Home | Notizie | Forum | Club | Cerca 
Subscribe
Share/Save/Bookmark

Bulgaro
     
         Utente: non registrato, entra
  
Danubio: la decadenza di un grande fiume

27.01.2000 - Novi Sad

A Novi Sad quel che resta del ponte della Libertà è uno schizzo astratto. Una montagna russa stilizzata che i serbi conservano a testimonianza di una stagione di orrori. La campata centrale, scardinata dal pilone, si È afflosciata in due spezzoni. Che si inabissano nelle acque limacciose ostruendo il corso del Danubio. Una cesura provocata dai bombardamenti Nato durante la guerra del Kosovo. Il simbolo più drammatico della separazione fra due mondi. La Mitteleuropa che lungo i 2.680 chilometri del fiume ha travasato nei secoli la sua sofisticata civiltà verso Oriente. E, risalendo la corrente, i tormentati Balcani per i quali l'Occidente è un irresistibile magnete. Nella paralisi di uno strategico corso d'acqua arrancano le economie dei paesi rivieraschi, galleggiano senza meta le chiatte, si bloccano i traffici, evaporano migliaia di posti di lavoro. Non arrivano più dall'Ucraina e dalla Romania il cemento e il materiale siderurgico per i cantieri austriaci e tedeschi. E il grano e il mais ungherese percorrono complicate vie di terra per raggiungere i mercati della Bulgaria e della Romania. La Bulgaria, che avviava il 65 per cento delle sue esportazioni lungo il fiume, lamenta mancati introiti per centinaia di milioni di dollari. La Romania li ha quantificati in 900 milioni. La Serbia, che dall'aviazione Nato ha subito approssimativamente danni per cento miliardi di dollari, neanche calcola l'incidenza dell'infarto fluviale. In 78 giorni di assalto ai suoi obiettivi sensibili ha perso sessanta ponti, di cui sei sul Danubio (Backa Palanka, Beska e Kovin, e i tre di Novi Sad). Nella persistente inconciliabilità fra la Nato e la Jugoslavia vengono vanificati i progetti di ricostruzione, E il bel Danubio blu, immortalato nel 1867 dal celebre valzer di Johann Strauss, diventa sempre più nero, sporco, malinconico. Un monumento alla decadenza, un graffio al mito che ha ispirato la penna di tanti letterati.

Intreccio fra mito e storia, prima ancora che un'arteria di grande comunicazione il Danubio (secondo fiume d'Europa dopo il Volga) è un romanzone saturo di trionfi e di drammi, di epopee e di miserie, di eroi e di demoni. In cui i colpi di scena hanno lasciato tracce indelebili nelle popolazioni. Esaltandone le specifiche culture e piantando pietre miliari nell'evoluzione del pensiero e delle arti. Ma anche disseminando odi irriducibili, pulizie etniche, ordalie di sangue, instabilità in tutte le regioni dell'area. Dai tempi del dominio turco, passando per la barbarie del nazismo, per le tragedie del comunismo, fino alla guerra del Kosovo. Con il virus del dispotismo e dell'intolleranza attecchito indifferentemente a Est e a Ovest: ieri Hitler e Stalin, oggi Milosevic e Haider.

Novi Sad, il capoluogo della Vojvodina, è la città più penalizzata dall'ultimo conflitto. Più ancora che Belgrado, vaccinata contro le ricorrenti distruzioni, con gli anticorpi della resurrezione vigili nei secoli: qui i bombardamenti hanno demolito molti dei centri di potere, ma hanno risparmiato i ponti protetti dal patriottismo (vero o di propaganda) degli scudi umani. Novi Sad è stata colpita al cuore: mutilata di tutti e tre i suoi ponti, annientata nei suoi impianti petrolchimici, strappata al suo Danubio, scissa in due parti congiunte durante la guerra dalla spola di traghetti improvvisati. Solo il ponte della Libertà si è spezzato ma non si è piegato. Degli altri due ponti, lo Zezelj e il Petrovaradin, polverizzati dalla precisione chirurgica dei raid, sono stati rimossi anche gli argini. Ma neanche Novi Sad è una città che si piange addosso. Nell'atomizzazione dei Balcani, riesce ancora a far convivere pacificamente cinque etnie: serbi, ungheresi, slovacchi, romeni e ruteni. Con spirito pratico si sono rimboccati tutti le maniche. Oggi l'altra parte del fiume, quella dominata dalla fortezza di Petrovaradin, la più carica di atmosfere asburgiche e ottomane, è raggiungibile in macchina su una passerella che poggia su palafitte di legno. Un paio di giorni al mese il traffico viene chiuso per consentire la manutenzione. Ma su un pontile a fianco c'è il ferry che nel breve itinerario sfiora le rovine di un ponte affondato durante la seconda guerra mondiale. 

Le tragedie si accavallano in questa area del mondo. A volte non c'è tempo né voglia di rimuovere. In municipio custodiscono la documentazione dei danni. La cittadinanza parla con fierezza delle sue cicatrici. O si rifugia nell'ironia. «La storia non ci dà il tempo di addormentarci sugli allori. Siamo un popolo privilegiato».

A est e a ovest della zona infartuata, subito dopo i confini con la Bulgaria e la Romania a Oriente, l'Ungheria a Occidente, decine di imbarcazioni rimangono ancorate ai porti fluviali. Impossibilitate a proseguire il loro cammino. Coi marinai spesso abbandonati al loro destino. Che ingannano il tempo reinventandosi pescatori di lucci. La scorsa primavera, poco prima della fine del conflitto, un equipaggio romeno dimenticato dall'armatore a Prahovo (est di Belgrado) lanciò nel Danubio un Sos dentro una bottiglia. Come i naufraghi dei romanzi ambientati nei mari del Sud. «Ci troviamo fermi da venti giorni in questo porto e nulla viene fatto per farci rientrare». Il messaggio fu raccolto da un pescatore romeno vicino a Calafat.

Ma i pericoli minacciano anche l'ambiente. Con l'avanzare dell'inverno sui detriti di cemento e ferro si formano blocchi di ghiaccio che diventano altrettante barriere per le acque. Con rischi di inondazioni a monte di Novi Sad, dove il corso del Danubio si fa tortuoso e sembra disperdersi in un labirinto di meandri: in Vojvodina, ma anche in Croazia e in Ungheria. A Belgrado e a Novi Sad le priorità sono più drammatiche. Ma a Budapest e a Mohacs, l'avamposto ungherese ai confini con la Croazia, la psicosi degli straripamenti dilaga. Georgy Droppa, presidente di Zold Alternativa (il partito dei verdi ungheresi), denuncia una gravità ai limiti dell'emergenza. In territorio serbo e croato gli argini e i fondali non vengono ripuliti da anni. Prima della guerra l'Ungheria si era accordata con la Jugoslavia per l'invio della sua flotta specializzata nel dragaggio e nella rottura dei ghiacci. Ma poi il conflitto, con la presenza ungherese nella Nato, ha spazzato via ogni intesa. E oggi l'Occidente si limita a dibattere accademicamente il problema. Paralizzato, come il fiume, dal perdurare delle sanzioni e dai veti incrociati dei duellanti. Per Belgrado, che si ritiene vittima di un'aggressione, spetta all'Occidente la riparazione dei danni. Ma i paesi della Nato, che sarebbero disposti anche a varare un piano Marshall per i Balcani, non scuciranno un solo dollaro fino a quando al potere in Serbia rimarrà Slobodan Milosevic. Non è arrivato l'okay neppure per l'installazione a Novi Sad di una passerella metallica costruita a Vienna nel 1976 dopo il crollo del ponte di Reichsbrücke. Per la Nato è preferibile che venga corrosa dalla ruggine. Le boccate di ossigeno per i serbi arrivano unicamente dalle iniziative private. Il ponte di Beska, sull'autostrada Belgrado-Novi Sad, è stato riparato in 35 giorni con la donazione di un uomo d'affari svizzero. «È la dimostrazione che possiamo fare da soli», ha detto con un pizzico eccessivo di trionfalismo Dragan Tomic, presidente del Parlamento serbo. 

A Budapest ha sede la Commissione del Danubio (vi aderiscono tutti i paesi affacciati sul fiume) che sovrintende sui diritti di navigabilità e sullo status internazionale. All'ultima riunione, in cui la Jugoslavia ha abbozzato qualche tentativo di dialogo, i tecnici hanno quantificato in 90 milioni di euro la cifra per rendere di nuovo percorribile il Danubio entro quattro anni: 14 per lo sgombero dei detriti, 63 per i nuovi ponti, 13 per la ricostruzione delle strade e delle ferrovie. L'Unione europea si è impegnata a stanziare 30 milioni di euro. Ma la Nato è irremovibile. Nel braccio di ferro intorno al Kosovo i fondi rimangono così congelati. E il fiume scorre via senza più traffici. Come un ammalato grave, in sala di rianimazione.

Nel 1987, al massimo del suo splendore commerciale, le merci trasportate ammontavano a cento milioni di tonnellate. Il disfacimento dell'Unione Sovietica, che faceva partire le chiatte dai canali del delta che si espandono in Ucraina, dimezzò il traffico agli inizi degli anni Novanta. Il colpo mortale fu dato dalla guerra in Bosnia, quando lungo il Danubio transitavano non più di venti milioni di tonnellate l'anno, nonostante il raccordo con il Reno consentisse un'estensione della navigabilità fino ad Amburgo, Rotterdam, Le Havre, Anversa. Nel '95 il fiume recuperò il venti per cento del traffico. Oggi l'encefalogramma è quasi piatto. Le ditte austriache fanno arrivare per treno le forniture a Bratislava e sfruttano solo il tratto di Danubio nel loro territorio. La Bulgaria e la Romania preferiscono concentrare i prodotti nel porto di Salonicco e inviarli via mare in Europa occidentale, piuttosto che spedirli sui camion per le impervie strade dei Balcani.

Dalle controverse sorgenti nella Selva Nera all'intricata foce nel Mar Nero non c'è tratto che non risenta della decadenza. Anche se rimane intatto il potere di suggestione di un fiume sulle cui rive, come scriveva il poeta tedesco Friedrich Hölderlin, si avverte la presenza degli dei. In Germania, come via di comunicazione, il Danubio è stato in pratica soppiantato dal Reno e dal Meno. Ma basta il fascino esercitato dal nome per riportare a galla le beghe campanilistiche sulle sorgenti. 

Il Danubio nasce a Donaueschengen (dove si incrociano i fiumi Breg, ramo principale, e Brigach) come ufficializza una targa nel parco dei Fürstenberg? O a Furtwangen, a 35 chilometri di distanza, dove nasce il Breg? O si deve dar credito a una leggenda rusticana, ricostruita con humour da Claudio Magris nel suo bel libro "Danubio", secondo cui il fiotto originario scaturirebbe dal rubinetto di una casa di campagna che non si riesce a riparare? Di certo il Danubio, che bagna Ulma, Ratisbona, Passau e Linz prima di incanalarsi verso Vienna, Bratislava e Budapest, rimane una presenza forte nella cultura mitteleuropea. Vi si rispecchiano i bagliori e le ossessioni dello spirito germanico. Si è disperso solo quell'alone di fertile contaminazione fra diverse civiltà che annullava le distanze coi Balcani. Oggi, nel tratto alto, il Danubio è una meta soprattutto romantica. Un itinerario delle emozioni e delle memorie per i turisti che lo solcano in aliscafo. Dalle maestosità di Vienna al castello di Bratislava; all'isola Margherita, il biglietto da visita di Budapest in stile belle époque. È l'immagine più scintillante, più cinematografica, del grande fiume. Fascino imperiale di giorno, sons et lumières di notte.

Ma sotto traccia, anche nello scorcio di maggior suggestione, covano le tensioni. C'è un contenzioso fra Slovacchia e Ungheria per una diga costruita nel '92 vicino a Bratislava dall'allora Cecoslovacchia. Budapest denuncia danni ambientali. In piena crisi annaspano poi molte aziende ungheresi di trasporto. La Mahart, una compagnia statale che esportava grano, ha perso quasi quattro milioni di dollari. La Ferroport, altra grande ditta di spedizioni, ha ridotto il volume di affari della metà.

A Budapest, cinque chilometri a valle del ponte delle Catene, sotto cui (prima della guerra) passava una chiatta ogni ora, si possono toccare con mano i segni del disastro. Nell'isola di Csepel era ospitata la più grande azienda metallurgica del paese. Che alla fine degli anni Quaranta era diventata una palestra di stakanovismo, con gli operai comunisti che arrivavano da tutta l'Ungheria per forgiare il mito dell'uomo nuovo. Ma già nel '56 gli spiriti si erano rivoltati. E Csepel diventò il principale centro di resistenza contro l'invasione sovietica. Oggi la fabbrica è deserta. Il porto semiabbandonato. Il molo invaso dalle sterpaglie. Le gru ferme. Le rotaie della ferrovia arrugginite. Tutta l'attività è concentrata nel carico di modeste quantità di legname. Un lugubre monumento alle rovine del socialismo reale.

A Mohacs, al confine con la Croazia, il panorama è ancora più deprimente. Siamo vicini alla strozzatura. Le chiatte in disarmo non presentano più segni di vita. Neanche uno straccio di panno steso al sole, come nei giorni della guerra. Scheletri intrappolati dagli eventi della storia. I portuali disoccupati hanno riesumato le antiche vocazioni contadine. Su banchetti improvvisati davanti alle case si vendono cipolle, patate, pannocchie, peperoni. A ridosso della cittadina, un antico campo di battaglia rievoca in mezzo ai girasoli la storica sconfitta del 1526 che spianò la dominazione dei turchi. Tra Arcadia e storia patria, il Danubio sembra sfumare dietro le quinte.

Non migliore è la situazione sul versante croato. Vukovar, nel '91, era il secondo porto jugoslavo dopo Fiume. Dalle sue banchine transitavano un milione e mezzo di tonnellate di merci l'anno. Ferro e bauxite provenienti dalla Bosnia e diretti in Urss. Oggi, se non fosse per un modesto traffico di sabbia, i 28 impiegati sarebbero disoccupati.

Superata la trappola jugoslava spuntano le mitiche porte di Ferro, il vecchio confine dell'impero turco. È il canyon più profondo d'Europa, e conserva reminiscenze dell'epoca di Traiano. Tito vi aveva costruito una diga e una centrale elettrica, fulgidi esempi del progresso socialista. Raggiungibili in aliscafo da Belgrado. Oggi è un avamposto degli uomini perduti.

Dopo Turnu Severin ci si addentra nei Carpazi. In regioni dai contorni brumosi. Il fiume divide per centinaia di chilometri la Bulgaria dalla Romania, paesi dall'economia fragile. Sopravvive un minimo di efficienza a Vidin (Bulgaria) che ha traghetti con la dirimpettaia Calafat (Romania) e con Ruse (Bulgaria), la città del premio Nobel Elias Canetti. Le terre si spopolano poi lungo le sponde. Al punto che il regista Ermanno Olmi ha scelto i dintorni di Ruse, totalmente privi di costruzioni moderne, per gli esterni del film "Il mestiere delle armi", incentrato sulla figura di Giovanni dalle Bande Nere. Ruse conserva la grazia architettonica che nei primi anni del Novecento le guadagnò il nome di piccola Vienna. Un angolo decentrato di Mitteleuropa, dove furono fondati il primo quotidiano in lingua bulgara "Dunav" e la prima banca della Bulgaria. E che ha sempre guardato a Occidente. «A Ruse», scrive Canetti, «quando qualcuno risaliva il Danubio fino a Vienna, si diceva che andava in Europa». E anche oggi che il porto è in coma profondo, rimane un crocevia essenziale verso l'Europa. Grazie al ponte dell'Amicizia (il secondo del continente dopo quello di Lisbona, sul Tago), che la congiunge a Giurgiu, territorio romeno.

La Romania, in segno di protesta per l'insensibilità internazionale, ha bloccato il fiume per tre giorni durante l'estate chiedendo indennizzi alla Nato. Anche qui c'è un problema ecologico. Il fiume ha portato a valle, fino all'Ucraina, sostanze oleose e chiazze di petrolio (le scorie delle raffinerie bombardate), provocando forte inquinamento, moria di pesci e di uccelli, infiltrazioni di sostanze tossiche nell'acqua potabile. A Galati, uno dei maggiori porti, dei 3.400 naviganti solo 300 si sono sottratti al licenziamento. Alla capitaneria di Calafat sono rimasti solo otto dipendenti. A Corabia sopravvivono il direttore, sei operai e un portinaio. È stata tagliata l'energia elettrica. Lungo i capannoni si aggirano bande di zingari che rubano pezzi di metallo per rivenderli ai magazzini di ferrivecchi.

A valle di Braila e Galati, quasi al cospetto dell'Asia, solo la dolcezza della natura riscatta i tre bracci del delta che si allarga da Tulcea a Sulina. Qui il corso del Danubio si fa impetuoso e impressionava già gli antichi romani che l'avevano soprannominato il "calderone". È l'unico ambiente subtropicale d'Europa. Un paradiso ecologico, con 110 tipi di pesci, 300 di uccelli e una sterminata varietà di piante. Un mondo remoto, in bilico fra acqua e terra, struggente come il paesaggio intorno a Venezia. Vivono del fiume in 25 mila. Zingari, ma soprattutto lipoveni, pescatori dalle lunghe barbe che lo percorrono su barche nere e sembrano sbucati da secoli lontani. Abitano in capanne di legno. Ai turisti offrono a prezzi modesti pesce e rakia. Ma la crisi morde anche questo microcosmo patriarcale. E insinua il virus del piccolo imbroglio. Da qualche tempo sui cigli delle strade si vendono a peso trote e carpe gonfiate. Con gli intestini riempiti di ghiaia. 

A Sulina, dove il canale artificiale sfocia direttamente nel Mar Nero, l'avventura finisce davanti a un faro. Nello scalcinato scenario di un porto anonimo, senza pulsioni. Metafora della penombra in cui scivola il grande fiume.


Autore: Gianni Perrelli
Fonte: L'Espresso




Commenta questa notizia



Notizie

02.02.2000Il congresso del Partito della minoranza Turca
02.02.2000Edilizia: Salini, accordo per rifiuti, acqua e gas in Bulgaria
31.01.2000Hashim Thaci e Arben Xhaferri a Sofia
27.01.2000Danubio: la decadenza di un grande fiume
23.12.1999Bulgaria, ridotti i dazi all'import
22.12.1999Il rimpasto di governo
01.12.1999La crisi dell'Est - Un Altro Muro



Follow Bulgaria-Italia on Twitter  Follow Bulgaria-Italia on YouTube   Follow Bulgaria-Italia on LinkedIn

Ultime Notizie
 

Conoscere la Bulgaria
  Arte e Cultura Città e Località Economia Folklore Informazioni Politica e Governo Società Turismo

Notizie
  Temi Speciali Autori News Feeds (rss) Media bulgari (english)