione di coscienza, la difesa ecologica, la libertà di educazione religiosa e la protesta contro la censura.
In Cecoslovacchia continua la persecuzione contro i gruppi dissidenti: Charta 77, i cattolici, gli ecologisti. Ma essa non è riuscita a bloccare le grandi manifestazioni di Praga per Dubcek di agosto e di ottobre: una risposta che allarma il Partito, ancora dominato dai quisling del ‘68.

I limiti dei processi di riforma, tuttavia, non sono pochi. In Polonia il gruppo dirigente riformista è svantaggiato dal fatto di
essere, in parte, lo stesso che nel dicembre ‘81 realizzò il colpo militare. Perciò esso resiste alla prospettiva di legalizzare il sindacato libero Solidarnosc, percepito più come antagonista politico che come forza di mediazione sociale. In URSS suscitano legittime inquietudini le leggi di ottobre sul diritto di manifestazione e la concentrazione di tutto il potere partitico-statale nelle mani del leader del PCUS.

Il monopartitismo resta, anche se nella nuova forma di "pluralismo socialista", nella quale si accettano o comunque si tollerano e non si soffocano più per via poliziesca le idee e gli altri apporti dei gruppi e delle personalità indipendenti. Il pluralismo sindacale è ancora lontano ma i dirigenti sovietici in prospettiva non lo escludono. Restano infine, come tendenze incontestabilmente positive, la dinamica sociale che sviluppa le riforme economiche, la crescente diversificazione culturale, la profonda "deideologizzazione" della società, operante anche all’interno degli stessi Partiti al potere.

Si coglie, così, una netta divisione all’interno dell'area comunista. Per quanto tempo ancora? Difficile dirlo. Certo le leggi biologiche del ricambio generazionale valgono anche per gli ultrasettantenni come Ceausescu, Honecker, Zhivkov. Nessun leader è eterno. Nel PC cecoslovacco alle spalle dei "normalizzatori" premono i quarantenni, alcuni dei quali, come il capo del Partito a Praga, Stepan, sono entrati in buon numero nel Presidium. C'è, infine, la necessità obiettiva delle riforme, unica via per combattere lo sperpero e la stagnazione.

È in atto, insomma, un processo complessivo di uscita dal modello buro-ideocratico e totalitario. Certo, è ancora presto per giurare sulla sua irreversibilità, se teniamo conto delle resistenze degli apparati conservatori e dei molteplici fattori di rischio: l'inflazione, la disoccupazione e gli altri squilibri generati da una difficile transizione al mercato. Squilibri e ostacoli che non attengono solo al piano economico, ma anche a quello mentale e culturale. Il fatto decisivo sarà sicuramente la solidità di Gorbaciov nel cuore dell’impero. Ma si può ormai parlare di un processo epocale aperto: il superamento di Jalta.


Autore: Piero Sinatti
Fonte: Il Sole 24 Ore




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