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Bulgaro
     
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 APPUNTI DI VIAGGIO 
DALL'ADRIATICO AL MAR NERO (2) - di Pierpaolo Pacenza
CAPITOLO SECONDO

LA PARTENZA


In realtà il giorno della partenza non è stato radioso, per l'incertezza del tempo che da piovoso si era fatto nuvoloso e per le mille perplessità che ancora affollavano il mio cuore tremolante di mille paure.

La notte era trascorsa a rileggere "La strada per Istanbul", alla ricerca di particolari che sembravano sfuggirmi e che, certamente, non avevo colto.

Orfeo non ne voleva sapere di visitare la mia dimora e mi consolavo con il pensiero che da domani la mia vita sarebbe cambiata,forse per sempre, per le avventure che mi raffiguravo,per delle emozioni che non potevo immaginare, perché stavo vincendo la paura dell'ignoto, quel timor di vivere che tiene l'uomo schiavo delle sue passioni.

Il "viaggio" poteva riscattare una vita spesa vagando tra infinite pulsazioni aritmiche; si trasfigurava nel lontano ricordo del confuso tragitto claudicante di chi aveva osato,spesso, nella direzione sbagliata; diventava la deviazione dalla strada maestra delle familiari certezze, seguita con inconsapevole rassegnazione.
Poche ore mi separavano da quello che sembrava un salto nel buio, un'avventura improvvisata a tavolino mentre avevo, sempre più, la sensazione di aver preparato una spedizione lunare con un missile di cartapesta alimentato da fuochi artificiali.

Invero, seguendo la filosofia della troika giuliana, sospinto da un fanciullesco istinto di sopravvivenza, con la certezza di una qualche tragicomica immanente tragedia,di cui la mia vita è tappezzata, mi apprestavo ad emulare le gesta di tre uomini che avevano riaperto, dopo secoli, la via della seta. Ancora bruciava nel petto il fallimento della prima spedizione e non si poteva cedere alle fitte di un'unghia incarnata, né tanto meno alle paturnie del tempo.

Purtroppo, risaliva a qualche giorno prima della mia partenza, l'impresa del solito americano bionico al tour de France dei miracoli, che aveva vinto una tappa con costole fratturate o asportate, monco di un braccio, con due pistoni navali al posto delle gambe.

Inoltre, il tempo malandrino è un imprevisto che ogni ciclista deve accettare di buon grado, destinato com'è a trascorrere le sue giornate all'aria aperta.

Superato il confronto con Big Jim e il mondo dei pupazzi di professione, mi affidavo alla grazia di Giove Pluvio per una partenza asciutta e ai rimedi tradizionali per la cura del piede.
Rintronato e confuso, all'alba del primo d'agosto, in una mattinata frizzante più per l'agitazione che per l'ora peregrina, incomincio i timidi preparativi del viaggio senza aver ancora le idee chiare sull'andamento del giorno e convinto solo di una cosa: che sarei partito e rientrato alla prima foratura.

Infatti, la bicicletta, bardata del bagaglio, assumeva le fattezze di una moto, dall'aspetto arcigno e inquietante, che non sarei stato certamente in grado di riparare, nonostante i preziosi consigli di Sergio e Samo, i giovani meccanici a cui avevo affidato le cure del destriero d'acciaio.

Con una inconsueta calma certosina, verso le nove ero riuscito ad effettuare gli ultimi controlli, caso mai ce ne fosse stato il bisogno, trovando una sistemazione decente alle numerose borse da viaggio: bisaccia di destra con i pezzi di ricambio e qualche mutanda sul lato sinistro, bisaccia di sinistra con il vestiario da civile quattro - stagioni sul lato destro (è cosa nota che sui Balcani, nel mese d'agosto può nevicare), borsa posteriore sopra quelle laterali.

L'evidenza dell'errore nel montaggio delle borse si è manifestata al primo tentativo di partenza, quando calcagni e talloni sono andati a sbattere sulle sacche laterali, procurandomi un enorme spavento per la mancata caduta.

Dopo questa e simile performance con la borsa da manubrio, le cui oscillazioni mi davano l'impressione di dover domare un mulo imbizzarrito, ho tirato un sospiro di sollievo perché stavo imparando a cavalcare la mia bicicletta in versione cicloturistica.

La partenza avrebbe dovuto essere mattiniera non per questioni di tappa, poiché non avevo ancora fissato con chiarezza l'arrivo della giornata, ma per evitare i pianti materni di Aniza, la signora che ci aiuta in casa, all'oscuro della mia repentina dipartita dal mondo dei saggi ed anche per sfuggire agli ultimi rimbrotti di mio padre sulla follia della mia pedalata in solitario; inoltre, avrei fatto volentieri a meno di incrociare lo sguardo fatalista e un po' iettatore, del genitore partenopeo che , spesso, è stato foriero di sventure, come se fosse stato lui a chiamarle,tanto era convinto che accadessero.

Purtroppo i balletti intorno al mio "motociclo" avevano ritardato la tabella di marcia che prevedeva una uscita strategica dal cancello molto prima delle otto e trenta e prima che i latrati del fedele Alex, immancabile concerto ad ogni mia uscita ciclistica, avessero svegliato ,come sempre, il vicinato.

Ed invece mi ritrovo nel cortile di casa, ben oltre l'ora sperata, attorniato da una commossa Aniza in versione materna, ancora attonita per le novità mattutine, dallo scodinzolante Alex, che abbaiava per l'illusione di una passeggiata e da uno sconcertato genitore che si prodigava con gli ultimi consigli di un viaggio, che probabilmente si sarebbe concluso a pochi chilometri di distanza.

A quel punto non mi restava che tranquillizzare anche l'inconsolabile Aniza, spiegandole che avrei attraversato paesi, comunque europei e a me familiari, che si trattava di un viaggio e non di una spedizione punitiva nel deserto del Gobi e che i serbi non praticavano più il cannibalismo.

Avevo utilizzato le argomentazioni suggerite dal buon Rigatti e devo dire che facevano sempre effetto: si trattava, in fin dei conti, di una "gita", più lunga del solito senza l'angoscia del ritorno a casa, su strade campagnole e tra gente abituata all'ospitalità, con la possibilità di caricare armi e bagagli sul primo treno diretto a Trieste, anche se, in cuor mio, avrei proseguito con un mezzo di fortuna, piuttosto che ritornare sconfitto da quella che stava, ormai, assumendo i connotati di un confronto all'ultimo sangue tra le mie incertezze quotidiane e la voglia di vita ai margini della modernità fagocitante.

L' intimità di questa sfida, era nota solamente a Massimo, l'amico della mia anima ondivaga; la sua predisposizione all'ascolto, avulsa da ogni giudizio frettoloso, i suoi guizzi sagaci e fantasiosi , la sua calma serafica ed avvolgente, sono sempre stati, per me, fertile terreno per le più audaci fantasie itineranti e non era un caso che il viaggio nell'Oriente balcanico fosse stato concepito nel corso di intere serate in sua compagnia, passate a cercare "l'aurea via di mezzo" tra il doveroso ma improbabile inserimento nel ciclo produttivo e la voglia di fuga da una società respingente e troppo competitiva.

L'anno prima brindavamo con una bottiglia da grandi occasioni alla imminente partenza verso un futuro agreste in qualche villaggio dei Rodopi, montagne di magia e fantasia, dove la gente è famosa per l'ospitalità che riserva ai viandanti e il tempo si è fermato ai giorni in cui le persone ancora si parlavano, dove la bellezza dei luoghi ricorda le fiabe che si leggevano, qualche anno fa, ai fanciulli che si coricavano con il carosello.
Sebbene Massimo avesse voluto consacrare il mio salto nel passato con le ritualità del caso, non era convinto della realizzazione dei miei propositi, abituato com'è ad ascoltare titanici progetti destinati a cadere nella meschina quotidianità.

Allora, sembrava ,ed era, una fuga dai fallimenti della carriera forense sulla quale mi accanivo per evitare lo scotto di una disoccupazione latente ed inevitabile; una scappatoia da una interminabile stasi dell'anima, costretta a subire le violenze della prigionia del diritto; una silenziosa ribellione al sistema corporativo italiano, anchilosato dal nepotismo e schivo ai ricambi generazionali.

Anni di pratica avvilente ed inutile ai fini di un esame di stato, durante i quali passavo di studio in studio alla vana ricerca di un bravo maestro, fino a giungere a rinserrarmi nelle mure domestiche per tentare di superare lo scoglio, nella speranza di un futuro migliore.

Un lustro passato alla ricerca di una occupazione,anche transitoria e temporanea come richiesto dai cococo (canto di domestici pennuti che nel mercato globale italiano designa la ben nota collaborazione coordinata e continuativa ) senza neanche la speranza di un lavoro retribuito che moriva nella frigidità di centinaia di curricula.

La fuga dalla realtà venne fermata dall'amore per Lorella, mia fedele e tollerante compagna, dalla paura che si sentisse abbandonata a causa del mio,seppur momentaneo, allontanamento, ma anche perché, mai pago delle reiterate mazzate, mi sentivo in grado di affrontare un altro anno anonimo, con l'anima non sufficientemente frustrata dallo studio del diritto e con la coscienza di chi sbagliando ritiene di redimersi rifacendo gli stessi errori.

D'altronde di lavoro non c'era traccia e le lunghe pene del praticante venivano condivise anche da Lorella, con la quale ci consolavamo pensando al giorno in cui saremmo diventati avvocati e diversamente dalla maggioranza dei nostri colleghi, avremmo riscattato gli anni bui con professionalità e dignità.

Lo studio del diritto, dannato per chi non lo coglie e appagante per chi vi si pasce, sembrava essere l'unica seria prospettiva di lavoro e dava,ancora, l'illusione di una carriera da libero professionista visto che per quella da manovale non mi ero preparato a sufficienza mentre quella da dipendente pubblico mi veniva negata, per le poche conoscenze che posso vantare.

L'avventura agreste nei balcanici lidi moriva sulla coscienza di coppia e sulle resistenze dell'amata triestina che non intendeva tentare una improbabile vita bucolica nella Bulgaria dei miei racconti fantastici.

Massimo accettava, imperturbabile il mio scontato voltafaccia e s'apprestava, con la sua balcanica flemma, ad un altro anno di "eroici furori", scandito dal ritmo lento di racconti immaginari , sogni irrealizzabili, cadute a precipizio nel baratro della rassegnazione al proprio destino borghese.

Oggi è un altro giorno.

Un altro anno miserabile era trascorso senza grandi mutamenti di rotta: la speranza di un esame superato, qualche altra illusione lavorativa, , la sterile ricerca di un lavoro erano disfatte gettate, imperiosamente, dietro le spalle perché il mondo poteva vivere senza di me per altri ventun giorni, se non per sempre.

Finalmente il cancello si apriva e con le prime confidenziali sbandate,salutavo gli ultimi affetti per tentare di sorprendere mia madre e mia zia, a Burgas, prima che potessero capire che le stessi raggiungendo in bicicletta, dove, ignare della piega degli avvenimenti, accudivano amorosamente le nonne.

Mi dirigevo da don Rossano, per significare che "la missione"aveva l'ambizione di portare i Salesiani in Bulgaria, per un aiuto serio e professionale a tanti bambini che vivono dimenticate negli orfanotrofi di provincia.

Il direttore del S.Luigi aveva incoraggiato le mie velleità da aspirante volontario e in lui ho trovato collaborazione ed ispirazione per la preparazione di un viaggio dalle mille motivazioni, con risvolti donchisciotteschi.

Sempre disponibile e pronto a nuove avventure, mi aveva introdotto nel mondo del cicloturismo allegro e spensierato, con le narrazioni dei suoi innumerevoli tour in giro per l'Europa, quando bastavano solide gambe e un ferro sicuro sotto la sella.

In compagnia di allievi e confratelli , aveva percorso più di ventimila chilometri tra strade scassate e gente sconosciuta, sempre attento all'incolumità del gruppo e al senso del viaggio come maturazione interiore nella strada verso Dio.

La sua esperienza è stata molto efficace nel corso della mia più modesta avventura, soprattutto nei momenti di crisi quando,grazie a don Rossano, mi ricordavo che potevo fermarmi senza l'angoscia di non arrivare, che dovevo bere ogni mezz'ora per evitare la disidratazione e che dovevo sostare ogni due ore per dare ristoro alle gambe, alla testa e al soprassella.

La benedizione, in realtà l'avevo già ricevuta, nel mese d'Aprile in preparazione della prima spedizione quella che da Burgas, avrebbe dovuto portarmi a Sofia: in quell'occasione don Rossano ha voluto immortalare la partenza dall'Italia con delle foto che mi ritraevano nel cortile del S.Luigi, in tenuta da ciclista (in pensione) con una maglietta dei salesiani, verde mimetico,sulla quale avevo fatto stampare, a futura memoria, in un inglese claudicante, la seguente dicitura:

Burgas, Bulgary (invece di Bulgaria) - Gorizia Italy ( precisazione indispensabile vista la vicinanza con la ben più nota Nova Gorica);

For Balkanik children, frase attestante gli intenti missionari nell'intera penisola e scaramantica nei confronti dei graniciari serbi;

Salesiani don Bosco di Gorizia e Associazione Bulgaria - Italia , gli sponsor ufficiosi dell'imprevisto viaggio, deciso di riffa e di riffa senza il beneplacito dell'associazione di Paoloweb, presidente dell'omonimo sito.

Quel ritorno in Italia, che simbolicamente avrebbe dovuto portare le richieste d'aiuto dei bambini di Burgas ai Salesiani italiani, non fu da me portato a termine.

Ma oggi è un altro giorno, quello della agognata partenza e dopo gli ultimi preziosi consigli, don Rossano rinnova la benedizione, seguita da un abbraccio fraterno,quasi a volermi trasmettere l'energia e l'esperienza di viaggi passati.
Saluti barcollanti dalla bizzosa bicicletta, uno sguardo fugace alla scuola di un tempo ed esco sobbalzando da via don Bosco, per affrontare stranito il primo strappo che mi porta a salutare Sergio, l'amico meccanico.

Una rapida occhiata al bagaglio, le ultime raccomandazioni tecniche che da un orecchio entrano e dall'altro escono, una pacca sulla spalla e posso finalmente guadagnare il Valico della Casa Rossa, vera partenza di ogni viaggio verso la Bulgaria.

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