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Bulgaro
     
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 APPUNTI DI VIAGGIO 
FERNETTI-SESANA, LA PIÙ BALCANICA DELLE FRONTIERE
Bulgaria (Balcani)

Con puntualità svizzera, alle 16.00 del 20 agosto del 2003 la corriera è partita dalla stazione centrale di Sofia alla volta di Firenze.

Alcuni dei passeggeri sono italiani in cerca di avventure orientali, la maggior parte emigranti bulgari che rientrano in Italia dopo la breve pausa estiva, qualcuno viaggia per visitare “il Bel Paese”o ritrovare un amico o un parente.

E’una corriera gremita di gente composta e ordinata che di balcanico ha solo la malinconia dell’addio, non c’è più nemmeno il caratteristico odore di sirene (tipico formaggio bulgaro) e cipolla e non s’intravedono né angurie né teste d’aglio né tranci di carne speziati, ma semplici panini con salse globalizzate.

L’arrivo alla prima frontiera è di breve durata; veniamo fatti scendere dalla corriera per i controlli di rito, più per un effetto scenografico che per una reale verifica; infatti,gli autisti avvezzi ai graniciari hanno provveduto già alla distribuzione di whiski e sigarette.

L’ultima sfilata con passaporto alla mano davanti ad un poliziotto dietro ad una guardiola e la Bulgaria è alle nostre spalle.


Jugoslavia (Balcani)

Si vede chiara nel suo squallido nitore la frontiera Serba; mentre aspettiamo trepidanti il nostro turno, vediamo i graniciari serbi brindare con birrette mimetiche mentre ricevono dagli automobilisti di passaggio pacchi dono di vario genere : le immancabili Malboro, l’agognato whiski e forse qualcosa d’altro che non ho notato.

Il doganiere serbo, adeguatamente foraggiato, ci usa la gentilezza di salire sulla corriera per controllare i passaporti; tutto procede senza intoppi e dopo poco ripartiamo avendo trascorso non più di mezz’ora per l’espletamento delle verifiche doganali.

Il viaggio procede liscio fino alla frontiera croata, grazie alla perizia dei nostri autisti e alla loro abile arte della diplomazia spicciola ,che ci risparmia ulteriori controlli durante l’attraversamento della Jugoslavia post – bellica, più ordinata della Bulgaria mai bellica ma dalle strade bombardate senza bombe americane.

Si raggiunge a notte fonda la prima barriera europea, lo sfavillio delle luci e i colori accesi della segnaletica stradale si vedono con chiarezza dalla frontiera serba ove non veniamo trattenuti per più di un quarto d’ora, il tempo necessario per far salire sulla corriera un graniciaro serbo che di balcanico ha tutto : una pancia prominente da professionista della birra, alito da cipolla con Rakija o merluzzi e Slivoviza ,con un aroma da tabacco internazionale. Sorride, barcolla, beccheggia, inciampa sulla moquette e seraficamente torna in uno dei film di Kusturica.

Dopo qualche ora rimpiangeremo questa corruttela da operetta e gli sguardi teatralmente provocatori di serbi e bulgari, lontano ricordo di un regime che da operetta non era.


Croatia ( Balcani , Europa ?)

Prima di essere degnati di una qualsiasi attenzione trascorre una buona mezz’ora, nonostante la solerzia del nostro bravo chauffeur che ha prontamente consegnato il foglio di bordo con le relative gabelle.

Veniamo fatti scendere uno alla volta con il passaporto alla mano e accolti da un doganiere che riserva una battuta scherzosa ad ogni controllo e prodiga sorrisi alle ragazze.

I balcani si stanno allontanando, ma di poco,si sente ancora nella fresca sera croata l’effluvio della Rakia mescolata a qualche intruglio alla cipolla e gli occhi adamantini dei doganieri brillano più di riflessi alcolici che di stanchezza da routine. Scambiamo ancora due parole con i temibili graniciari di stampo austriaco e la sbarra di confine ancora una volta si apre.

E’ancora buio quando ci avviciniamo alla frontiera slovena che dista pochi chilometri dalla capitale croata e si ha subito l’impressione che ormai siamo in Europa, un po' scassata ma sempre Europa pretende di essere.

Anche qui i nostri autisti compiono i riti scaramantici del caso per agevolare la nostra uscita dalla Croazia, cosa che mi lascia, alquanto perplesso vista la vicinanza con la civile Europa, ma tant’è…


Slovenia (Europa?)

L’accoglienza è pseudo-austriaca e dico pseudo perché il doganiere austriaco ha modi spiccioli ma certamente più cortesi di quelli dei suoi colleghi sloveni che ci guardano con occhio vigile e sprezzante, convinti che la loro sgnappe sia meglio della Rakija e straniti dal moderno mezzo su cui viaggiamo: corriera Mercedes ultima generazione con cesso chimico, due televisori, frigo bar(solo per le bibite e non per la Rakjia), poltrone con tortura cinese e poggiagomiti retrattile che alla bisogna può fungere da manganello contro bellicosi graniciari.
Anche qui la diplomazia balcanica dei nostri autisti ha la meglio sulle aspirazioni europeiste degli sloveni che forse abbaiano più per mungere che per mordere : è meglio una vacca viva che un cane morto.Ma in fin dei conti non sono slavi anche loro e fino a ieri non erano comunisti ?
Sta di fatto che dopo un’ora di fermo la sbarra miracolosamente si apre con flemma balcanica e qualche sobbalzo austriaco.
E’ l’alba di una splendida giornata alpina e siamo tutti ammirati dalla grandezza e dalla dolcezza delle montagne slovene che ricordano per il loro morbido baluginare giallognolo e verdastro quei Balcani che oramai sono solo un lontano ricordo.
L’uscita dal paese delle fiabe è veloce e agevole, e miracolo! i nostri autisti non fanno nulla per accelerare le pratiche doganali: siamo in Europa e non servono riti propiziatori ma validi visti d’entrata senza fermata.


Italia (Balcani)

Si avvicina la frontiera italiana, la prima vera frontiera europea qui non ci sono fratelli, cugini, pronipoti slavi, ma i doganieri italiani i più temuti della penisola balcanica per la severità dei controlli e per la durezza delle leggi berlusconiane: in Italia senza visto non si entra e inutile tentare se non si ha tutto in regola, non ne vale la pena, è più conveniente provare con un passeur e aspettare una sanatoria; perché, allora,farsi schedare alla frontiera?

Consapevoli della rigidità delle leggi italiane i clandestini risparmiano i soldi della corriera e preferiscono valicare il confine italiano a piedi percorrendo uno dei mille sentieri che portano nell’agognata Europa.

C’è molta agitazione a bordo, ormai sono tutti svegli con passaporto in mano, i soldi da dichiarare e i visti da sfoggiare; anche il mio vicino, munito di regolare contratto di lavoro, non nasconde la sua paura dietro ai suoi glaciali occhi mandorlati e persino i suoi duri tratti da bulgaro coltivatore si afflosciano all’avvicinarsi della frontiera italiana.

Siamo preceduti da un autobus di linea sloveno che esperisce le formalità doganali molto velocemente; sorrisi, saluti e la rapida partenza.

Io, al contrario dei miei compagni di viaggio, sono tranquillo e abbastanza ottimista sui tempi di controllo, anche perché vedo quattro poliziotti pronti ad adempiere al proprio dovere in una frontiera deserta per l’ora mattutina.

Non prima di un buon caffè, non si può affrontare una corriera che di bulgaro ha solo gli autisti, prima del caffè delle otto; d’altronde la stessa Corte di Cassazione ha sancito la legittimazione della pausa caffè che va utilizzata per il tempo necessario a consumare l’irrinunciabile espresso, bandiera nazionale.

A due a due, come i carabinieri delle vignette, i poliziotti italiani,senza degnarci della minima attenzione, si recano nel bar antistante a bersi il meritato caffè che pagheranno con i centesimi del loro meritato stipendio.

Commenta laconico l’autista:”i doganieri austriaci non si sarebbero mai permessi di concedersi una pausa prima di aver terminato il loro lavoro”.

Da italiano mezzosangue spiego al buon chauffer l’istituzionalizzazione del coffee-break e lo tranquillizzo sulla breve durata del rito mattutino dell’italiano medio.

Ma i nostri graniciari si sono balcanizzati nei costumi e bevono il caffè alla turca che richiede tempi orientali di deposito dei fondi e cura meticolosa nel non bere le scorie:ci vuole tempo perché nei Balcani orientali il tempo non ha importanza.

E’pensare che io già cominciavo a sentire la nostalgia dei Balcani e dei suoi tempi lunghi, quella nostalgia delle cose che quando hai non apprezzi e quando ti mancano ti avvilisce;ma contro la nostalgia dei Balcani c’è la dogana di Fernetti-Sesana.

Dopo una abbondante mezz’ora dal nostro arrivo veniamo, finalmente, degnati di attenzione da un giovane poliziotto che in un tedesco maccheronico ci invita a risalire sulla corriera dalla quale eravamo clandestinamente scesi per fumare come turchi e per sgranchirci “le zampe” prima della mattanza della burocrazia italiota.

Non riesco a tacere la mia indignazione, non tanto per la confusione geografica del giovane agente quanto per l’espletamento di ritualità turche in terra italiana e ricordo al poliziotto la brevità della durata del coffee-break sancita dalla Suprema Corte.

Mi risponde infastidito, usandomi la cortesia del “lei” cosa che non sarà ripetuta per gli altri passeggeri bulgari, che un controllo di frontiera (balcanica) può durare anche cinque ore e comunque tutto il tempo necessario per le verifiche del caso, perché si sa che i clandestini viaggiano sugli autobus di linea aggiungo io.

Al momento del ritiro del passaporto il giovane graniciaro tenta un mobbing volante soffermandosi sulle mie generalità ben sapendo che nulla ne potrà trarre se non che sulla carta sono cittadino italiano.

Il tempo trascorre lento ed inesorabile mentre nella corriera si susseguono narrazioni allucinanti sulla severità italiana e sui balcanici tempi di attesa che fanno impallidire il più balcanico dei Paesi.

A ritmo di stillicidio riguadagniamo l’agognato italico suolo per sfumazzare e per rimpiangere la durezza” operistica”dei bulgari, la paciosità dei serbi,la freddezza dei croati,”l’austriaca” dilettantesca severità degli sloveni meglio dell’indifferente disprezzo degli italiani.

Viene selezionata la vittima sacrificale, probabilmente un pericoloso indagato che tenta di infilarsi in Italia sotto mentite spoglie: l’ufficiale di turno lo interroga personalmente, rigorosamente in italiano, la lingua d’Europa, dimentico del “lei”riservato ai cittadini europei, nel piazzale davanti a tutti i passeggeri sottoponendolo a un vero e proprio terzo grado.

Esito dell’interrogatorio: passaporto regolare,700 Euro contati sotto gli occhi di tutti,verifica della prenotazione alberghiera,controllo della bulgara che lo ha invitato nel Bel Paese,bagaglio,numero di scarpe e del perché sia nato in Bulgaria piuttosto che in Europa dove le persone sono esseri umani e non clandestini per definizione.

Con il giuoco delle tre carte il malcapitato s’illude che sul passaporto venga affisso il timbro d’ingresso e che la sua voglia di turismo riconosciuta burocraticamente; pia illusione, per lui la sbarra non si alzerà ed io non ho la forza di rinverdire i miei studi giuridici per dare una mano ad un fratello bulgaro, per il viaggio estenuante e per il mio egoismo tutto italiano(anche un po’ bulgaro) che mi porta a riabbracciare quam primum i miei affetti piuttosto che aiutare uno sventurato a districarsi nel groviglio della burocrazia bizantina.

Il panico ormai dilaga sull’equipaggio del Sofia-Firenze,anche tra gli italiani, le donne non svengono per dignità e ciascuno per farsi coraggio ricorda a se stesso che è in regola con le carte mentre sempre più gente si stringe intorno a me per avere aggiornamenti sulla legge Bossi-Fini.

La vergogna per la mia precedente omissione mi induce a sforzarmi e riassumere velocemente i requisiti per l’entrata in Italia e divento prodigo di consigli per tentare di lavarmi la coscienza.

Alcuni passaporti vengono separati dagli altri e le persone selezionate si accodano sul piazzale in attesa dell’interrogatorio di rito che si svolge in piazza come le sagre paesane, le manifestazioni,i festivalbar… alla faccia della legge sulla privacy.

Lingua usata: italiano;
forma colloquiale:seconda persona singolare come si conviene agli interrogatori di polizia con indagato da spremere come un limone;
aplomb: da graniciaro balcanico professionista.

Al termine di due ore infinite la sbarra tricolore si apre, perché mi dice l’autista i poliziotti avrebbero timore di un avvocato o aspirante tale e per evitare rogne avrebbero velocizzato le pratiche di etichettatura.

Sarà, ma mi pare più probabile che il repentino passaggio dell’ultima frontiera balcanica sia dovuto alla fila di autobus europei che si era creata dietro di noi e che, nonostante l’apertura di un secondo passaggio continuava ad allungarsi.

I Balcani non finiscono a Fernetti!

Pierpaolo - Cicloturista balcanico

23.08.2003




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