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UE: allargamento - Dopo il sì a sei nuovi paesi

31.07.1997 - Bruxelles

A determinare l'avvenire dell'Unione europea sarà il modo con cui essa saprà affrontare due suoi obiettivi più ambiziosi: Unione monetaria europea (Ume) e allargamento a Est. E sarebbe sbagliato presumere che tra le due sarà la questione dell'Unione monetaria quella più spinosa. Il primato, infatti, spetta all'allargamento. Il modo in cui esso verrà attuato è destinato inevitabilmente a riattizzare le polemiche sull'architettura istituzionale della UE (tema affrontato dal recente vertice di Amsterdam con scarso successo), sulle sue finanze e su direttive cardine come quelle in materia di agricoltura.

Un anticipo dei contrasti che si profilano all'orizzonte si è avuto immediatamente prima che la Commissione europea, presieduta dal lussemburghese Jacques Santer, rendesse noto il suo parere sui dieci paesi che hanno chiesto di aderire alla UE. Per alcuni commissari, i negoziati - che avranno inizio l'anno prossimo - avrebbero dovuto coinvolgere solo tre candidati: Polonia, Repubblica ceca e Ungheria (la UE si è già impegnata in precedenza ad avviare colloqui con Cipro). Ha prevalso invece il parere di Hans van den Broek, commissario responsabile della questione dell'allargamento: in base a criteri oggettivi anche Slovenia ed Estonia sono state aggiunte alla lista.

Tutto bene quindi? No. Perché i pareri espressi dalla Commissione sui paesi che hanno chiesto di aderire alla UE sono di una franchezza impressionante. Nessuno, si legge nel rapporto, ha ancora soddisfatto i criteri per l'adesione stabiliti dal vertice di Copenhagen nel 1993. Criteri che, a livello politico, includono garanzie democratiche, diritti umani e tutela delle minoranze. Economia di mercato, capacità di affrontare le sfide del mercato unico e accettazione degli obiettivi dell'Unione monetaria sono invece i parametri adottati sul fronte dell'economia. Dei dieci aspiranti membri, solo la Slovacchia non soddisfa i criteri politici, osserva la Commissione, che però lancia qualche monito sul trattamento delle minoranze etniche in Romania, Bulgaria e negli Stati baltici. Nessuno dei paesi in questione rispetta invece appieno i criteri economici. E anche per quei cinque più prossimi al traguardo, la Commissione evidenzia la necessità di fare meglio. Tutti, poi, hanno i loro bravi compiti da svolgere, tra cui una normativa supplementare che applichi le regole del mercato unico europeo, una maggiore deregolamentazione in conformità alle direttive comunitarie sulla concorrenza e riforme macroeconomiche atte a piegare l'inflazione e a correggere il disavanzo delle partite correnti.

Stabilire le tappe dell'Allargamento della UE non sarà quindi impresa facile. Il vertice di Lussemburgo, previsto per il dicembre '97, dovrà approvare la prima ondata di candidati e consentire così l'apertura delle trattative per l'anno prossimo. La Commissione si rifiuta di indicare una data ultima per la conclusione dei negoziati, ma l'ipotesi più plausibile è che i cinque paesi in testa (Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Estonia, Slovenia), più Cipro, entreranno a far parte dell'Unione nel 2002, così da disporre di quattro anni per concludere le trattative e ratificare i trattati del caso. Quanto ai ritardatari, potrebbero essere ammessi nel giro di cinque anni successivi. Considerate tuttavia la complessità del negoziato e le immancabili occasioni di attrito in materia di bilanci e di riforma della Politica agricola comune, le scadenze di cui sopra appaiono troppo ottimistiche.

Di qui, l'importanza di individuare un meccanismo che consenta di risolvere il problema dei ritardatari, ovvero dei paesi non ammessi alla prima ondata. La Commissione è favorevole alla creazione di una Conferenza permanente di tutti gli aspiranti membri e pensa a una sorta di Parternship per l'accesso - vale a dire a una serie di accordi che traccino il percorso da seguire per l'adesione definitiva e preparino il terreno per lo stanziamento di aiuti più consistenti. La Commissione si ripromette, inoltre, di assicurare il comportamento virtuoso degli aspiranti membri con una verifica annuale che ne accerti l'idoneità all'adesione.

Particolarmente difficile, in questo contesto, sarà però per la UE la questione della candidatura della Turchia. La Commissione è favorevole alla sua partecipazione alla Conferenza permanente ma non a quella alla Partnership per l'accesso. Una posizione che rispecchia la riluttanza di alcuni commissari (e di alcuni governi) a considerare la Turchia un candidato affidabile. E ciò malgrado il suo riconoscimento di aspirante legittimo nel lontano 1964 e malgrado l'esperienza di economia di mercato e di democrazia. Ankara non gradirà però certo di essere inserita nell'elenco dietro la Bulgaria - già provincia turca - e non mancherà di imputare una simile decisione al prevalere di pregiudizi anti-musulmani.

La reazione irata dei turchi potrebbe pregiudicare a sua volta le possibilità di adesione di Cipro. La Commissione si augura che la prospettiva di Cipro di aderire alla UE acceleri il tentativo dell'Onu di porre fine alle tensioni tra comunità greca e turca dell'isola divisa in due da oltre vent'anni. In mancanza di una soluzione, la Commissione lascia intendere che le trattative per l'adesione alla UE dovrebbero essere avviate solo con la parte Sud (greco-cipriota) dell'isola, riconosciuta dalla comunità internazionale. La Grecia, da parte sua, ha accennato alla possibilità di porre il veto all'ingresso di altri paesi nella UE nel caso in cui Cipro fosse esclusa. Resta, che è difficile immaginare l'ingresso nell'Unione di una Cipro divisa in due e con una linea di frontiera presidiata dalle forze multinazionali di pace.

Come se l'agenda non fosse sufficientemente ambiziosa, la Commissione pensa a un'altra conferenza intergovernativa da convocare subito dopo il 2000 per risolvere le questioni istituzionali che non sono state affrontate ad Amsterdam. Se i nodi (la composizione della Commissione, il sistema di voto nel Consiglio dei ministri: che ora fanno prevalere gli interessi di Stati piccoli a scapito della maggioranza degli abitanti dei paesi grandi) non saranno sciolti, l'integrazione europea rischia di restare ostaggio degli euroscettici, con una Unione di 20 o 25 membri azzoppata da istituzioni inadeguate.

E non è finita: i 15 membri attuali dovranno pagare un prezzo per l'allargamento. Sulla povertà degli aspiranti membri non ci sono dubbi (si veda la cartina nella pagina precedente): basti dire che il loro Pil (Prodotto interno lordo) complessivo è inferiore a quello dell'Olanda mentre il Pil medio pro capite rappresenta solo il 13 per cento della media della UE. 

Quanto all'Unione monetaria, l'Agenda 2000 non ne fa cenno. In teoria, l'Ume non dovrebbe condizionare la questione dell'allargamento. Ma se l'anno prossimo l'Ume dovesse subire un ritardo, ciò farebbe anche allungare i tempi dell'allargamento della UE. Perché rancori e recriminazioni che ne conseguirebbero renderebbero molto più difficile agli Stati membri affrontare le immense sfide legate al processo in questione.


Fonte: The Economist




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