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 I TURCHI DI BULGARIA: PASSATO E PRESENTE 
di Andrea Ferrario

Secondo l'ultimo censimento effettuato nel 1992, in Bulgaria, su una popolazione complessiva di 8,5 milioni di abitanti, circa l'85% è di nazionalità bulgara, mentre i cittadini di nazionalità turca sono 800,000 (9,42%), seguiti da 313.000 rom (3,69%) e da altri gruppi minori (1). I dati di questo censimento sono tuttavia incompleti e discutibili sotto vari punti di vista. In primo luogo, esso non registra il numero dei componenti di un'altra comunità etnica, quella dei Pomachi, musulmani di lingua bulgara, presenti anche in Grecia e che in parte si autoidentificano come di nazionalità turca, quantificabile in circa 150.000-250.000 persone (2). In secondo luogo il numero dei rom, che nella storia hanno spesso preferito, sotto pressioni poliziesche o sociali, dichiararsi di nazionalità bulgara o turca o, in periodi più recenti, vi sono stati direttamente costretti, è senz'altro superiore e difficilmente quantificabile (3). In terzo luogo, vi è chi afferma la presenza di un'ampia minoranza macedone, dallo stesso governo bulgaro riconosciuta fino alla fine degli anni '50 (4). Infine, questi dati vanno inseriti nel contesto del radicale calo demografico, ancora in atto, verificatosi in Bulgaria dal 1989 in poi, che ha portato a una diminuzione della popolazione da 8,9 milioni ai meno di 8,3 milioni odierni, colpendo soprattutto la minoranza turca. Secondo un articolo pubblicato l'anno scorso dal quotidiano di Sofia "Sega", negli ultimi tre anni mediamente circa 10.000 turchi all'anno sono emigrati in Turchia. I turchi sono la nazionalità maggioritaria unicamente nella provincia meridionale di Kardzali (65,7%), al confine con la Grecia, ma la loro densità è molto alta anche nelle provincie nord-orientali di Targoviste, Razgrad, Shumen e Silistra (tra il 30% e il 40% circa). La minoranza turca è presente, sebbene in misura decisamente minore, anche in altre province del paese, in particolare in quella di Blagoevgrad (11,5%), nella Macedonia bulgara (5).


LA STORIA

La storia e la situazione attuale della minoranza turca rimangono ancora oggi scarsamente studiate, un fatto dovuto al boicottaggio sistematico da parte dei settori accademici bulgari più legati ai regimi, passati e presenti, nei confronti di ogni ricerca storica indipendente, così come alla quasi inesistente produzione culturale della stessa minoranza turca, all'interesse il più delle volte propagandistico degli intellettuali della Turchia e agli ostacoli posti per anni dalle autorità di Sofia a ogni ricerca in tal senso da parte di studiosi esteri. L'unica opera complessiva in lingua bulgara sulle origini e la storia dei turchi di Bulgaria, per esempio, è stata pubblicata solo nel 1997, dopo che per due anni ne è stata bloccata la pubblicazione da parte di un'importante casa editrice, che infine la ha rifiutata, costringendo l'autore a rivolgersi a un editore minore e questo nonostante l'autore stesso si esprima, per esempio, contro la concessione alla minoranza turca, per motivi di "sicurezza nazionale", dei diritti normalmente riconosciuti in Europa alle altre minoranze (6).

Al momento della liberazione della Bulgaria dalla dominazione ottomana, nel 1878, musulmani, turchi e pomachi costituivano più o meno un terzo della popolazione del paese. Secondo le stime, un anno dopo, in seguito a una massiccia emigrazione, il numero di turchi rimasti nel paese era di circa 500.000, mentre quello dei pomachi era approssimativamente di 100.000 (7), cifre che, nella loro media, sono rimaste costanti fino alla prima guerra mondiale, con un continuo avvicendarsi di emigrazioni e rientri a decenni alterni, dovuto soprattutto alle politiche applicate dallo stato bulgaro. Mentre i primissimi a emigrare sono stati i membri dell'amministrazione statale e militare ottomana, insieme ai pochi ricchi possidenti, la seconda ondata era composta soprattutto dai ceti cittadini degli impiegati e dell'intelligencija, un fatto che ha avuto, come scrive Valeri Stojanov, "conseguenze fatali per la sorte della minoranza turca, la quale, conservando la propria struttura e mentalità rurale, ha preservato allo stesso tempo il tipico conservatorismo islamico, insieme all'inconciliabilità e addiritura all'ostilità nei confronti di ogni modernizzazione. E' probabilmente in questo elemento che va cercato il presupposto fondamentale che ha portato - insieme alla politica ufficiale nei confronti delle minoranze - all'evidente arretratezza dei turchi rispetto al resto della popolazione del paese" (8), fattori ai quali va aggiunta la conseguente assenza di un ceto politico in grado di rappresentare gli interessi della minoranza. A queste difficoltà si sono aggiunte le prime campagne di conversione forzata della popolazione musulmana nel suo complesso e di sostituzione dei nomi arabo-turchi dei membri della minoranza turca con nomi bulgari, intensificatesi in particolar modo durante le guerre balcaniche e la Prima Guerra Mondiale, periodo nel corso del quale questa politica è stata applicata anche nelle zone della Macedonia e della Tracia occupate dall'Esercito bulgaro, che di tale guerra, tra l'altro, ha approfittato per annettere al paese alcune delle zone oggi facenti parte della Bulgaria e ancora a maggioranza turca. Nel corso delle guerre sono stati inoltre numerosissimi gli atti di violenza, i massacri e le razzie nei confronti di interi villaggi turchi, soprattutto in Macedonia e Tracia (9).

Così descrive Alexandre Popovic la situazione dei musulmani di Bulgaria (turchi e pomachi) immediatamente dopo la Prima guerra mondiale, in un paese disastrato, sottoposto al pagamento di enormi riparazioni di guerra e a un'amministrazione di fatto da parte di Italia, Francia e Gran Bretagna: "Analfabeta nell'immensa maggioranza dei casi, composta da una grande quantità di persone povere (o addirittura molto povere), questa popolazione si trovava in una situazione estremamente precaria. Secondo gli attuali storici bulgari questo era il caso soprattutto dei pomachi (piccoli agricoltori, pastori e produttori di tabacco) che erano sfruttati a oltranza non solo dalle leggi in vigore, ma anche da parte della borghesia e delle autorità locali. Malnutriti, vivevano in condizioni abitative deplorevoli, subendo continue vessazioni ed essendo costretti al pagamento di tasse smisurate, maltrattati e terrorizzati dalle autorità militari, obbligati a cambiare i loro nomi in nomi bulgari, i pomachi cercavano spesso di emigrare (attraverso la Grecia) in Turchia. Emigrazioni massicce si sono avute nel 1927, nel 1933 e nel 1935, ma sono state di frequente seguite da ritorni nel paese, perché in fin dei conti per loro la situazione in Turchia non era affatto migliore" (10). Un breve periodo di relativo miglioramento per la minoranza turca e musulmana in generale si è avuto con l'avvento al potere, all'inizio degli anni '20, del Partito Agrario, una forza progressista e dalla base fortemente popolare, che ha avviato importanti riforme in campo educativo ed economico. I miglioramenti più evidenti si sono avuti in campo scolastico: fino ad allora, vi erano scuole musulmane nelle quali era consentita unicamente l'istruzione in lingua bulgara, mentre non esistevano scuole statali per la minoranza turca, con il risultato che l'educazione della minoranza era affidata a religiosi bigotti e conservatori e si limitava principalmente allo studio del Corano. Inoltre, gli insegnanti di tali scuole non ricevevano alcuna pensione e la loro posizione era totalmente precaria. Il governo del Partito Agrario ha fornito ingenti finanziamenti alle scuole musulmane e ha istituzionalizzato il ruolo degli insegnanti, inquadrandoli nel sistema pensionistico. Si è avviato in tal modo un processo di avanzamento culturale delle minoranze musulmane, e di quella turca in particolare, che ha avuto come esito, nel giro di pochi anni, una diminuzione del tasso di analfabetismo tra i turchi dal 91,23%, all'88%. Inoltre, in quel periodo sono stati eletti al parlamento circa una decina di musulmani, cifra che tuttavia dopo soli due anni risulterà dimezzata. In quegli anni la maggior parte dei musulmani ha dato il proprio sostegno alle forze di sinistra, in particolare agli agrari e ai comunisti (11). Il governo degli agrari tuttavia ha avuto una durata di soli tre anni e nel 1923, con un colpo di stato fascista, sono state cancellate tutte le riforme. Uno dei primi risultati sarà il ritorno, nel giro di breve tempo, al tasso di analfabetismo precedente al governo degli agrari (12). Ecco come descrive un testimone dell'epoca la situazione dei musulmani in Bulgaria immediatamente dopo il colpo di stato e le insurrezioni che vi hanno fatto seguito: "Dopo la guerra civile del 1923, la popolazione del Deli-Orman è stata sottoposta a una pressione energica da parte delle autorità e a violenze da parte delle diverse organizzazioni patriottiche, il cui scopo era quello di obbligare i musulmani a espatriare, in modo tale da fare della Bulgaria uno stato più omogeneo. Facciamo notare, tra l'altro, che uno dei risultati di questa attività patriottica era quello di consentire a determinati speculatori bulgari di acquisire proprietà impadronendosi dei beni dei musulmani. Il ruolo principale negli atti di violenza contro i musulmani lo ebbe l'organizzazione Rodna Zastita [...] che godeva di eccellenti rapporti con i circoli governativi e militari e fu l'esecutrice dei loro desideri e dei loro piani" (13). Queste condizioni hanno portato negli anni a venire a frequenti e massicce ondate di emigrazione da parte della popolazione turca. Anche se non esistono dati precisi e i pochi esistenti sono contraddittori, è possibile quantificare in almeno 200.000 il numero dei membri della minoranza che tra le due guerre mondiali ha abbandonato il paese per la Turchia.

Negli anni '20, in seguito alla laicizzazione dello stato turco introdotta dalla rivoluzione kemalista (1924) e alla proclamazione dell'idea del panturchisimo, si è avuta una crisi di riflesso all'interno della minoranza turca della Bulgaria. Nel paese è stata in quel periodo fondata l'organizzazione kemalista "Turan", che cercava di diffondere le idee progressiste e il panturchismo del nuovo potere di Ankara. Il governo di Sofia ha tuttavia avuto gioco facile ad attirare dalla sua parte il clero islamico conservatore, vista l'assenza pressoché totale di un'intelligencija turca in Bulgaria, e a mantenere attraverso di esso il controllo delle masse turche del paese. Si tratta di un processo che si è intensificato in modo particolare dopo un altro colpo di stato, quello del 1934, in seguito al quale è stata vietata l'organizzazione "Turan" e creata un'organizzazione (la "Società per la difesa della religione musulmana in Bulgaria") direttamente sponsorizzata dal governo di Sofia, che è riuscita in breve tempo a bloccare ogni tentativo di riforma nella vita politica e culturale della minoranza turca: è stato così riconfermato l'uso dell'alfabeto arabo e sono stati annullati i progetti di abolizione del sistema giuridico islamico della sharia. Questi fatti hanno contribuito fortemente ad aumentare la segregazione e l'arretratezza culturale della minoranza turca. Sempre negli stessi anni, ha preso il via una dinamica perversa nelle relazioni tra Bulgaria e Turchia, tutta giocata sulla pelle della minoranza turca di Bulgaria e destinata a durare, a fasi alterne, altri cinquanta anni, se non addirittura di più, visto che ancora oggi sembra sopravvivere, sebbene in forme diverse. Le massicce ondate di emigrazione provocate dalle politiche repressive e antikemaliste del governo di Sofia hanno infatti trovato come risposta da parte della Turchia una massiccia campagna antibulgara, con la quale si paventava addirittura un intervento militare, mentre agenti di Ankara mettevano in atto piani concreti per un'insurrezione dei turchi di Bulgaria. In breve tempo, però, i due stati hanno raggiunto un accordo per cui la Bulgaria si impegnava a lasciare emigrare 10.000 turchi all'anno e la Turchia si impegnava ad accoglierli (14). Questo schema di repressioni a opera della Bulgaria, di campagne propagandistiche e minacce da parte della Turchia e di apertura di comune accordo di "valvole di sfogo", chiuse regolarmente dopo breve tempo da Sofia o da Ankara, per evitare eccessivi cali demografici, da un lato, o eccessivi flussi di immigrati, dall'altro, e per conservare un'arma di ricatto, in entrambi i casi, si ripeterà identico, per esempio, nel 1989. E, sempre nel 1989, si ripeterà anche un'altra costante di questa dinamica: il ritorno di buona parte dei turchi emigrati, che in Turchia non troveranno mai condizioni di molto migliori che in Bulgaria.

Prima della Seconda guerra mondiale vi è stato un nuovo, massiccio, tentativo di assimilazione dei turchi e dei musulmani in genere. Nel 1937 è stata fondata l'organizzazione culturale-pedagogica "Druzba-Rodina" ("Amicizia-Patria") che promuoveva un'ampia attività di "rinascita" dei turchi e dei musulmani, con un'intensa propaganda che ne asseriva l'origine bulgara (15). Con questa campagna "sono stati 'rigettati' i nomi propri di origine turco-arabi (1942) e introdotte modifiche nella vita quotidiana della popolazione, con l'eliminazione di alcuni elementi del modo di vestire musulmano e l'introduzione della lingua bulgara nelle cerimonie religiose" (16). Nel corso della Seconda guerra mondiale, la minoranza turca è stata colpita anche da numerose disposizioni della Legge per la Difesa dello Stato, mirata principalmente contro gli ebrei. Tra le norme di questa legge, ve ne erano alcune che vietavano alle fabbriche che lavoravano il tabacco (la principale attività economica nelle zone a forte presenza turca) di assumere più del 5% di operai turchi, con l'obbligo di inserirli comunque nella categoria di salario più bassa, indipendentemente dal loro grado di specializzazione. Venivano inoltre gravemente limitati i diritti civili dei turchi, con il divieto di assunzione nell'amministrazione statale o quello di spostarsi liberamente da un centro abitato all'altro (17). La situazione dei turchi di Bulgaria alla fine della Seconda guerra mondiale, e immediatamente prima della presa di potere da parte dei comunisti, si può riassumere come segue: "Sottoposti a continue vessazioni da parte delle autorità e abbandonati alle cure dei religiosi islamici, [i turchi] si trasformano in un'appendice sui generis della nazione bulgara - confessionalmente diversi dal maggiore gruppo etnico del paese, ma isolati dalla popolazione della repubblica turca. I turchi di Bulgaria, che per la maggior parte erano piccoli contadini oppure appartenevano ai più bassi strati della popolazione cittadina, hanno conservato il loro tradizionale modo di vita e hanno continuato a utilizzare l'alfabeto turco e le norme della sharia per un lungo periodo di tempo dopo che la Turchia aveva rivolto il proprio sguardo verso la cultura del mondo europeo. Essi sono stati artificialmente spinti alla segregazione nella loro comunità religiosa, alla quale è stato affidato un ruolo unicamente passivo nella vita del paese" (18).


I TURCHI DI BULGARIA SOTTO IL REGIME COMUNISTA

Con l'avvento al potere del "Fronte patriottico" (una coalizione guidata dai comunisti, forti della presenza militare sovietica nel paese) per i turchi di Bulgaria si è aperta una fase dalle prospettive in un primo momento del tutto nuove, ma che in breve tempo ha ripreso a seguire i modelli del passato. Il nuovo potere ha decretato il finanziamento statale delle scuole turche e l'insegnamento in lingua madre per i membri della minoranza fino al liceo compreso e, soprattutto, la minoranza turca è stata riconosciuta ufficialmente come tale, mentre la nuova costituzione del 1947 sanciva successivamente il "diritto delle minoranze di studiare nella propria lingua madre e di sviluppare la propria cultura nazionale", nonché quello di tutti i cittadini del paese "di determinare liberamente la propria nazionalità" (un diritto tuttavia smentito nei fatti dalle politiche coercitive usate nello stesso anno dal governo nell'affrontare la "questione nazionale macedone" nella regione del Pirin). I turchi hanno tratto inoltre particolari benefici da nuove riforme che riguardavano l'intera popolazione della Bulgaria: l'educazione gratuita, l'assistenza sanitaria a spese dello stato e l'introduzione delle pensioni anche per i lavoratori agricoli. Va tuttavia tenuto conto del fatto che la promozione dei diritti dei turchi è stata fortemente inibita dal carattere autoritario del regime stalinista (che nel giro di pochi mesi dalla presa del potere, ha consolidato le proprie posizioni ricorrendo a massicce repressioni in ogni campo). In particolare, il Partito Comunista Bulgaro (BKP) si opponeva attivamente alla creazione dal basso di organizzazioni della minoranza turca, creazione che invece era stata affidata agli organi centrali del "Fronte Patriottico". Un esempio di questo atteggiamento è la decisione, presa dal BKP immediatamente dopo la fine della guerra, di chiudere alcune testate fondate localmente dai turchi, sostituendole con organi nella lingua della minoranza gestiti direttamente da Sofia (19). Questi atteggiamenti autoritari si sono ben presto trasformati in un'aperta ostilità nei confronti della minoranza turca e in tentativi anche espliciti di liberarsi sbrigativamente dell'impaccio che essa rappresentava per il nuovo potere. Con la scusa dei frequenti atti di provocazione da parte del governo di Ankara, durante una riunione a porte chiuse del Comitato Centrale del BKP svoltasi il 4 gennaio 1948, il partito è giunto definitivamente alla conclusione che la minoranza turca rappresentava un elemento potenzialmente non affidabile e che il paese si doveva liberare almeno in parte di essa.

Già nel 1947, tuttavia, era stata creata una commissione il cui compito era quello di "diluire" la popolazione turca nel sud del paese, mediante l'espulsione in Turchia o il trasferimento in massa in altre zone del paese, con l'insediamento, nelle zone precedentemente abitate dai turchi, di coloni bulgari. Solo con il plenum del 1948, però, la linea è stata ufficialmente sancita dai massimi capi del partito. E' stato lo stesso segretario generale Georgi Dimitrov a chiedere la soluzione del problema entro la fine dell'anno e a proporre di deportare la popolazione "non bulgara" (si noti bene, egli non usa il termine "turca") dalle zone meridionali del paese (20). Con una decisione del Politburo recante la data 18 agosto 1949 veniva dato il via alle espulsioni (21), che hanno raggiunto la punta massima nella successiva estate del 1950, quando 250.000 persone hanno chiesto e subito ottenuto il permesso di emigrare dalla Bulgaria, dopo che il governo di Sofia aveva firmato un accordo con la Turchia, che si impegnava ad accoglierli. Come farà ancora varie volte in futuro, dopo avere accolto una prima limitata ondata di emigranti, Ankara ha all'improvviso deciso di chiudere le frontiere. Le conseguenze di questo atto sono state drammatiche: alla frontiera con la Turchia si sono ammassate migliaia di persone che, in vista dell'emigrazione, avevano ormai venduto ogni loro avere e portavano con sé solo pochi effetti personali. Complessivamente, fino al 1951, solo 154.000 dei 250.000 "richiedenti" sono riusciti a trasferirsi in Turchia (22).

Gli anni dal 1951 al 1958 hanno visto un ampliamento dei diritti culturali (ma non politici) della minoranza turca. Tuttavia, questo miglioramento era differente da quello degli anni immediatamente successivi alla guerra, nei quali il processo di emancipazione della minoranza turca, pur stretto nella morsa del regime stalinista, veniva ancora visto come elemento integrante di una futura Federazione Balcanica. Negli anni '50, invece, tale processo veniva applicato nelle condizioni di uno stato "mononazionale" e pertanto aveva prospettive molto più limitate. In tali anni, tra l'altro, si è verificato un fatto che lasciava già intravedere quali sarebbero stati gli sviluppi futuri. Nel 1952 il governo di Sofia ha infatti deciso di procedere a una generale sostituzione dei vecchi documenti d'identità, il cui scopo non dichiarato era quello di registrare tutti i pomachi come bulgari. L'operazione ha incontrato forti resistenze e molti pomachi, temendo, a ragione, che questa operazione fosse il preludio a un nuovo cambiamento dei loro nomi, hanno chiesto di essere registrati come turchi o, come ultima soluzione, che venisse indicata la loro religione musulmana. Da un'inchiesta segreta condotta dal Partito Comunista risulta che con ogni probabilità più della metà dei pomachi si autoidentificavano come turchi. Il partito ha in quell'occasione deciso di non adottare la linea dura, concedendo la registrazione come musulmani, ma non come turchi (23).

Con l'arrivo al potere di Todor Zivkov, nel 1956, vi è stata una svolta definitiva verso una politica assimilatrice, con la quale la Bulgaria si è allontanata dal modello federativo sovietico, puntando invece alla costituzione di uno stato a tutti gli effetti mononazionale. A partire dal 1958 è stata avviata una graduale fusione delle scuole turche con quelle bulgare, in conseguenza della quale, a partire dal 1959, è diventato obbligatorio l'apprendimento di tutte le materie in lingua bulgara e lo studio del turco è diventato una scelta facoltativa (per scomparire infine del tutto negli anni '70). E' stata così aperta la strada a nuovi soprusi, che non hanno tardato a concretizzarsi. Nel 1964 è stata avviata una nuova campagna per il cambiamento dei nomi della popolazione musulmana in varie aree del paese. In particolare, a Goce Delcev, nel meridione del paese, sono stati creati appositi "comitati" formati da funzionari di partito, agenti della pubblica sicurezza e della polizia politica, nonché volontari armati e, in alcuni casi, anche reparti dell'esercito, che procedevano al cambiamento forzato dei nomi, armati di un elenco di "nomi puramente bulgari" stilato dall'Accademia delle Scienze. La gente è fuggita per giorni nei boschi e in alcuni casi ha opposto resistenza con accette, coltelli e bastoni, ferendo gravemente alcuni funzionari. Nel villaggio di Ribnevo, gli insorti sono riusciti addirittura a scacciare i rappresentanti delle autorità, a organizzare un comitato di autogoverno e a instaurare contatti con i villaggi vicini invitandoli alla rivolta. Il BKP, che temeva il diffondersi dei tumulti, ha in quell'occasione infine fatto marcia indietro, criticando gli eccessi della sua organizzazione locale. I responsabili, tuttavia, non sono mai stati puniti, mentre gli insorti hanno ricevuto pene per anni di carcere (24).

Dopo soli quattro anni, nel 1968, il governo bulgaro, preoccupato dall'avvicinarsi della quota della popolazione di etnia turca alla soglia del 10%, ha firmato un nuovo accordo con la Turchia per l'espulsione di contingenti della minoranza, questa volta più limitati, ma significativi (30.000 in tre anni). Come già avvenuto in passato, il governo turco passerà attentamente al vaglio i nuovi arrivati, respingendo quelli non graditi per le loro posizioni politiche, mentre da parte sua il governo bulgaro provvederà a espellere gli elementi meno "sicuri".

Gli anni '70 si sono aperti con l'approvazione di una nuova costituzione, nella quale non si parlava più di "minoranze etniche", bensì di "cittadini di origine non bulgara", per i quali era previsto il diritto individuale di "studiare anche la propria lingua". Questo nuovo passo indietro nella situazione dei turchi di Bulgaria è stato accompagnato da un'ennesima, assurda campagna per il cambiamento forzato dei nomi propri dei pomachi, questa volta condotta in maniera decisa e sistematicamente violenta. La campagna ha provocato numerose rivolte, estesesi anche a centri abitati di grandi dimensioni, come Pazardzik, con svariati morti da entrambe le parti e centinaia di arresti. In seguito alla successiva condanna a morte di due arrestati, i pomachi hanno organizzato un'altra grande manifestazione nella città, sciolta con un violento intervento della polizia, che ha ucciso svariate persone e ne ha arrestate centinaia di altre mandandole ai lavori forzati. Considerato chiuso il "problema" dei pomachi, il regime ha indirizzato quindi la propria attenzione verso le altre minoranze - innanzitutto i turchi, ma anche gli zingari e i tatari.

Nel 1980, infatti, con un nuovo cambiamento dei documenti d'identità, i 298.000 zingari di fede musulmana si sono visti cambiare i propri nomi con nuovi nomi bulgari. Nei confronti della minoranza più numerosa, quella dei turchi, l'approccio è stato tuttavia più lento e, inizialmente, più prudente.


IL "PROCESSO DI RINASCITA"

Nel corso della seconda metà degli anni '70 in Bulgaria hanno cominciato a farsi evidenti i primi segni di un'ondata nazionalista (oggi ancora lungi dall'estinguersi) che avrà il suo culmine dieci anni dopo. Si tratta di un fenomeno contrassegnato dall'ascesa politica della figlia del dittatore Zivkov, Ljudmila, accompagnata dal crescente peso, a livello politico e culturale, dell'entourage del quale essa si era circondata, formato sia da uomini politici che da scrittori e altri esponenti della cultura. Presso il Consiglio di Stato (un'istituzione con potere legislativo), veniva creato il "Consiglio per lo sviluppo dei valori spirituali della società", presieduto dalla stessa Ljudmila Zivkova. Tra gli scopi dichiarati del Consiglio vi era quello di provvedere alla creazione di un "sistema di feste e cerimonie socialiste" destinate a sostituire quelle tradizionali religiose, nonché quello di superare l'"etnocentrismo" della minoranza turca al fine di integrarla "nella nazione unitaria socialista" (25).

A livello più strettamente ideologico, gli stessi concetti venivano espressi dal membro del Politburo Aleksandar Lilov, un protetto della Zivkova. Statistiche riservate del BKP registravano nello stesso periodo con preoccupazione la forte crescita demografica dell'etnia turca, che superava ormai la soglia considerata critica del 10% della popolazione complessiva, con un tasso di natalità che nel 1984 arrivava a essere sei volte superiore a quello della popolazione di nazionalità bulgara.

Un primo anticipo di quello che sarà il "processo di rinascita" lo si è avuto nel 1980, con l'avvio di una campagna per "ristabilire" i nomi originali delle donne bulgare che avevano sposato cittadini di etnia turca. Allo stesso tempo, sono stati cambiati con nomi bulgari i nomi turchi dei loro figli, un processo che porterà al cambiamento di nome per 40.000 persone (26).

Alcuni anni dopo si è avuta un'intensificazione dei casi in cui, con il proseguimento del cambiamento dei documenti d'identità, in corso fino al 1985, nomi di cittadini di etnia turca venivano arbitrariamente sostituiti con nomi bulgari. Ma un'azione programmata, violenta e sistematica vi è stata solo a partire dal dicembre 1984, mese nel quale nelle zone meridionali della Bulgaria, a maggioranza turca, sono stati in un primo tempo internati in campi di concentramento tutti gli elementi "pericolosi", per poi passare dopo alcuni giorni alle operazioni di sostituzione dei nomi. Lo scenario, accuratamente preparato in anticipo, prevedeva ovunque la comunicazione all'ultimo momento dell'imminente azione alle cellule di partito dei vari centri abitati. Si procedeva quindi a circondare i villaggi e le città, a tagliare le linee telefoniche e a confiscare le armi da caccia, dopo di che le squadre speciali, coadiuvate da attivisti del BKP, procedevano al sequestro dei documenti d'identità e a fare firmare a tutti gli abitanti di origine turca delle domande "spontanee" con le quali si richiedeva il cambiamento del proprio nome di origine arabo-turca con un nuovo nome bulgaro.

In alcuni centri la gente si è ribellata e la reazione delle forze di polizia è stata durissima: a Momcilgrad, per esempio, sono intervenuti addirittura i carriarmati e quaranta persone sono state uccise. A Jablanovo lo scenario è stato identico e le vittime sono state presumibilmente 34 (27). A Gorski Izvor le vittime sono state sei. Manifestazioni si sono svolte anche a Svilengrad, Haskovo e Kardzali, città nelle quali il numero complessivo delle vittime accertate è di 60. Le operazioni sono durate complessivamente poco più di un mese e verso la metà del gennaio 1985 si è svolto un plenum speciale del CC del BKP durante il quale la sezione ideologica ha presentato un programma per un ulteriore sviluppo del processo: si prevedeva, tra le altre cose, "la conferma dei nuovi nomi bulgari, la diffusione con mezzi propagandistici della tesi secondo cui la popolazione turca avrebbe in realtà origini bulgare, l'intensificazione dell'insegnamento della lingua bulgara e l'imposizione del suo utilizzo nei luoghi pubblici (per i membri del partito, addirittura anche in famiglia)". Inoltre le zone a maggioranza turca venivano isolate e rese inaccessibili agli stranieri, mentre, a quanto pare, anche l'annullamento della riunione del Patto di Varsavia, prevista a Sofia per il gennaio 1985, sarebbe stato addebitabile alle operazioni in corso (28).

Le reazioni internazionali sono state scarse, un fatto dovuto anche alla mancanza di informazioni su quanto stava avvenendo. Il paese maggiormente interessato (e informato), la Turchia, ha avuto in un primo momento una reazione estremamente moderata e il premier Ozal si è limitato ad affermare che i fatti "non devono incidere sulle relazioni bilaterali", invitando allo stesso tempo le organizzazioni di emigrati turchi dalla Bulgaria alla moderazione. In via non ufficiale, allo stesso tempo, il governo di Ankara ha cercato di aprire trattative con Sofia per un nuovo accordo di espulsione forzata di membri dell'etnia turca. Solo un mese più tardi si è avuto l'avvio, in Turchia, di un'intensa campagna contro la Bulgaria, che veniva tra le altre cose paragonata al Terzo Reich di Hitler (29).

Negli anni successivi il processo di assimilazione è proseguito con l'adozione di misure di tipo amministrativo e propagandistico. Come scrive Stojanov, in quel periodo "vengono rafforzate le misure per intensificare il sentimento patriottico tra i 'bulgari-musulmani', con l'attivizzazione delle organizzazioni di massa e delle scuole [...]. Dalle librerie scompaiono i libri in turco e la polizia politica esegue confische di intere biblioteche in lingua turca presso membri dell'intelligencija del gruppo etnico. Anche dalle biblioteche vengono ritirati tutti i libri riguardanti la minoranza turca", in alcuni casi si arriva addirittura a ritirare i vocabolari turco-bulgari, che diventano accessibili solo con permessi speciali.

Molti intellettuali turchi hanno scelto allora la via dell'emigrazione, mentre coloro che hanno opposto resistenza al 'processo di rinascita' sono stati internati. Nelle prigioni delle principali città sono stati rinchiusi complessivamente 1.450 membri dell'etnia turca; molti di più sono quelli reclusi nel tristemente noto campo di concentramento di Belene, in un'isola sul Danubio: il loro numero è di almeno 5.000 (30).

La seconda e ultima, tragica fase del "processo di rinascita" si è svolta nei mesi che hanno preceduto immediatamente la caduta del regime comunista (31). Negli anni precedenti erano stati organizzati piccoli gruppi illegali di esponenti della minoranza turca e musulmana in genere, il cui obiettivo era quello di dare vita a qualche forma di opposizione alle repressioni del regime (32). Nel maggio del 1989, quando il regime di Sofia ha annunciato l'imminente facilitazione dei viaggi all'estero per i cittadini bulgari, le organizzazioni clandestine dei musulmani e dei turchi di Bulgaria hanno messo in atto un'intensa campagna di protesta tra la popolazione, affermando che si si stava preparando un'altra espulsione in massa dei membri delle loro etnie. Tra il 20 e il 27 maggio sono state organizzate numerose manifestazioni nelle regioni nord-orientali del paese, con le quali i turchi e i musulmani chiedevano di potere riacquistare i loro nomi originali e di potere espatriare liberamente. In vari centri, tra cui l'importante città di Sumen, la polizia ha aperto il fuoco sulla folla. Il conteggio ufficiale delle vittime è di 7 morti, ma la cifra reale è con ogni probabilità molto più alta. Il 29 maggio il segretario del BKP Todor Zivkov ha pronunciato un discorso alla televisione, con il quale chiedeva alla Turchia di aprire le proprie frontiere a tutti i "musulmani bulgari" che desideravano emigrare. Nei primi giorni di giugno circa 250.000 turchi e musulmani hanno fatto richiesta di visto d'espatrio e 150.000 di essi lo hanno ottenuto subito. Nelle zone a maggioranza turca e musulmana, i membri delle due etnie hanno abbandonato in massa il lavoro (nell'estate del 1989, le regioni della Bulgaria orientale hanno perso la metà della propria forza lavoro), vendendo le proprie case e ogni avere a prezzi irrisori e utilizzando i relativi introiti per acquistare nei negozi ogni merce reperibile che fosse facilmente trasportabile.

Il governo di Sofia, per porre rimedio all'improvvisa carenza di manodopera, ha approvato una legge sulla "mobilità civile in tempi di pace" che consentiva alle autorità di inviare forzatamente lavoratori bulgari nelle zone abbandonate dai turchi e di imporre orari di lavoro fino a 12 ore al giorno, un fatto che, insieme alla martellante propaganda, ha contribuito ad aumentare il risentimento dei bulgari contro i turchi (33). La Turchia, come già in passato, ha accolto la richiesta del governo bulgaro e ha aperto le proprie frontiere. In alcune zone della Bulgaria i villaggi sono arrivati a perdere fino al 70% dei propri abitanti, mentre al confine il quadro si faceva spaventoso. Numerosi sono stati i casi di anziani morti per le fatiche dell'improvviso viaggio e di bambini abbandonati o smarritisi. Gli espulsi, già abbondantemente costretti a vendere a basso prezzo i propri averi ai vari notabili locali, per potere emigrare, sono stati ulteriormente tartassati dai doganieri e dai cambiavalute turchi. In un primo momento la Turchia ha accolto con entusiasmo gli immigrati dalla Bulgaria, sfruttando a piene mani l'evento a fini propagandistici, sia internamente sia internazionalmente. Con l'avvicinarsi dell'autunno e il proseguire ininterrotto del flusso, Ankara ha cominciato tuttavia a rendersi conto che Sofia questa volta aveva evidentemente l'intenzione di espellere tutti, o quasi tutti, i turchi del proprio paese. I problemi che la Turchia doveva risolvere si facevano sempre più pressanti: gli immigrati erano stati alloggiati temporaneamente nelle scuole e la massa di nuovi arrivati, bisognosi di tutto, continuava a crescere. Il 29 agosto la Turchia ha così deciso improvvisamente, e con effetto immediato, di chiudere le frontiere con la Bulgaria. Il giorno dopo al confine si formava una fila di 10.000 turchi lunga un chilometro e in preda al panico, poiché nessuno comprendeva cosa stesse effettivamente accadendo. In breve tempo queste persone sono state fatte rientrare, in una situazione tragicamente precaria, nei loro villaggi e nelle loro città, ed è difficile prevedere quale sarebbe stata la loro sorte se poco più di due mesi dopo, nel novembre dell'89, non vi fosse stata la caduta del regime di Todor Zivkov, che ha aperto una nuova fase nella politica bulgara.

La ferita lasciata sarà tuttavia enorme: in soli tre mesi, dalla fine del maggio 1989 fino alla fine di agosto dello stesso anno, i turchi costretti a emigrare in fretta e furia sono stati complessivamente 320.000. Cinquantamila di essi sono tornati nel giro di un paio di mesi, mentre alla fine del 1990, in considerazione anche del cambiamento politico in Bulgaria, oltre che delle difficili condizioni incontrate in Turchia, ne erano tornati circa altri 100.000.

In quell'anno, la popolazione turca in Bulgaria ammontava complessivamente a 632.000 persone, circa il 25% in meno rispetto al maggio 1989. Il ritorno degli espulsi ha portato con sé tutta una serie di problemi che si è successivamente trascinata per anni, primo tra tutti quello della legittima richiesta di vedersi restituite le proprietà svendute al momento della fuga sotto la minaccia delle autorità o con altri mezzi coercitivi, o di vedersi rimborsare quelle distrutte (nella regione di Haskovo, per esempio, un funzionario locale aveva fatto radere al suolo oltre 1.000 case abbandonate da turchi fuggiti). Queste richieste, così come quelle di reinserimento nei propri posti di lavoro, sono state per anni fonte di tensioni con la popolazione locale, abilmente manipolate dalle forze nazionaliste e, in primo luogo, dal Partito Comunista (successivamente trasformatosi in Partito Socialista).


DOPO IL 1989


I cambiamenti politici avviati nel novembre 1989 con la caduta del regime di Todor Zivkov hanno comportato per la minoranza turca la cessazione del "processo di rinascita" e il riconoscimento di un livello minimo di diritti umani fondamentali, senza tuttavia che venissero risolti i problemi di fondo del riconoscimento dei loro diritti di minoranza e della segregazione sociale e culturale.

Nell'immediata vigilia del nuovo anno 1990 il BKP ha annullato le disposizioni approvate durante gli ultimi cinque anni contro la minoranza turca e ha consentito la riacquisizione dei nomi originari. Nelle zone a maggioranza turca vi sono tuttavia state numerose manifestazioni di protesta organizzate dai circoli più reazionari del BKP, nella maggior parte dei casi ispirate da notabili locali compromessisi nel "processo di rinascita".

Sono nati così alcuni comitati bulgari per l'"unità civile" e per la "difesa dell'integrità nazionale" (tra i più organizzati, il Comitato per la Difesa degli Interessi Nazionali con sede nella città di Kardzali e uffici in numerosi altri centri, guidato dall'ex agente della polizia politica Minco Mincev) (34), molti dei quali attivi ancor oggi e che spesso trovano eco negli organi di stampa del Partito Socialista, che raccoglie l'eredità della linea antiturca dei propri predecessori "comunisti".

Contemporaneamente, tuttavia, l'ex prigioniero politico Ahmed Dogan fondava un partito della minoranza turca, il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), nel giorno stesso della sua liberazione dal carcere, il 22 dicembre 1989. Dogan è riuscito così a organizzare, e monopolizzare, i vari movimenti di resistenza civica dei turchi, approfittando tra l'altro del fatto che i maggiori leader di questi ultimi erano stati espulsi e hanno fatto ritorno in Bulgaria solo in un secondo tempo, nei primi mesi del 1990 (35). La nascita del DPS ha provocato forti reazioni da parte non solo dei Comitati di cui sopra, ma anche del Partito Comunista/Socialista e di larghi settori dell'Unione delle Forze Democratiche (SDS), la maggiore formazione di destra. Il principale argomento usato da chi si opponeva alla nascita del DPS era il fatto che la costituzione bulgara vieta esplicitamente la creazione di organizzazioni politiche su base etnica e, inoltre, non riconosce l'esistenza di minoranze nazionali nel paese. Per riuscire a ottenere la registrazione ufficiale (ottenuta infine dopo lunghe peripezie e su pressioni internazionali nell'aprile del 1990, alla vigilia delle elezioni politiche) il DPS è stato costretto ad adottare un nome senza alcuna connotazione etnica e, oltretutto, in lingua bulgara.

Le prime elezioni alle quali il DPS si è presentato con sufficiente preparazione sono state quelle del 1991, che hanno portato per breve tempo al potere la destra della SDS. In quell'occasione il DPS ha ottenuto il 10% dei voti, diventando così "l'ago della bilancia" su una scena politica dominata dal BPS e dalla SDS in misura quasi uguale. Negli anni che sono seguiti, il DPS ha sostenuto con il suo voto alternativamente governi di destra, di sinistra o tecnici, senza mai optare per un preciso orientamento politico. Si tratta di una linea che ha progressivamente eroso il sostegno di cui esso godeva in principio tra la minoranza turca (nelle ultime tornate elettorali il DPS ha ottenuto percentuali di voto comprese tra il 6% e il 7%), un problema al quale il partito sta cercando di sfuggire con formule improbabili, come quella della fusione con altre forze bulgare monarchiche o liberali, per dare vita a una formazione centrista non etnica (progetto per il momento arenatosi), oppure formando coalizioni elettorali innaturali, come quella messa in atto nelle ultime amministrative, in alcuni importanti centri, con gli sciovinisti della VMRO, da sempre antiturchi. Il DPS, inoltre, non sembra fare nulla di concreto per migliorare la situazione della minoranza turca, priva di diritti nazionali fondamentali e colpita più della popolazione bulgara dalla disoccupazione e dalla povertà (36), fenomeni questi ultimi che alimentano un costante flusso migratorio verso la Turchia. Non si tratta solo di immobilismo, ma di una linea politica evidentemente calcolata, come dimostra l'esplicita disponibilità del partito ad approvare l'anno scorso, dopo alcuni mercanteggiamenti, la firma della Convenzione europea per la difesa delle minoranze con l'aggiunta di una postilla, chiesta dalle forze di destra e di sinistra, nella quale si specifica che tuttavia in Bulgaria non esistono minoranze (sic) e quindi, implicitamente, che la Convenzione non è vincolante per il paese. Il ruolo del DPS sembra quindi essere stato, ed essere ancora, quello di garante di una "pace etnica" che va tutta a scapito della minoranza turca e questo per semplici calcoli di interesse della sua dirigenza. E' noto che molti dirigenti del DPS sono impegnati in attività economiche che sfruttano manodopera turca a basso costo, oppure nel commercio di tabacco, ancora oggi in Bulgaria prevalentemente coltivato da turchi. La leadership di Dogan ha sempre punito con l'espulsione ogni voce al suo interno che chiedeva una linea più attiva, come è avvenuto con un suo importante esponente, Adem Kenan, espulso nel 1990 perché premeva affinché il partito chiedesse la formazione di regioni autonome nelle zone a maggioranza o a forte presenza turca. Il DPS non ha mai difeso con energia nemmeno alcuni diritti minimi che vengono negati alla minoranza turca. Le leggi sull'educazione approvate nel 1991 prevedono l'obbligo dell'insegnamento della lingua turca per alcune ore alla settimana fino all'ottava classe (il corrispondente della terza media italiana) nelle municipalità a maggioranza turca, ma il Ministero dell'educazione ha delegato alle autorità scolastiche locali, gestite in maggioranza da bulgari, l'organizzazione concreta dei corsi, con il risultato di fatto che l'insegnamento del turco è diventato facoltativo e molto spesso avviene in orari extrascolastici.

L'uso del turco durante le campagne elettorali è esplicitamente proibito e la televisione bulgara ha emesso regolamenti in base al quale è vietato trasmettere qualsiasi sorta di dichiarazione in turco. Naturalmente, non esistono nemmeno trasmissioni televisive destinate alla minoranza turca, né nella sua lingua, né in bulgaro. Il DPS non ha mai combattuto con energia contro tali ingiustizie (37).

Da parte bulgara, questa situazione viene avallata con un atteggiamento che vanta acriticamente il "modello etnico" della Bulgaria, del quale si ritiene che costituisca un esempio anche per gli altri paesi balcanici. Ad aderire a questa posizione sono soprattutto gli esponenti del governo e intellettuali a esso vicini, incoraggiati da diplomatici e organizzazioni umanitarie (soprattutto degli Stati Uniti), mentre il BSP, le frange più estreme della destra al governo, come la VMRO, e gli organi di stampa o gli intellettuali a essi vicini, continuano a mantenere una posizione apertamente antiturca. Da parte sua, la Turchia ha ampiamente ignorato nell'ultimo decennio le sorti della minoranza turca in Bulgaria e le ignora ancora più oggi che al governo vi è una forza, la SDS, con la quale il governo di Ankara intrattiene ottimi rapporti politici ed economici.

A dieci anni dal termine del "processo di rinascita", infine, nessuno dei responsabili ha dovuto rispondere delle proprie responsabilità. Uno dei massimi responsabili delle repressioni antiturche degli anni '80, Petar Mladenov, allora Ministro degli Esteri e membro del Politburo, è addirittura stato per breve tempo Presidente della Repubblica. Lo stesso Todor Zivkov è morto l'anno scorso tranquillamente nel suo letto. Altri, come Orlin Zagorov, ex vicepresidente del "Consiglio per lo sviluppo dei valori spirituali della società" presieduto da Ludmila Zivkova e uno dei principali propagandisti del "processo di rinascita", stanno vivendo una seconda, nuova carriera politica, grazie anche al rilancio delle tesi assimilazioniste e nazionaliste con il manifesto ufficiale "Dottrina nazionale bulgara" pubblicato nel 1997 (38).

Un altro nazionalista impegnatosi nella propaganda antiturca degli anni '80, l'altrimenti apprezzato storico Ilco Dimitrov, è stato ministro dell'educazione nel governo socialista dal 1994 al 1997 e oggi continua a propugnare le sue tesi in numerosi organi di stampa e libri. Il tema del "processo di rinascita" rimane ancora oggi un tabù per i media bulgari, dei quali è evidente la reticenza sull'argomento ogni volta che si presentano problemi o insorgono discussioni riguardanti la minoranza turca. La mancanza di rilevanti tensioni etniche in Bulgaria non è in alcun modo attribuibile al suo presunto "modello etnico", di gran lunga più limitativo, nella forma, dei diritti delle minoranze di quanto non lo siano quelli di paesi generalmente ritenuti discriminatori, quali per esempio la Jugoslavia o la Slovacchia, quanto piuttosto a decenni di sfruttamento e di voluta ghettizzazione sociale e culturale, che hanno reso la minoranza turca frammentata, priva di strumenti di difesa e in larga parte politicamente inattiva. Il problema dei suoi diritti nazionali e della ingiustizia sociale ed economica alla quale è sottoposta rimane tuttavia del tutto aperto.

tratto dalla rivista "Balkan" (N.0, novembre 1999)


NOTE:

(1) Stojanov, Valeri, "Turskoto naselenie v Bulgarija mezdu poljusite na etniceskata politika", Sofia, 1997, p. 241. Il presente articolo, pur facendo riferimento a molte altre fonti, segue essenzialmente la traccia di questa esauriente e documentata opera. In lingua italiana, a quanto ci risulta, non è stato dedicato alcuno studio complessivo alla minoranza turca di Bulgaria, o a quelle musulmane in genere. All'argomento dedica alcune interessanti pagine uno dei più attenti studiosi italiani dei Balcani in una sua recente raccolta di saggi (Dogo, Marco, "Storie balcaniche", Gorizia, 1999). Vi è anche l'interessante studio di Pitassio, Armando, "L'Italia e le minoranze etniche e religiose del Principato di Bulgaria (1879-1886), "Materiali di storia", 9, Annali della Facoltà di Scienze Politiche, Perugia, 1983-1984, riguardante tuttavia un periodo limitato e la relativa prospettiva italiana.

(2) L'ipotesi minima è sostenuta da Todorova, Maria, 'Improbable Maverick or Typical Conformist? Seven Thoughts on the New Bulgaria', in Banac, Ivo (ed.), "Eastern Europe in Revolution", Ithaca and London, 1992, p. 154, quella massima, invece, da Poulton, Hugh, "The Balkans - Minorities and States In Conflitct", Londra, 1994, p. 111. Il presente articolo è incentrato sulla minoranza turca, ma prende spesso in considerazione anche i pomachi. Questo è dovuto a svariati motivi: oltre alla comune religione e alla frequente autoidentificazione dei pomachi come turchi, vi è il fatto che, loro malgrado, le due comunità sono state sottoposte alle medesime repressioni da parte dello stato bulgaro.

(3) Todorova, Maria, op. cit., p. 154. Secondo Poulton, Hugh, op. cit., p. 116, i rom sarebbero sicuramente più di 550.000. Il Consiglio d'Europa ha di recente quantificato in addirittura 700.000 il numero dei rom nel paese.

(4) Popovic, Alexandre, "Les turcs de Bulgarie, 1878-1985", Cahiers du monde russe et soviétique, XXVII (3-4), juil.-déc. 1986, p. 408. L'ultimo censimento bulgaro in cui la nazionalità macedone veniva effettivamente riconosciuta, quello del 1956, registrava la presenza di 187.000 macedoni. Nel censimento del 1992 vi era la possibilità di definirsi macedoni unicamente barrando la casella "altro" e riportando la relativa definizione: le persone che lo hanno fatto sono circa 10.000. Bisogna tenere conto che ogni rivendicazione di identità macedone è stata in Bulgaria durissimamente repressa dalla fine degli anni '50 in poi e ancora oggi è pesantemente scoraggiata a livello politico e sociale (ma va detto anche che nel periodo dal 1945 al 1956 per gli abitanti delle regioni macedoni della Bulgaria definirsi macedoni era obbligatorio, pena pesanti repressioni). Riguardo alla complessa questione dell'esistenza di una minoranza macedone in Bulgaria si veda Bell, John D., The 'Ilindentsi' - Does Bulgaria Have a Macedonian Minority?, in Bell, John D., "Bulgaria in Transition", Boulder, 1998.

(5) Eminov, Ali, "The Turks In Bulgaria: Post-1989 Developments", Nationalities Papers, Vol. 27, n. 1, 1999

(6) Si tratta del già menzionato Stojanov, Valeri, op. cit.

(7) Popovic, Alexandre, op. cit., p. 384

(8) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 64

(9) Popovic, Alexandre, op. cit., p. 385; Stojanov, Valeri, op. cit., p. 76-77. Quest'ultimo autore precisa inoltre che la conversione forzata e il cambiamento dei nomi delle popolazioni musulmane sono stati messi in atto, oltre che dall'amministrazione statale di Sofia, anche da bande della VMRO, l'organizzazione rivoluzionaria macedone, che allora aveva tendenze revansciste ed era legata al governo bulgaro (p. 92).

(10) Popovic, Alexandre, op. cit., p. 390.

(11) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 80.

(12) Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 69-71.

(13) Djemalovic, Smail Aga, "Les musulmans en Bulgarie", La Nation Arabe (Ginevra), 10-12, oct.-déc. 1932, pp. 10-12, citato in Popovic, Alexandre, op. cit., p. 391. Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 89-90, cita alcuni rapporti riservati di funzionari bulgari dell'epoca, che danno un'idea della politica del governo bulgaro contro i turchi: "L'arbitrarietà era arrivata a un tale punto che gli organi competenti si sono visti costretti a raccomandare forme più moderate e "legali" di pressione: 'Se si intende costringere la popolazione turca a emigrare, è necessario costringerla a farlo mediante una rigorosa applicazione delle leggi fiscali. I turchi, a causa della loro ignoranza, commettono continuamente violazioni della legge. Le autorità finanziarie, fiscali e forestali potrebbero con molti atti distruggerli economicamente, per poi confiscare loro le proprietà a causa dei debiti contratti con il fisco'". Ecco altri passi da rapporti simili: "Dal punto di vista statale non abbiamo interesse a incoraggiare i giovani turchi a trovare un lavoro... E' vero che la gioventù turca rimarrà così senza cibo per sfamarsi. Che allora vada a cercare il cibo in Turchia, una soluzione che soddisferebbe la nostra politica, che è quella di liberarci di questa popolazione turca". E ancora: "Dobbiamo adottare tutte le misure legali affinché il livello di istruzione della minoranza turca rimanga al più basso livello possibile" (fonti: CDIA [Archivio Centrale Storico di Stato], f. 177, op. 2, rispettivamente a.e. 835/l.332 e a.e. 835/l. 18), . Si tratta di una linea adottata lungo tutto il regno dello zar bulgaro Boris III (1918-1943), dato che ancora nel 1941 un rapporto riservato della polizia scrive: "Dobbiamo fare tutto il possibile affinché i turchi sprofondino nell'ignoranza, mantenendo il loro livello culturale il più basso possibile e, per quanto riguarda gli aspetti materiali ed economici, non dobbiamo consentire loro di acquisire basi solide, in modo tale che non abbiano né forze, né tempo per occuparsi di questioni politiche" (CDIA, f. 370, op. 1, a.e. 860, al. 44). Per altri testi ufficiali del medesimo tono, relativi soprattutto agli anni '40, si veda Memisev, Jusein, "Ucastieto na balgarskite turci v borbata protiv kapitalizma i fasizma", Sofia, 1977, pp. 121-125.

(14) Per tutto il paragrafo, si veda Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 83-88.

(15) "Processo di rinascita" è il nome eufemistico impiegato dal regime comunista di Zivkov, negli anni '80 per indicare la violenta opera di assimilazione nei confronti delle minoranze turca e musulmana. Anche nel "processo di rinascita" degli anni '80, come in quello degli anni '30, al centro dell'ideologia assimilatrice vi era l'asserzione che i turchi non sarebbero in realtà turchi, ma solo bulgari "turcizzati" secoli prima, che pertanto debbono tornare alla loro condizione originale. Da qui l'operazione assurda, sia negli anni'30, che negli anni '80, di cambiare con la forza i nomi turchi con nuovi nomi bulgari (si veda più avanti per il periodo degli anni '80). Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 24-56, confuta in maniera documentata e più che convincente la tesi dell'origine bulgara dei turchi del paese.

(16) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 86

(17) Memisev, Jusein, op. cit., p. 117 e p. 166

(18) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 93

(19) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 96

(20) Ecco le parole esatte che Dimitrov pronuncia dal podio: "... vi devo dire una cosa - e che rimanga tra di noi - c'è una grande questione, che non esiste solo da ieri, e cioè che in prossimità del nostro confine meridionale vi è una popolazione che in sostanza non è bulgara e che rappresenta una continua piaga per il nostro paese. A noi, come partito e come governo, si pone la questione di trovare il modo di rimuoverla da lì e di insediarla stabilmente altrove, sostituendola con una popolazione nostra, bulgara". CDIA, f. 1, a.e. 19, l. 17. Citato in: Stojanov, Valeri, op. cit., p. 106.

(21) Tali devono essere considerate, visto il clima di intimidazione creato dal regime. Le richieste di espatrio presentate dai cittadini di etnia turca, di cui si parla più avanti, rappresentavano ormai l'unica via di scampo di cui i turchi disponevano di fronte alle politiche adottate dal BKP. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a una situazione che si ripeterà quasi identica nel 1989.

(22) Per tutto il periodo dal 1949 al 1951 si veda Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 108-118.

(23) Archivio Centrale del Partito Comunista (CPA), f. 1, op. 6, a.e. 1787, l. 78-89, citato in Stojanov, Valeri, op. cit., p. 122-123. Anche molti rom musulmani, in passato registrati come turchi per essere espatriati, hanno reagito chiedendo di continuare a essere identificati come turchi.

(24) L'organizzatore dell'azione di Goce Delcev, Petar Djulgerov, rimarrà per anni uno stretto collaboratore del segretario del BKP, Todor Zivkov (Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 136-137)

(25) Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 149-150

(26) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 154

(27) Un'interessante descrizione della resistenza compatta e organizzata opposta dalla popolazione di Jablanovo alle repressioni delle autorità bulgare viene data in Poulton, Hugh, op. cit. , pp. 140-141.

(28) Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 163-168

(29) Stojanov, Valeri, op. cit., p. 167-170. L'imbarazzo iniziale della Turchia è probabilmente dovuto al fatto che proprio negli stessi anni Ankara ha avviato politiche analoghe nella sostanza a quelle di Sofia. Sempre Stojanov (p. 157), scrive che "con la nuova costituzione [turca] del 1982 vengono definiti turchi 'tutti coloro che sono legati con un vincolo di cittadinanza allo stato turco' (art. 66), mentre non viene consentito l'utilizzo di "altre lingue se non il turco, il quale deve essere insegnato come 'lingua madre dei cittadini turchi nei libri di testo e negli istituti educativi' (art. 42). Nel paese viene vietata la diffusione di organi di stampa e di altri materiali nelle lingue locali diverse dal turco, mentre la Legge sui partiti politici del 1983, nei paragrafi 81-83 intitolati Contro la creazione di minoranze, si vietano 'la violazione dell'integrità della nazione' e il supporto all'autocoscienza delle minoranze mediante 'la conservazione e lo sviluppo di lingue e culture che non siano la lingua turca e la cultura turca'.

(30) Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 197-198.

(31) Per tutta la seconda fase del "processo di rinascita" si veda Stojanov, Valeri, op. cit., pp. 202-214. Si veda anche Poulton, Hugh, op. cit., pp. 129-151.

(32) Tra le organizzazioni più importanti vi erano l'Associazione Indipendente per la Difesa dei Diritti Umani in Bulgaria, un gruppo che inizialmente riuniva attivisti di nazionalità sia bulgara che turca, la Lega Democratica per la Difesa dei Diritti dell'Uomo e l'Associazione per il Sostegno a Vienna 1989, queste ultime due interamente turche. Per maggiori particolari su queste organizzazioni si veda Poulton, Hugh, op. cit., pp. 153-155.

(33) Poulton, Hugh, op. cit., p. 158

(34) Il Comitato ha dato prova delle sue capacità organizzative nel novembre 1990, quando ha avviato nella città nord-orientale di Razgrad, a forte maggioranza bulgara, ma circondata da centri abitati a popolazione interamente turca, manifestazioni contro la restituzione dei nomi originali ai turchi locali, manifestazioni che sono culminate nella proclamazione di una fantomatica "Repubblica Bulgara di Razgrad" e nell'assedio del municipio locale (si veda Poulton, Hugh, op. cit., p. 170).

(35) Poulton, Hugh, op. cit., p. 167

(36) Come scrive l'antropologa Zeljazkova (Zhelyazkova) nel suo saggio Zhelyazkova, Antonina, "Bulgaria's Muslim Minorities", in Bell, John D., "Bulgaria in Transition", Boulder, 1998, pp. 165-187, nel 1991, mentre il tasso di disoccupazione per l'intera Bulgaria era dell'8%, nelle municipalità con una popolazione turca compatta esso era del 22-26%. L'autrice riporta altri eloquenti dati riguardanti la posizione sociale dei turchi di Bulgaria e, in particolare, gli effetti discriminatori che la restituzione ai proprietari originari delle proprietà terriere statalizzate ha avuto sulla minoranza (pp. 179-180).

(37) Sul DPS e sulla situazione della minoranza turca durante tutto il periodo dopo il 1989 si veda il recente saggio Eminov, Ali, op. cit., dal quale abbiamo tratto buona parte delle informazioni contenute in quest'ultimo capitolo.

(38) Su Orlin Zagorov e in generale sulla "Dottrina nazionale bulgara" si veda Ferrario, Andrea, "La Dottrina nazionale bulgara: il 'memorandum' dei nazionalisti di Sofia", in Notizie Est, n. 119, 7 dicembre 1998 (http://www.ecn.org/est/balcani/notest.htm).


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


Dogo, Marco, "Storie balcaniche - Popoli e stati nella transizione alla modernità", Gorizia, 1999

Eminov, Ali, "The Turks In Bulgaria: Post-1989 Developments", Nationalities Papers, Vol. 27, n. 1, 1999

Memisev, Jusein, "Ucastieto na balgarskite turci v borbata protiv kapitalizma i fasizma", Sofia, 1977

Popovic, Alexandre, "Les turcs de Bulgarie, 1878-1985", Cahiers du monde russe et soviétique, XXVII (3-4), juil.-déc. 1986

Poulton, Hugh, "The Balkans - Minorities and States In Conflitct", Londra, 1994

Stojanov, Valeri, "Turskoto naselenie v Bulgarija mezdu poljusite na etniceskata politika", Sofia, 1997

Zhelyazkova, Antonina, "Bulgaria's Muslim Minorities", in Bell, John D., "Bulgaria in Transition", Boulder, 1998




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