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 Bulgaria - Italia - Appunti di Viaggio - "Dall'Adriatico al Mar Nero in bicicletta" (1) 
DALL'ADRIATICO AL MAR NERO (1) - di Pierpaolo Pacenza
CAPITOLO PRIMO

I PREPARATIVI


Quante volte ho attraversato il valico della Casa Rossa per raggiungere con i miei cari un sogno infantile di felicità: la mia amata Bulgaria,terra densa di lieti ricordi.

Mai avrei creduto di superare quella frontiera per raggiungere l'oriente balcanico con una bicicletta e in solitario.

Nei miei acri sogni puerili, la fantasia galoppava sospinta da un'auto da corsa nell'immaginario Rally: Gorizia - Burgas o sopra un destriero alato come Bramante nell'Orlando furioso delle paterne letture domenicali, o all'interno di una vecchia locomotiva a vapore, primo amore meccanico di un ragazzo che subiva le fascinazioni dei viaggi in treno.

Ma in bici no, da fanciullo preda di romanzi salgariani e cavallereschi, non mi ero mai raffigurato un viaggio avventuroso con un cavallo meccanico, seppur pedalassi sin da piccolissimo.
Non rientrava nel mio immaginario immortalarmi in una avventura con una semplice bicicletta, piuttosto una moto che ricordava più da vicino, agli occhi ingenui di un ragazzo, le imprese dei suoi eroici cavalieri.

Preda della passione per la vela, mio padre andava progettando improbabili crociere verso la sospirata Bulgaria, ma il tempo tiranno e soprattutto l'imperizia marinaresca della famiglia ci faceva desistere dall'impresa nautica.

Agli esordi universitari, mai pago del desiderio d'avventura, ho realizzato il sogno della Bulgaria, raggiungendola con una Mini Cooper 1300 del 1966.

A parte i frequenti "abbeveraggi" d'olio che richiedeva la gloriosa vecchierella, il viaggio è proseguito senza intoppi fino a Burgas, ove sono stato accolto malinconicamente dagli amici di sempre, per la difficile situazione politica di allora: correva l'anno 1989 e c'era altro da fare che festeggiare un eccentrico amico italiano che aveva attraversato l'ultima Jugoslavia alla ricerca di sé stesso, cercando conforto nella Bulgaria dei suoi ricordi infantili.
Il sogno del viaggio avventuroso si scontrava con una dura realtà e non ero maturo per comprendere, come osserva Rumiz, che il bello dell'avventura non è la meta, ma" l'andando ", quel gerundio che con l'automobile passa troppo velocemente per poter apprezzare i luoghi e il tempo del viaggio.

Tornavo in Italia con le pive nel sacco e con l'amarezza di un'avventura durata troppo poco per essere apprezzata e per lasciare un segno duraturo nel cuore di un bizzarro sognatore .
L'università e i relativi problemi mi hanno allontanato dai sogni avventurosi, finché per disperazione e per diletto tre anni or sono ho ricominciato a pedalare.

Scalando colline, collinette, montagne e montagnole per cercare quiete e ristoro dai mali quotidiani, ho ripreso confidenza con le mie forze e con il mezzo dei miei anni giovanili: la bicicletta in versione mountain bike, l'unica in grado di sorreggere i miei chili di allora: correva l'anno 2000, foriero di grandi sventure ma anche di grandi sorprese.

Pedalando con iniziale paura e con facili entusiasmi da neofita, stavo imparando a scalare pazientemente le montagne, io che non ho la pazienza di sbucciare una cipolla,che sono sempre caduto dopo voli pindarici, che ho spesso corso verso il nulla.

Sudavo, faticavo, con il capo chino sul manubrio per paura di accorgermi che la salita non terminava dopo l'ultimo insperato tornante, ma quando perdevo coraggio bastava fermarsi e guardare abbasso: si aprivano scenografie inaspettate e consolanti, illuminate dal caldo sole primaverile e nella solitudine della fatica trovavo conforto nell'infinità del panorama che si apriva su una Natura amica e non più da conquistare.

Piano, piano ricominciavano a riaffiorare vecchi sogni infantili che lasciavo ai piedi delle mie prime salite;troppa era la fatica di arrivare in cima, figurarsi la Bulgaria!

Ma si sa i sogni corrono da soli,non hanno bisogno di riscontri nella realtà, sono le ali della libertà e forse solo nei sogni, l'uomo è veramente libero.

Il mese di quel giugno ho iniziato a familiarizzare con le salite slovene, quasi a volermi preparare ad un improbabile viaggio nei Balcani; nel segreto dei miei pensieri, con la tenacia di un pazzo, iniziavo le ascensioni con la Bulgaria nel cuore, illudendomi di poterla scorgere dalla cima di montagne straniere.

Quand'ero bambino, un amico di famiglia, mi indicò le alture che circondano anche da oriente Gorizia, per dirmi che dopo altre venti montagne c'era la Bulgaria.

Questa semplice immagine è rimasta impressa anche nella mia mente di adulto e ogniqualvolta volgo il mio sguardo verso quelle cime, inevitabilmente il ricordo mi riporta verso la meta di sempre.

L'estate trascorse velocemente nell'ormai familiare Slovenia e le mie avventure si facevano sempre più ardite e sempre più lunghe mentre il sogno pareva più vicino ma ancora lungi dall'essere realizzato.

Ero affascinato dal silenzio dei boschi, dal profumo delle foreste, dal raggiungimento di vette sempre più alte dalle quali guardavo spesso ad Oriente per liberare un pensiero affettuoso verso la mia terra lontana.

Ma tanto mi bastava e riuscivo a godere di passeggiate rinfrancanti e di semplici sogni romantici. Passarono tre anni da quelle splendide gite, molte piogge, molta pigrizia, tanta rassegnazione e tanti chili.

Mi sono ritrovato, un giorno di gennaio, sulla "cima" del S.Floriano,una collina nei pressi di Gorizia ricca di viti e di tranquillità, appesantito nel corpo e nella mente alla ricerca di quello scalatore audace che avevo lasciato felice nelle foreste del Nevoso, tanti anni prima.

Stroncato da una salita, che non raggiunge l'ora di durata a ritmo di passeggiata, mi detergevo il sudore invernale nascosto da provvidi cespugli, quando giunge alle mie orecchie un chiacchiericcio vivace che si avvicina velocemente: un gruppone di ciclisti di tutte le età che sale allegramente sul colle per scaldare i muscoli.

Mi raggiungono, mi scorgono , gentilmente mi salutano e sento che dopo la "salitella" si spareranno i cinquanta chilometri giornalieri che chiuderanno con un allegro spriz.

Correva l'anno 2003, ed io sulla cima del "santo colle" cercavo di riprendermi da un anno nefasto portando a spasso il balcanico bulbo, nella speranza di perderlo sulle dolci ondulazioni del Collio .
Bilancio della prima ascensione:
quota 200, ma forse anche 150 m.,dal mare;
peso forma che si attestava intorno ai 110 chili netti (bici esclusa);
sudorazione ferragostana ad una temperatura che si aggirava sullo zero.
Atri dettagli sono omessi per non offendere la pubblica decenza e la mia residua autostima di ciclista scalatore.

La Bulgaria non poteva neppure essere sognata e figurarsi se la potevo scorgere da quel basso colle pieno di viti tentatrici. Con la costanza della disperazione, il mese di gennaio trascorse in "uno studio matto e disperatissimo"alternato da quotidiane uscite in bicicletta dalle quali traevo forza e coraggio per l'avvenire e con le quali mi alleggerivo dalla zavorra dei lipidi in eccesso.

Dal Colliso italiano a quello Sloveno per ritornare, finalmente sulle amate vette, dalle quali ricominciavo a scorgere i lembi dei Balcani e ad intravedere scampoli di Bulgaria.

Le gite si facevano più mattiniere, il giorno si allungava, il sogno rinverdiva, non più accompagnato dalla disperazione del fuggitivo ma dalla consapevolezza di potercela fare con calma e senza fretta, un giorno forse vicino, ma non così vicino.

L'inverno non aveva termine e le giornate soleggiate anche, mentre io ormai saltavo di monte in monte, come uno stambecco a fine letargo, sempre con umiltà, con rispetto e con la paura di perdermi nelle foreste appena scoperte o di essere aggredito da un orso serbo sfuggito dalla guerra recente.

La Bulgaria saliva con me sempre più in alto, sempre meno lontana ma era ancora il sogno di un ragazzino troppo fantasioso.

Finché una sera un amico mi descrive la bella avventura di Rigatti e dell'allegra sua brigata; perbacco se tre ciclisti non più giovanissimi sono arrivati ad Istanbul perché mai io non posso raggiungere Sofia?

Semplicemente perché il simpatico trio è composto di cicloturisti molto allenati, assai meticolosi nello studio del percorso ed espertissimi di viaggi in bicicletta.

Ormai è una malattia; rileggo a più riprese il libro,con frenesia,con paura,con la sufficienza del neofita, finché riesco a cogliere uno dei primi segreti di Rigatti: qualsiasi viaggio deve essere affrontato con calma e tranquillità, perché la fretta di arrivare ti rovina "l'andando", il sapore della scoperta, il profumo delle scenografie mobili,il gusto dell'avventura.

Sofia era ora troppo vicina e la mirabile descrizione delle tappe bulgare mi scaraventava sui porti del Mar Nero, a Burgas città delle mie origini a 1500 km. dall'Adriatico giuliano, a soli 300 km. da quella Istanbul che la carovana triestina aveva conquistato due anni prima, a suon di "bionde" e stimmate.

A Burgas ho trascorso i migliori anni della mia vita, affidato alle cure estive di zie, prozie e nonne; lì ho compiuto le prime innocenti scorribande con gli amici della Mahàlà (quartiere); laggiù ho conosciuto le pene e le gioie dei primi amori.

L'infanzia e l'adolescenza sulle sponde del Mar Nero sono costellate dei ricordi più limpidi e gioiosi; e allora perché non dedicare l'impresa ciclistica a tutti quei bambini che non potranno ricordare serenamente i loro anni infantili ?

Dai fanciulli di Burgas a quelli dell'intera Bulgaria,fino a giungere a dedicare il viaggio a tutta l'infanzia abbandonata dei Balcani: oramai il mio folle cuore da bulgaro sognatore abbracciava tutti i fratelli di un tempo che fu.

L'idea del viaggio diventava un progetto, che si andava rafforzando mano a mano che ne parlavo con don Rossano, ciclista dalle imprese memorabili e sacerdote salesiano dalle infinite risorse.

Dopo lo sconcerto iniziale per la lunghezza del tragitto e la presunta pericolosità del percorso, oltre alla giustificata diffidenza per un inesperto cicloturista, il caro Padre è stato prodigo di utili consigli per la buona riuscita della "missione".

La primavera si annunciava timidamente, ancora sconcertata dal lungo inverno mentre maggio sembrava propiziarsi per l'attraversamento dell'Oriente slavo; così almeno sentenziavano gli almanacchi e gli antichi proverbi.

Un invito nella capitale bulgara dei Solisti di Sofia, sembrava creare l'occasione del viaggio: sarei andato al Festival dei Solisti in macchina, con la bicicletta nel baule, per poi dirigermi a Burgas da dove sarei partito,pedalando, alla volta di Gorizia.

Ma a Sofia mi sono trattenuto oltre ogni mia previsione, mentre sorgevano problemi con le autorità locali sull'impossibilità di andarsene senza l'automobile, che, uniti alle incombenze lavorative, hanno fatto naufragare il ritorno sulle due ruote.

In realtà, mi sentivo meschinamente sollevato da un viaggio che iniziava a spaventarmi sia per la lunghezza che per le condizioni delle strade: in fin dei conti si trattava della mia prima spedizione con tutte le paure del caso, che sempre più nascondevano i facili entusiasmi dei preparativi.

Avevo perso l'allenamento, la fiducia sembrava scomparire dietro un "buon senso " di circostanza e a casa tutti tiravano un sospiro di sollievo.

Con la solita calma, ho ripreso a pedalare e a sognare, finché decido la partenza da Gorizia verso la fine di luglio, quasi clandestinamente, avvisando solamente chi non poteva non accorgersi di una mia prolungata assenza, la quale veniva, felloniamente, mascherata dalle ferie estive.

Rotti tutti gli indugi, preso il doloroso commiato dalla fidanzata, salutato l'amico che condivideva i miei sogni orientali, potevo partire l'ultimo giovedì di luglio prima dell'ennesimo esodo estivo.
Ma un tempo capriccioso e i problemi tecnici, che non mancano mai prima di ogni partenza, mi tenevano alla sbarra mentre la corda della tensione era,ormai,tesa all'inverosimile fino quasi a spezzarsi.

Notti insonni,l etture consolatorie del Vangelo secondo Rigatti, ultimi cenni di cedimento psico-fisico e finalmente la partenza in una radiosa giornata d'agosto.

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