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 APPUNTI DI VIAGGIO 
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (20) - di Emilio Rigatti
IL PASCIÀ DI HAREM

Il signor Murat, dietro la scrivania, si muove da un computer all'altro con una certa difficoltà per via della pancia, spostandosi su una sedia da ufficio con le rotelle che pare viaggiare su un cuscino d'aria. Dalla baracca del porto di Harem dove mi trovo, lui e i suoi impiegati dirigono l'orchestra di questo cartello di trasporti, e credo che l'unica cosa che non sia sotto il controllo dei computer sia il sottoscritto.

"Sono quello che torna a Trieste con la bici. Su di una delle vostre navi, mi hanno detto…"

"Sì, certo, ricordo perfettamente. Ma la nave parte domani primo agosto. Non glielo avevo detto al telefono dieci giorni fa? Cosa ci fa qui? Oggi, voglio dire", replica mescolando gentilezza e concisione in dosi da manager.

"Volevo capire dove fosse esattamente il porto, e parlare con lei personalmente", gli spiego, poiché -penso fra me e me- quest'imbarco si presentava così privo di formalità da apparire surreale. Dieci giorni fa il signor Murat, il cui numero di telefono mi era stato dato da Paolo, mi aveva detto: "Certo, mi hanno telefonato da Trieste per lei. Si presenti l'uno agosto al porto di Harem e la imbarchiamo. Biglietto? No, niente biglietto. Si arrangerà con il corrispondente di Trieste. Presentarsi prima? Perché mai? Venga il primo agosto alle 14 col passaporto e lei avrà la sua cabina".

Partendo per Selciuk con gli Altan, dunque, mi ero portato dietro una certa inquietudine, dovuta alla rapidità e all'eccessiva semplicità di queste spicciative indicazioni d'imbarco, avvolte da un'eccessiva aura di indeterminatezza. In mano non avevo nulla di cartaceo o materiale che comprovasse il mio posto sul cargo, e la sola garanzia telefonica del signor Murat mi pareva un po' poco. Se la nave mi avesse lasciato a terra, mi sarei trovato solo, con tre bici e senza ritorno prenotato, proprio nel clou della stagione turistica. Adesso che ho davanti il signor Murat, anche se so di abusare del suo tempo, voglio sincerarmi che si ricordi anche delle tre biciclette.

"Ho anche tre bici, si ricorda?", chiedo. "Certo. Le bici le carichiamo con lei, come le avevo già detto. Non si preoccupi di nulla e arrivederci a domani".

Conciso come un cruciverba, il Murat. Obbedisco, e smetto subito di preoccuparmi, sbattendo mentalmente i tacchi. Ho già avuto modo di constatare che "Murat", ad Harem, è una parola magica davanti alla quale si afflosciano le barriere doganali e le sbarre biancorosse si levano al cielo. Perché non dovrebbero schiudersi i ventri d'acciaio delle navi-balena per far passare il Pinocchio in bicicletta? Un rapido sorriso di congedo, e il signor Murat rivolge la sua preziosa attenzione ad uno dei suoi collaboratori, che gli porge un folder. L'esatto contrario di una situazione kafkiana, penso, però con un non so che di kafkiano. Raggiungo Checco che mi sta aspettando sotto il sole, all'entrata del piazzale d'asfalto ingombro di containers e TIR, dove la polizia di frontiera ci ha fermato, lasciando passare solo me quando ho pronunciato il nome di Murat.

"Fatto, Checco: dobbiamo venire domani alle 14 con le tre bici. No, né biglietti né niente." Senza burocrazia, come il giorno della Creazione.


IMBARCO E DINTORNI

I poliziotti guardano prima noi tre, a bordo delle biciclette, e poi il marinaio turco che cerca di convincerli a farci passare. Traduciamo all'italiano le espressioni che via via si dipingono sulle loro facce: "Tre bici? Coi Tir? E di quei tre, chi parte? Chi glielo ha dato, il permesso?"

Poi, il capo poliziotto sbatte col dorso della mano destra sul palmo aperto della sinistra. Traduzione: e le carte? Il marinaio mostra il mio passaporto, mi indica con la mano, e dice "Murat". Il nome del pascià di Harem ha l'effetto del dantesco "Tu Caron non ti crucciare". Il poliziotto si gira dall'altra parte, con una vaga aria schifata, e compie il gesto liberatorio di restituire il mio passaporto al marinaio: "Avanti, rompiscatole, sparite", leggiamo nei sottotitoli.

Attraverso un labirinto di containers e camion, arriviamo davanti ad un cargo grande come una piramide, ancora semivuoto. Siamo piccoli, piccolissimi, come gli omini delle carceri di Piranesi. Due marinai prendono in consegna da Marcos e Checco le biciclette, ed entriamo sotto la volta d'acciaio. Si vede che la ciurma ha voglia di giocare, e ci chiedono con uno sguardo se possono provare le bici. Iniziano a fare delle manovre pericolose, perché i sellini sono troppo alti e la geometria dei telai è insolita per loro. Ridono, e il riso rimbomba metallico nell'antro semivuoto. Uno di loro, che per un eccesso di autostima si sente acrobata, per puro miracolo non si schianta sul pavimento di acciaio, tra le risate degli altri. Quando decidono che hanno giocato abbastanza, sistemano le bici in un angolo della stiva, legandole con delle corde perché non si muovano in caso di mare mosso. E lì resteranno fino a Trieste.


ALATURKA

Il ciclista disarcionato cerca di ingannare il tempo che manca all'imbarco, così sono entrato in una bottega di barbiere, alla stazione dei bus. Quando il curdo mi spennella il collo con la schiuma da barba e inizia a rifinire il drammatico taglio di capelli con dei colpi secchi e precisi di rasoio, d'improvviso rivedo la mano con circa due dita e mezzo di Mano, il vecchio barbiere di Fiumicello di quand'ero bimbo, che mi sposta le orecchie col moncherino per radermi meglio. "Mano" era abbreviazione di "Romano", e non una didascalia allusiva della sua mutilazione, come io allora credevo. La schiuma sulle basette e sulla nuca mi faceva sentire una specie di uomo, perché in qualche modo Mano mi stava facendo una specie di barba. Dai e dai, dopo la peluria sarebbero spuntati i peli veri, pensavo, e io sarei finalmente diventato grande. Ed eccomi qui, uomo ciclista con barba e basette, con gli occhi chiusi, e i fotogrammi della moviola che avanzano a scatti ad ogni colpo di rasoio sulla nuca, mentre la sedia girevole manovrata dal figaro mi provoca una leggera vertigine, come quando ci si affaccia sul vuoto. Il Bibo, l'Emilio di allora, è sul fondo del pozzo, a quarant'anni di profondità. Il ciclista con barba e baffi che guarda giù s'interroga che relazione ci sia tra il Bibo del fondo e l'Emilio affacciato sulla vera, ma la risposta non è da ciclisti: ci vuole Emanuele Severino o qualche altro filosofo debole e acuto. Apro gli occhi, e gallerie di nuche turche si allineano all'infinito oltre gli specchi appesi alla parete dietro ad ogni cliente, fino a sparire. Una delle nuche è la mia: il taglio è stato radicale, un marchio che sono andato a cercarmi quasi di proposito, un sigillo visibile della Turchia da portarmi a casa, un segno del viaggio sulla mia persona.

I ritmi "alaturka" sono ancora scanditi dai tempi del barbiere e del caffè: quasi un'ora tra panno caldo in faccia, massaggio alle spalle e alle dita, lavaggio capelli, crema dopobarba e schiaffetti sulle guance per tonificare la pelle. E poi, c'è il caffè: quasi dieci minuti per averlo sul tavolo dopo l'ordinazione, altri cinque perché si depositi la polvere. E infine una degustazione lenta, in sintonia con i tempi precedenti. Seduti, ovviamente, e non come la gru di Chichibio su di un piede davanti al bancone del bar, quant'è grazie arrivederci. Per questo cercano di far saltare il caffè alaturka col Nescafè. Poi, dovranno anche pensare ai barbieri: via i rasoi sul collo perché trasmettono l'AIDS, no ai massaggi perché sono infettivi e ci vuole il diploma, tariffe più alte, tempi più brevi. E così via, e così sia.

La calura m'investe all'uscita dalla bottega del barbiere, che era fredda come una cella frigorifera. E' quasi come alla stazione degli autobus di Bogotà, di Lima, di Rio, del Cairo: c'è la stessa vibrazione della povertà globalizzata che si sposta, che viaggia, che cerca di sfuggire ad una condizione da cui non sarà certo un bus a salvarli. Mi stupisco nel vedere gente, evidentemente povera, parlare in continuazione con cellulari sofisticati e costosi, depositando nelle casse delle grandi multinazionali i loro pochi risparmi, comodamente, da qualsiasi parte del globo, senza estrarre il portafogli o andare in banca.

In bici, la velocità di scorrimento del film che abbiamo davanti è controllata da noi, dal ritmo circolare delle pedivelle, che imprimono il movimento del gerundio all'andando, un gerundio che possiamo trasformare in un participio passato, o in un futuro. E' probabilmente un delirio di potenza: ma la barca da cui vengo inghiottito, sul far della sera bosforina, mi sembra uscita in qualche modo dalla dinamica ciclistica vorticosa di questo mese, dall'amicizia con Paolo, dalla mia paura di volare, dalla necessità di riportare i cavalli a casa dopo la rotta. La bici sottrae il ciclista alla predestinazione calvinista delle compagnie di turismo e d'assicurazione: pedaliamo per far succedere le cose, per far girare la dinamo che attiva il caso e rimette in auge dei piccoli fati possibili. Ci piace rimetterci all'imprevisto, all'eventualità. La bicicletta è un generatore di destini minimi quotidiani, continui, inevitabili: frenate e appoggiate il piede al marciapiede per chiedere un'informazione, e succederà qualcosa, sicuramente. Spostatevi con questo mezzo, e le cose accadranno. Potrà succedere che strofinando l'alluminio ossidato dal sudore compaia, come adesso, quest'immensa barca di acciaio, dietro cui si accendono Istanbul, Costantinopoli, Bisanzio, i nomi di questa idea che chiamiamo Oriente, e che non siamo poi così sicuri di aver raggiunto.


ACHAB NON ABITA PIÙ QUI


Non cercate Achab a bordo di queste navi, non cercate Ismaele o Billy Budd, gabbiere di parrocchetto, e neppure Maqroll o qualcuno dei suoi amici. Non cercate la ruota del timone, o la bussola nella sua custodia d'ottone, o le carte nautiche logore per l'uso, tenute aperte da dei pesi di piombo e dai compassi. Due ragazzini che sembrano appena usciti da un liceo si muovono annoiati sul ponte di comando, un gran salone dai vetri azzurrati dove, su dei banchi fissi, sono allineati i computer di bordo e gli strumenti. La barca si comanda da sola, si dirige da sola. La scia, dritta come una fucilata, lascia intendere che gli strumenti, precisi e infallibili, lavorano meglio degli uomini. Il capitano, che sembra un direttore di banca, lo vedrò solamente al momento dell'imbarco e dello sbarco. I due ragazzini, gli ufficiali in seconda e in terza, da soli condurranno questo gigante, in grado d'inghiottirsi 200 TIR tutti interi, fino al porto d'arrivo. Ha meno patos di un ospedale nuovo, questa plancia di comando della nave, che non ha bisogno di nessuno che la comandi. L'ufficiale in terza parla un inglese un po' stentato, ma sufficiente per conversare. Mi dà il libero accesso al ponte superiore, da dove si gode di una vista bellissima sul mare e le isole, e dove c'è sempre un vento teso. Sugli schermi dei computer appaiono delle carte geografiche virtuali, che si possono ingrandire cliccando col mouse sulla scala riportata a lato; un radar rivela la presenza dei natanti in avvicinamento, un altro disegna le coste e l'orografia delle isole attraverso cui navighiamo. Il loro lavoro consiste nel aggirarsi per la plancia a controllare che i computer siano felici e in salute, in un eterno avanti e indietro fra Trieste e Istanbul, con tempi di riposo minimi. Sono cresciuti con questa concezione del tempo, e a loro sembra naturale che il lavoro assorba la maggior parte della loro gioventù.

"Guadagno bene, almeno per gli standard turchi", mi dice il ragazzino ufficiale, "e sono contento". Mi trattengo dal chiedergli come faccia a vivere sempre su una nave, con tempi di riposo a terra assolutamente minimi. Mi fa un po' pena, e gli do il telefono perché mi chiami. Non ha visto niente dell'entroterra, non conosce né Grado né Aquileia, e mi piacerebbe che vedesse la Bassa friulana dall'alto del campanile di Popone. La barca resta in porto solo poche ore, ma talvolta le operazioni si prolungano e lui potrebbe avere una mezza giornata libera. Ma il gentile ufficiale non mi chiamerà, continuando con la sua spola interminabile tra queste due città meravigliose, e con la sequenza di addii virtuali che si rinnoveranno due volte la settimana.


MUSTAFA

Mustafà il camionista ha i baffoni, è basso e sodo, e dal suo sorriso forte che gli illumina perennemente la faccia scura, sembrano sprizzare nuvolette come nei disegni di Jacovitti. Per esprimermi il suo affetto ogni tanto mi afferra il muscoletto della spalla, giusto sopra la scapola, tra il pollice e l'indice, e me lo strizza con forza, strappandomi delle sonore imprecazioni. Il suo amico, camionista come lui, ha un nome che per ricordarmelo mi invento la frase "jumbo di cioccolata", perché il suono è simile. Ma nonostante vari esercizi per memorizzarlo mi dovrò rivolgere a lui con degli antipatici "Ehi" per tutto il viaggio. Jumbo di Cioccolata è invece di pelle chiara, ha i capelli bianchi ed è più basso di Mustafà. Ha lo sguardo furbesco, come se ne avesse appena combinata qualcuna, o come se stesse per farlo. Ai piani bassi, tra camionisti, marinai, meccanici tedeschi, cuochi, si respira un'aria meno rarefatta. Se non proprio da nave, almeno è da scuola alberghiera, o qualcosa di simile. La mia cabina è grande, con moquette sintetica blu, bagno da ospedale, tavolo, armadio, letto a castello spazioso.

Potrebbe essere la stanza cattolica di qualche seminario nuovo e deserto e, in effetti, mi sento in una condizione a metà tra il convento e gli arresti domiciliari. Devo dire che preferisco di gran lunga gli arresti domiciliari o il convento ad una crociera della Costa, quindi questa condizione spirituale allo yogurt mi piace fin dall'inizio, una volta elaborato il lutto della birra, assente da questa nave sunnita. Il destino scaturito dal famoso vorticare di pedivelle mi ha trasformato in una specie di ciellino laico in ritiro spirituale. Ho dimenticato di dire una cosa importante: la cabina ha un oblò sul mare che galoppa, sfilando a 12 nodi invece dei 24 previsti, a causa della rottura di uno dei motori.

Alzarsi presto o tardi, sulla nave che va, non ha molto senso in sé. O tardi o presto, sono ventiquattr'ore che devono sfilare con luce o buio, col rumore dell'unico diesel che funziona, con isole e azzurri che restano indietro, a poppavia, come ricordi.

Colazione: nescafè, pane burro e miele. Poi il pranzo, da ospedale, con sapori piatti, inesistenti, quasi da ostia. Alle sei, la cena, uguale al pranzo, avvilente. Il cuoco, in una prigione, farebbe sicuramente divampare una rivolta carceraria, e i suoi bicipiti robusti m'inducono a pensare che più di una volta debba aver raggiunto la costa a nuoto, dopo un vol-de-nuit fuoribordo non firmato. E' simpatico, e capisco che questa virtù non serve niente in cucina. Sarebbe meglio che si sedesse con noi a raccontarci storie di viaggi, e che a cucinare ci fosse un rompiballe, però esperto nell'arte dei soffritti.

I tedeschi s'illuminano d'immenso quando ci servono degli spaghetti di un pallore mortale, con un rigor mortis che a prenderne uno per un capo viene su tutto il gomitolo: "Gutt", dicono, e ci spruzzano sopra mezz'etto di ketchup da una bottiglia di plastica che pare d'ammorbidente per lavatrice. Mangio tutto, solo perchè il pranzo o la cena finiscano, inshalla. Poi, se è così cattiva, questa roba deve fare un sacco di bene. Mustafà e e Jumbo di Cioccolata sbafano anche la mia parte, che spesso non tocco neppure. Loro fanno di tutto per rimpinzarmi, ma io cerco di convincerli che noi ciclisti, se non pedaliamo, non abbiamo poi questa gran necessità di mangiare.

Mustafà invece, nel nostro tedesco-swahili che ci serve per comunicare malamente, mi spiega che lui deve mangiare molto, per il lavoro che fa. "Molte energie" mi dice. Si tocca la testa: "guidare-pensare", spiega. Poi gli occhi: "guidare-vedere". E le orecchie "guidare-sentire". Si tocca le braccia, mimando lo sforzo di una manovra difficile, sbuffando. Poi, di colpo, si guarda in mezzo alle gambe, indica timidamente la patta dei pantaloni e scoppia in una risata irrefrenabile: "Bulgaria-Romania", ripete ridendo a crepapelle e alludendo con mimica e mani al suo creapopoli. "Romania-Bulgaria tanta energia". Si capisce che i prezzi del sesso mercenario, in quei due paesi, devono essere buoni anche per i turchi dal portafoglio avvizzito.

"Si va a Bari", mi spiega il meccanico tedesco "perché lì ci arriva la pompa da sostituire": dopo una sosta non prevista di una notte ai Dardanelli, ecco giungere questa bella notizia, il venerdì mattina. Uno dei due motori in panne ha bisogno di una sostituzione. E' chiaro, ormai, che non solo non arriverò il venerdì, ma forse neppure il sabato. Rischio di non incontrare Rosa, in partenza sabato sera per Montevideo, e che non vedo dal 15 giugno.

"E a Trieste -chiedo- quando ci arriviamo?" Il tedesco non lo sa di preciso: domenica, lunedì mattina, vedremo, intanto andiamo avanti a velocità dimezzata con un solo motore, spremuto come un limone. Vado a buttarmi sul letto nella mia cabina, con una telefonata avviso Rosa della situazione, e dopo aver letto un po' mi addormento. Al risveglio mi accorgo che una fastidiosa vibrazione, cui mi ero abituato perché era presente dal primo minuto di navigazione, è sparita. La nave naviga liscia, quasi silenziosa. Mi alzo e guardo fuori. Dall'oblò si vede il mare filare velocissimo, come animato da un nuovo spirito vitale. Sul ponte superiore, i tedeschi festeggiano rumorosamente degli "urrà" la riparazione avvenuta. "Niente Bari! Dritti a Trieste". La Grecia e la Dalmazia si animano e iniziano a scorrere veloci all'orizzonte: per due fiate ancora, mi viene da dire dantescamente, il pallido calcare delle isole si accenderà e si spegnerà, lievemente tinto dall'aurora e dalla sera ditarosate. Ecco Itaca, mi dice l'ufficiale, ecco Lissa ricca d'acque, e le pareti a picco delle Incoronate. Zara, la città dei nonni paterni, resterà nascosta dall'Isola Lunga. Ecco il Quarnaro, capo Premantura, i grattacieli di Pola, Rovigno la bella, con la sua chiesa che pare un fermaglio sul mantello di tetti rossi che scende al mare. Col cannocchiale scorgo San Lorenzo di Daila, dove mia nonna trascorse l'infanzia, e poi Cittanova, dove lavorava in un albergo. Da queste terre d'olivi siamo venuti noi, da queste isole dove sempre torno con un piacere unico. Prima di navigarci in mezzo con la barca, mi sono familiarizzato fin da piccolo coi nomi affascinanti, che sentivo ripetere con nostalgia e affetto in casa: Zaravecia, Spalato, Lesina, Premuda, Brazzà, Ragusa. Quando dico "Dubrovnik" le vecchie zie mi saltano ancora addosso: "Ragusa, se dise, insempià!"

Forse pare loro strano che il nipote, di stirpe di dalmati e istriani, studi s-ciavo e si addentri nella Balcania a bordo di una bicicletta, familiarizzando con gli uomini-capra, come li chiamava mio nonno con disprezzo, alludendo alle loro origini montanare.

"Fora le cavre!" urlava levando il bicchiere, dopo aver cantato "Dalmazia, che m'importa se si muor!", e invitando la tavolata al brindisi.

Ma "el Bibo el xè sempre stà un fià mato", dicono come constatando l'ineluttabilità della forza di gravità, e lasciano che il nipote studi s-ciavo, e vada a rompersi il didietro tra la Fruska Gora e il Rodope, familiarizzando con le cavre. Chissà cosa direbbe il nonno, se fosse vivo.

Dopo Punta Salvore il portolano delle coste istriane e italiane si distende nel signorile gesto azzurro del golfo, punteggiato dal bianco delle case e dei paesi. "Vedi -dico all'ufficiale invitandolo a guardare col binocolo il campanile di Aquileia- io abito là". Mi guardo alle spalle e penso: "E vengo da là". Senza nostalgia, senza revanscismi. Quelli come me, quelli che sentono affetto per terre e uomini, non fanno la storia. Se gli va bene, al massimo possono schivarla. Gli altri, sganciano bombe e disegnano nuovi confini, vincono o perdono regioni intere, spostano popoli o li eliminano, creano esodi, nuovi profughi e nuove letterature di migrazioni, di ritorni e di ritorni impossibili. Dalla costa di Grado a quella di Pirano, giù giù fino in Dalmazia, ovunque mi giri mi imbatto in ricordi miei o di altri, in cose viste o solamente sentite narrare: io che vagolo in vespa per il Kossovo e il Montenegro, o mio nonno che si getta in mare da una nave austriaca, per non servire l'Impero; mia nonna che fa la calza sullo scoglio davanti alla sua casa, e io che torno a sedermi sullo stesso scoglio, cent'anni dopo, guardare la casa, abitata da chissà chi. La selva di Ternova sovrasta il Carso triestino e sloveno, le prealpi sono nitide nella distanza, si muovono come diceva Biagio Marin: "Vision, la più biava in tramontana, dei munti in movimento". Biavo: è il colore che dilaga ovunque in questo panorama serale, dal mare al cielo ai monti, ai confini blu che abbiamo attraversato più di un mese fa, e che adesso aggiro, tornando dal mare. Non ricordavo la baia di Pirano così grande, e così bella la scenografia del golfo.

"Addio monti sorgenti dall'acque": è una situazione iconograficamente simile a quella di Lucia Mondella, ma vista alla moviola, in riavvolgimento. E invece di piangere silenziosamente, mi vien da ridere, mi sento felicissimo, allegro, pieno di questo mese di vagabondaggio e di panorami mobili. Ho voglia di sbarco e di amici, di birra e di intontire la gente col racconto del viaggio. I monti sorgenti dall'acqua si avvicinano, Trieste si rischiara sempre di più. Il Faro della Vittoria, col suo marinaio-duce serio come un culo, guardando preoccupato la Slavia, comincia a mandare le sue intermittenze luminose. Da Ronchi decolla l'aereo per Roma, sul quale c'è Rosa, che quindi stasera non vedrò. Se Penelope vola via, a casa, per lo meno, mi aspettano Argo e Telemaco.

"Ti avremo luna d'oriente": ripetevamo come uno slogan la frase coniata da Rumiz a sigla del viaggio, pedalando verso est. Quando arrivammo a Istanbul, c'era scuro di luna, maledizione: neanche una fettina, ce ne avevano lasciata, della luna d'oriente. Adesso, invece, una luna piena e gialla sale pian piano nel cielo stellato e un po' opaco d'agosto. Una piccola festa sul molo, con Sofia e Adriano che sono venuti a prendere in consegna le bici di Paolo e Checco. "Ti portiamo a casa in macchina, dai!"

Quando li guardo come fossero appena scappati dal manicomio, vestiti da Caligola, desistono subito. "Una birra, allora?". No, la birra si beve al Moby Dick, a Fiumicello, dopo la pedalata notturna in luce lunare. Così finisce al bar del centro, con gli amici che raduno a colpi di cellulare, e dopo un'ora in solitaria pedalata, sotto il segno della birra, il più bel viaggio della mia vita.


(fine)

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Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
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