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I turchi di Bulgaria se ne vogliono andare

30.05.1998 - Kardzali

Kardzali, Bulgaria - Le antenne paraboliche delle case ancora abitate di Rogozce puntano verso il cielo per ricevere programmi dal paese che è il sogno della maggior parte degli abitanti del villaggio - la Turchia. Molte case del villaggio sono abbandonate, i loro terreni rimangono incolti e sono la testimonianza silenziosa dell'esodo continuo dei membri dell'etnia turca, che costituiscono ancora circa l'80 per cento della popolazione della regione di Kardzali, nel sud del paese. Il loro flusso continuo verso la Turchia riporta alla memoria l'esodo dei 300.000 turchi di Bulgaria fuggiti verso la Turchia [nei fatti espulsi, per le violenze e i ricatti economici esercitati nei loro confronti - N.d.T.] nel 1989 al culmine di una campagna lanciata dal dittatore comunista Todor Zhivkov, con il quale li si era costretti a cambiare i loro nomi con nomi slavi bulgari.

Oggi il motivo della loro fuga sono la disoccupazione e la povertà, e non le azioni di un despota comunista. Quelli di loro che rimangono, continuano a sperare di emigrare e intanto si consolano guardando la televisione turca via satellite. "Se avessi una possibilità scapperei subito, oggi, senza nemmeno prendere le mie cose", dice Ilias, un ex camionista di 32 anni, il cui umore riflette quello della maggior parte dei turchi della zona.

Dai vecchi ai giovani, tutti affermano di volersene andare citando lo stesso motivo -- "non c'è lavoro, non ci sono soldi". Ai tempi del regime comunista, lo stato aveva creato nell'area un numero sufficiente di fabbriche per dare lavoro a tutti, ma la maggior parte di esse non ha retto alla transizione e il tasso di disoccupazione qui è molto più alto della media bulgara del 14%. Il sindaco di Kardzali, Rassim Mousa, membro del Movimento per i Diritti e le Libertà, il partito dell'etnia turca, afferma che nella regione il tasso è del 30%, in alcuni villaggi del 90%.

C'è anche una lotta di potere a livello locale che contribuisce ad aumentare le tensioni nella città immersa nei selvaggi e bellissimi Rodopi, le montagne che un tempo segnavano la frontiera meridionale tra il Patto di Varsavia e la NATO. I politici locali del partito di destra SDS hanno formato un'improbabile alleanza con i loro oppositori a livello nazionale, gli ex-comunisti. Vogliono indire un referendum per cambiare i confini municipali, in modo tale che la città di Kardzali, meno povera, venga separata dai miseri villaggi circostanti, che sono abitati principalmente da turchi. [...] I dirigenti nazionali della SDS e degli ex comunisti affermano che la lotta di potere sui confini municipali è una questione puramente locale, che non li coinvolge. Mousa dice invece che è intesa a colpire lui e il suo partito, perché la città è più ricca ed è a maggioranza bulgara, mentre i villaggi sono poveri e popolati per la maggior parte da turchi. "E' strano che due partiti con piattaforme così diverse si siano uniti su questo progetto. Personalmente ritengo che quello che li unisce siano le idee nazionaliste". [...].

Dopo l'esodo dalla Bulgaria del 1989, alcuni di coloro che se ne erano andati sono tornati e i turchi sono ancora il 10 per cento della popolazione del paese. Ma il flusso continuo di turchi verso la Turchia non si è mai fermato, anche se è difficile ottenere cifre esatte. Abbandonano il paese legalmente e illegalmente, nella speranza che l'opinione pubblica della Turchia e l'aiuto dei loro parenti che già si trovano là impediscano al governo di Ankara di rimandarli indietro. Mousa afferma che la popolazione regionale è diminuita da 100.000 nel 1989 a 86.000 oggi "a causa dell'emigrazione che sfortunatamente non è mai smessa". [...] "La nostra vita è difficile e quindi tutti cercano di scappare", dice Medjit Umer, uno dei molti anziani che attendono la loro pensione nel sole primaverile della città di Dzebel. "Non c'è più lavoro qui. Se ne sono andati tutti - chi in Turchia, chi in Albania, tutti se ne sono andati via". Un'anziana donna che attende la pensione con altre donne in un gruppo a parte dice: "Non c'è lavoro, non ci sono soldi. I giovani qui aspettano anche loro le pensioni per vivere: quelle dei loro parenti più anziani". Due giovani ragazze se ne vanno in giro passeggiando lentamente e dicono anche loro, come tutti, che se ne vogliono andare. "Mia madre, mio padre e tutti i miei fratelli se ne sono andati. Anch'io me ne voglio andare," dice una di loro, "voglio andare in Turchia quando mi diplomerò, quando avrò una professione".

Molte delle persone più anziane si trovano più a proprio agio a parlare il turco che il bulgaro, ma le ragazze sono chiaramente bilingui. Con l'industria locale praticamente a pezzi, la coltivazione del tabacco rimane l'unica fonte di sopravvivenza e le famiglie si dedicano in massa alla produzione di uno dei migliori tabacchi del mondo su piccoli appezzamenti coltivati che riescono a strappare ai ripidi pendii dei monti. Osman Zekeria, un ex minatore di 43 anni [...] lavora su uno di tali appezzamenti con sua moglie e i suoi due figli. Sono pomachi, bulgari slavi musulmani. "Non abbiamo altra scelta [che tornare sui campi]" racconta. [...] Gli attrezzi che usano sembrano quelli di inizio secolo e non viene impiegata alcuna macchina.


Autore: Anatoly Verbin
Fonte: Reuters
Traduzione: Andrea Ferrario - Notizie Est




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