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Bulgaro
     
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 SOFRONIJ VRACHANSKI (1739-1813) 
di Dimitrina Aslanian (trad. di Gavrail Nenov)
Personalità eminente del rinascimento bulgaro, prete, insegnante, scrittore, uomo politico, il primo che introdusse la lingua letteraria bulgara e i libri stampati.

Il risveglio spirituale, che già da diversi secoli esisteva in Europa occidentale e centrale e che era servito come fondamento per il rinascimento europeo e per le ideologie nazionali, iniziò molto lentamente e con grande ritardo in Bulgaria nel XVIII secolo. Suo fondatore fu il grande patriota ed umanista Paisij Hilendarski che nel 1762 scrisse la sua notevole Storia slavo-bulgara, un libricino che non superava le 85 pagine. Non fu il numero delle pagine, ma il contenuto innovatore, le visioni e le idee che determinarono il suo ruolo per il risveglio del popolo bulgaro. Il messaggio che Paisij indirizzò ai suoi compatrioti, da più di tre secoli sotto lo giogo turco, fu quello di conoscere e preservare la lingua, la storia e la cultura bulgare. Sofronij Vrachanski fu il più illustre continuatore dell’opera di Paisij. Egli ebbe un ruolo molto importante per lo sviluppo della letteratura, della cultura e delle tendenze politiche bulgare tra il XVIII e il XIX secolo.

Nato nel 1739 nel paese balcanico di Kotel, il suo vero nome era Stojko Vladislavov. Prese il nome di Sofronij entrando in convento. Il padre di Stojko Vladislavov fu un agiato mercante di bestiame. L’infanzia del ragazzo tuttavia non fu molto felice. Perse la madre a tre anni e crebbe con una matrigna malevole. Studiò nella scuola di convento a Kotel. Molto intelligente e sveglio, non si accontentò del limitato programma scolastico, ma studiò le raccolte delle prediche ecclesiastiche copiate a mano e i libri stampati arrivati a Kotel.
Alla morte del padre all’età di undici anni, fu adottato dallo zio che lo mandò ad apprendere un mestiere. Lo zio e la zia scomparvero a loro volta qualche anno più tardi e i suoi parenti, per non averlo in carico, lo costrinsero a sposarsi. Così, il giovane uomo di diciotto anni fu obbligato a lavorare intensamente per sostenere la sua famiglia e pagare i tanti debiti dello zio. A tale scopo accettò la proposta dei notabili di farsi prete e insegnante. Per trent’anni restò a capo della vita culturale di Kotel, rispettato da tutti che vedevano in lui il più eloquente, convincente ed ardente predicatore, partecipe a tutte le attività sociali.

Stojko Vladislavov fu damaskiniano e ricopiava o scriveva dei damaskin[i] come era d’uso nella seconda metà del XVIII secolo. Ricopiava anche breviari con mano abile, di calligrafia elegante e raffinata. I testi furono illustrati con miniature e belle iniziali.
Quando nel 1762 Stoyko Vladislavov fu ordinato prete a Kotel, molto lontano da lì Paisij Hilendarski terminava la sua Storia slavo-bulgara. Non sappiamo se l’incontro tra Paisij Hilendarski e Stojko Vladislavov, i due primi promotori del risveglio bulgaro, fu veramente un caso.

La prima copia della storia di Paisij fu eseguita nel 1765 a Kotel dal prete Stojko su carta pregiata, ben decorata e rilegata in cuoio, troppo raffinata per il suo tempo. Un lavoro cosi curato richiedeva almeno due mesi di lavoro, tempo che permise ai due eccezionali personaggi, il copista e l’autore, di discutere e di scambiarsi le conoscenze. Questa copia fu deposta nella chiesa di San Pietro a disposizione di tutti. Il prete Stojko aggiunse delle raccomandazioni e mise l’anatema su chi avesse osato rubarla o danneggiarla. La copia rimase nella chiesa per più di un secolo e fu letta e studiata da numerose persone desiderose di ritrovare il loro passato dimenticato.

Verso gli anni 1775, il prete Stojko partì per il Monte Athos, ricco di libri sulla storia dei popoli balcanici, dove restò sei mesi. Là vivevano i più eminenti uomini letterati della penisola. Trovò lo stesso ambiente di Paisij, nel quale la cultura greca dominava incontrastata. Come Paisij, Stojko cercò di far conoscere ai suoi compatrioti la loro storia, di suscitare il desiderio di libertà e di spronarli alla loro realizzazione. A quel tempo Paisij non era più nel mondo.

Al ritorno dal Monte Athos, nel 1781, il prete Stojko fece una seconda copia della storia di Paisij, ma questa volta per uso personale, che portò sempre con sé in tutti i suoi spostamenti. Tutte le altre trascrizioni che egli fece furono fatte dietro richiesta e restarono nelle chiese di Pleven, Geravna e Dobrudzha. Questo secondo esemplare fu trovato fra gli effetti personali dopo la sua morte avvenuta all’estero. Lo studio di questa copia mostrò che egli non aveva semplicemente copiato il testo, ma lo aveva scritto in bulgaro contemporaneo.

Sotto il dominio turco esistevano diversi dialetti lontani dall’antico bulgaro letterato. Le parole turche, imposte in trecentocinquanta anni, si erano integrate sempre di più nella lingua bulgara. Stojko Vladislavov si incaricò del difficile compito di ripulire la lingua parlata dalle parole turche e di sostituirle con quelle bulgare. Alla fine del lavoro, egli creò il bulgaro letterato contemporaneo. Le note ai margini dei suoi manoscritti testimoniano l’enorme lavoro effettuato. Nelle sue stesure egli aveva cercato di scrivere in una lingua comprensibile alle persone non colte. Si nota che egli conosceva non solo le parole dell’antico bulgaro ancora in parziale uso nel XVIII secolo, ma anche quelle già dimenticate.

La pesante condizione economica della famiglia costrinse il prete Stoyko a lasciare Kotel, dove per trent’anni aveva vissuto una vita molto intensa. Passò un certo periodo di tempo a Karnobat e nel paese Karabunar, dove i Turchi cercarono di arrestarlo. Sperando di sfuggire a tutte le sue difficoltà e di consacrarsi di nuovo all’attività letteraria, rimasto vedovo, entrò nel monastero di Kapinovo, vicino a Tarnovo col nome di Sofronij. In seguito la sua vita cambiò bruscamente, dato che ricevette la proposta di essere ordinato vescovo della diocesi di Vratsa. Questa povera regione era priva di un pastore greco, a causa del violento spadroneggiamento dei kardzhali[ii]. Inoltre, nella vicina regione di Vidin, l’anziano kardzhali Osman Pazvantoglu si comportava come un sovrano indipendente.

Stojko Vladislavov, alias Sofronij di Vratsa, si rese conto delle difficoltà di questo compito, ma vide anche le possibilità per una nuova attività, molto più ampia come predicatore e divulgatore delle nuove idee. Gli anni come metropolita si trasformarono in una serie di inattese sventure e sofferenze. Questo non gli impedì di visitare, consolare ed incorraggiare la popolazione della sua diocesi e le sue omelie commuovevano profondamente la popolazione. Sofronij presentava le sue idee in modo comprensibile alla gente comune, alla quale chiedeva non solo di rispettare le virtù cristiane, ma anche di ridestare il loro sentimento nazionale.

Testimone di sofferenze e di terribili violenze, costretto ad errare di villaggio in villaggio e a nascondersi dai Turchi, Sofronij diventava sempre di più attivo politicamente. I Bulgari soffrivano e Sofronij fu il loro fedele cronista che sapeva descrivere in poche righe i problemi di questo tempo turbolento. Dalla descrizione di tutti i pericoli che affrontò, si ha una immagine precisa della Bulgaria e dei bulgari ai tempi dei kardzhali. Nei suoi scritti Sofronij non menziona la sua attività politica. Solo dopo mezzo secolo dalla liberazione da documenti e testimonianze indirette, risultò chiara la sua attività politica, svolta alla lotta contro i Turchi durante la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.

A Vratsa, sede della diocesi di Sofronij, vivevano persone sveglie ed intraprendenti. Una di queste fu Ivan Zambin, ricco e colto commerciante che viaggiava spesso in Europa occidentale ed era al corrente dei più importanti avvenimenti europei: Napoleone aveva fatto la campagna d’Italia e quella d’Egitto, aveva perso la guerra con la Turchia e si era proclamato Primo console. A quell’epoca ebbe luogo anche la prima guerra della coalizione contro la Francia. Il popolo bulgaro, in totale isolamento sotto la tirrania dei kardzhali e dei Turchi, ignorava gli sconvolgimenti europei.
Zambin si unì al movimento clandestino per la liberazione dai Turchi. Sofronij non menziona il loro incontro, così importante, e non annota neanche il nome di un altro ricco commerciante imparentato con Zambin, Atanas Nenkovich di Teteven. Queste due persone più tardi avranno un ruolo molto importante.

Gli studiosi bulgari ritengono che i primi contatti fra questi due personaggi ebbero luogo fuori dal paese, in Romania. Pare che i viaggi di Sofronij non fossero solo legati ai suoi doveri ecclesiastici, ma anche alla sua attività di organizzatore politico dei Bulgari. È molto probabile che Sofronij abbia organizzato le sue visite nei luoghi ricchi di notizie, dove poteva contattare le persone affidabili, risvegliare le coscienze e infondere la speranza. Conosciuto per lungo tempo solo per i suoi scritti, i bulgari difficilmente coniugarono l’immagine ecclesiastica di Sofronij con la sua eccezionale attività politica in Romania e Valachia. I documenti rinvenuti mettono in evidenza che Sofronij regolarmente forniva in Valachia informazioni autentiche e dettagliate sulla situazione in Bulgaria, sullo spirito di migliaia di Bulgari, sulla dislocazione delle forze ottomane.

Nel suo libro autobiografico La vita e le sofferenze del peccatore Sofronij egli afferma che l’impero ottomano era in declino in gran parte a causa del brigantaggio e del separatismo dei locali signori turchi. L’impero sopravviveva anche grazie alle discordie fra le Grandi Potenze, le quali facevano numerosi progetti per la sua spartizione, ma non riuscivano a realizzarne neanche uno.

Uno di questi signori separatisti, che si era insediato nel suolo bulgaro, fu Osman Pasvantoglu. Egli fortificò il porto di Vidin sul Danubio, la città bulgara situata più a Ovest, e impose il suo dominio sulle due rive del fiume. Il sultano inviò contro di lui diverse unità dell’esercito, ma non riuscì a sconfiggerlo. Anche il Direttorio francese si interessò a lui.

Il governo del sultano mascherava la reale situazione della penisola balcanica non solo ai suoi nemici, ma perfino ai suoi amici. In effetti, la Russia, l’Austria e la Francia speravano di potersi spartire la Turchia europea. Da parte sua, Sofronij riteneva necessario un intervento esterno per la liberazione della Bulgaria. Peraltro, Osman Pasvantoglu, sovrano di fatto di metà della Bulgaria del nord, lasciava credere alle Grandi Potenze che egli poteva conquistare i possedimenti europei del Sultano Selim III e proclamarsi a sua volta sultano.

Per avvicinare almeno un paese europeo ai suoi progetti Pasvantoglu inviò alcuni suoi messaggeri cristiani in Europa – il bulgaro Nedyalko Popovich e il greco Kendar. La politica di Pasvantoglu proclamava tolleranza verso i cristiani sottomessi e dichiarava l’uguaglianza, per appartenenza e religione, di tutti gli abitanti nel suo territorio.

Nel 1800 Sofronij ricevette l’invito di Pasvantoglu di sostituire temporaneamente il metropolita di Vidin in attesa del monaco Kalinik, della Valachia, proposto per il posto. Si suppone che Kalinik e Sofronij si trovassero già a Vidin per conoscere la strategia politica di Pasvantoglu. D’altra parte, egli proteggeva i due monaci per dar prova allo zar russo, protettore legale di tutti i cristiani dell’impero ottomano, della libertà che accordava ai cristiani di Vidin. Nondimeno, essendo anche molto sospettoso, li sorvegliava attentamente.

Vidin esercitava un’altra attrazione su Sofronij: la sede di Pasvantoglu era ricca di manoscritti e di libri stampati. Provenivano dalla Serbia, dove le stamperie che usavano l’alfabeto slavo si trovavano vicino alla frontiera austriaca. Libri venivano anche dalla Valachia, dove ancora si usava l’alfabeto cirillico e dalla Russia, dove il XVIII secolo vide la diffusione della letteratura laica. Fu una benedizione per Sofronij, che per tutta la vita sognò di avere a disposizione una ricca biblioteca.

Gran parte dei preti di quel tempo era ignorante e, pertanto, per ampliare le loro conoscenze servivano dei libri. Sofronij riteneva necessaria e urgente anche la diffusione di conoscenze di cultura generale e di politica. I bulgari dovevano apprendere che altri popoli, da molto tempo, riflettevano, discutevano e lottavano per ottenere governi e vita migliori.

Gli scritti di Sofronij si accumulavano, foglio dopo foglio, per formare le due raccolte di Vidin – ottocento pagine manoscritte, come quelle del periodo di Kotel. Leggeva libri scritti in slavonico e scriveva i suoi testi in lingua contemporanea. La prima raccolta fu destinata ai sacerdoti per aiutarli nelle prediche. La seconda, invece, fu rivolta alle persone più colte. Il lettore vi trovava testi molto avvincenti: le fiabe di Esopo (ben 143), la narrazione sulla mitologia del filosofo Syntipe, trecento pagine di saggezza filosofica e soprattutto notizie sui sovrani.

Evidentemente Sofronij nella seconda raccolta aveva lavorato per l’educazione politica del popolo. Secondo lui, il potere poteva essere solo monarchico, ma di tipo illuminato. Voleva far sapere ai suoi compatrioti che ai confini del governo barbaro ottomano esisteva un altro governo – quello cristiano, quello dei «buoni re». Egli esprimeva le proprie idee sottolineando che fra tutti i re il migliore era quello della Russia. Sofronij glorificava la Russia, perché ci credeva veramente.

Il metropolita di Vidin,Venediret, fu ucciso dai sicari di Pasvantoglu. La stessa sorte toccò anche a Kalinik nel 1806, accusato di complottare contro il pashà. Solo Sofronij evitò la morte riuscendo a scappare a Bucarest. Prese la via dell’emigrazione a 64 anni con il desiderio di svolgere un’attività ancora più attiva.

Lasciando Vidin, Sofronij si recò in Valachia dove fu accolto dal metropolita Docid. Fu presentato a Bucarest alla corte del sovrano del principato di Romania come un personaggio politico di rango elevato. Il sovrano K. Ipsilati intervenne presso il patriarcato di Costantinopoli per liberare Sofronij dal suo posto di metropolita di Vratsa, dove era interdetto nelle sue funzioni a causa delle invasioni dei kardzhali. Fu la prima azione diplomatica di un sovrano romeno nel XIX secolo a sostegno di Sofronij come rappresentante politico della Bulgaria. Due eventi accompagnarono il suo soggiorno a Bucarest.

Sofronij, il primo intellettuale ed emigrato politico, aprì la via dell’emigrazione politica bulgara sul territorio romeno e introdusse nella società romena i termini «intellettuale bulgaro» e «immigrato politico». Nel XIX secolo fu seguito da centinaia di intellettuali bulgari.
Il secondo evento fu la protezione degli emigrati bulgari da parte del ministero degli Affari esteri del Principato romeno. Questa relazione, stabilitasi nel XIX secolo tra il governo romeno ed i rappresentanti politici del popolo bulgaro, si deve ai sovrani romeni Alexander Ion Kouza, Carol I, agli uomini politici K. Britanou, M. Karanitchanou, K. Receti, K. Tel e altri. Da parte bulgara fanno spicco G. Rakovski, L. Karavelov, Hr. Botev, K. Tsankov, I. Kassabov, P. Kissimov e molti altri.

Nel 1804 Sofronij fondò sul territorio romeno il primo comitato politico del popolo bulgaro, dedicato all’attività anti-turca, che funzionò fino al 1878. In seguito il comitato ottenne lo statuto di rappresentante ufficiale politico del popolo bulgaro. Il periodo del soggiorno a Bucarest fu per Sofronij il più ricco e il più importante.

Stampando la sua raccolta Kariakodromion (Sermoni domenicali), più tardi nominato Sofronie, Sofronij diede l’avvio alla tipografia bulgara. In questa raccolta, egli scelse certe fiabe e omelie. Terminò anche il manuale per il clero bulgaro. Il libro fu dato alla stampa il 24 aprile 1806 e uscì il 25 novembre dello stesso anno, in tempi molto brevi per l’epoca. I mille esemplari furono distribuiti subito. Fu ristampato ancora cinque volte fino alla liberazione del 1878, diventando un manuale indispensabile per ogni prete bulgaro. Così Sofronij creò un libro neo-bulgaro accessibile a tutti. Il successo gli diede nuove forze e senza sentire il peso dell’età continuò con le traduzioni per l’opera successiva.

Il suo lavoro sulle tre religioni – ebraica, musulmana e cristiana – oggi presenta solo un interesse storico. Lo scopo fu quello di dimostrare la superiorità spirituale e morale del cristianesimo in confronto all’islam. Voleva suscitare nei Bulgari la stima di loro stessi e rinforzare la loro fede per arrivare a risvegliare la loro coscienza nazionale. Autore abile, Sofronij cominciò a tradurre i migliori racconti che trovò nelle ricche biblioteche di Bucarest. La prima parte di questa raccolta fu una compilazione: utilizzò libri russi stampati nel XVII e XVIII secolo, aggiungendo estratti dell’opera di Evgenij Bulgaris[iii] sul cristianesimo. Per quanto riguarda la parte sulla religione giudaica Sofronij prese spunti dal libro del rabbino Pavel Medijski, che convertitosi al cristianesimo, biasimava la religione rifiutata. Quanto all’islam, Sofronij si appoggiò all’opera di Dimitri Kantemar Struttura e stato della religione musulmana, edita in Russia nel 1722.

Un’altra opera di carattere politico-sociale fu Teatron politikon (Teatro politico). Il popolo non aveva ancora la libertà politica, ma Sofronij vedeva possibile la sua liberazione. Anticipava il problema della struttura dello Stato, del governo e quello della scelta del sovrano. Mostrò di sapere molto sui sovrani europei, ma la sua predisposizione era rivolta alla ineguagliata grandezza della Russia. Sofronij finì questo libro di 350 pagine manoscritte il 25 agosto 1809, ma fu possibile stamparlo solo dopo la sua morte.

L’opera letteraria più importante di Sofronij fu la sua autobiografia: La vita e le sofferenze del peccatore Sofronij, dove gli ultimi avvenimenti descritti sono del 1803, quando aveva 64 anni. Il libro restò a lungo come manoscritto e fu stampato solo nel 1861 sul giornale Il cigno del Danubio, pubblicato da Gheorghi Rakovski. L’originale si trova oggi a San Pietroburgo. Secondo gli storici bulgari, prima di essere una autobiografia è un libro di storia sulla Bulgaria e sulla vita dura del popolo bulgaro alla fine del XVIII secolo, vista attraverso l’esperienza di una vita. È anche un documento sull’anarchia nell’impero ottomano.

Sofronij fu senza dubbio il primo Bulgaro che creò ed impostò una lingua letterale bulgara. Fu anche il primo erudito che passò dai manoscritti ai libri stampati. Alla grande attività letterale bisogna aggiungere la sua immensa attività politica. Abile conoscitore dei problemi bulgari dell’epoca, fu tra i primi a sottoporli alla Russia. In contatto con tutti gli strati della società bulgara, dai più poveri ai più ricchi, le sue osservazioni diventarono preziose quando i Russi entrarono in Valachia e la liberarono.

La guerra con la Turchia fra il 1806-1812 non fu la più favorevole per i Russi, dato che dal 1799 al 1815 una parte considerevole delle loro forze militari e la loro attenzione politica furono rivolte contro la Francia di Napoleone. È anche per questa ragione che i Russi non approfittarono della decandenza del potere ottomano. Il governo russo si rese conto che Bonaparte avrebbe provocato un conflitto con la Turchia per facilitare le proprie azioni. In effetti, il sultano Selim III iniziò la guerra nel 1806 su suggerimento di Napoleone. Il governo russo non aveva intenzione di invadere le terre balcaniche al di là del Danubio. In attesa di un gigantesco scontro con la Francia, gli uomini di stato russi agirono con prudenza per non dare delle promesse ai popoli balcanici e non fecero appelli alle rivolte.

Durante la prima parte della guerra, l’esercito russo sotto il comando del generale Mihelson occupò quasi interamente la Valachia e la Moldava, ma non potè espugnare le fortificazioni danubiane turche. Dopo una tregua dall’agosto 1807 al marzo 1809, i Russi attraversarono il Danubio ed occuparono Isakcha, Tulcha e Babadag. Nel mese di agosto 1809 il comando fu preso da P. J. Bagration, che continuò l’offensiva. Fu circondata la città di Silistra, ma durante il controattacco turco i russi si ritirarono in Valachia. Nel febbraio 1810 il comando passò a N. M. Kamenski, che attraversò di nuovo il fiume ed occupò Dobrich, Silistra e Razgrad. Nel mese di settembre Russe e Giurgiu capitolarono.

Il comitato bulgaro a Bucarest, che sperava nell’aiuto della Russia, decise di inviare due delegati per proporre all’imperatore il proprio contributo nella guerra contro la Turchia. Furono scelti Ivan Zambin e Atanas Nenkovich, entrambi convertiti alla politica, conoscitori della lingua e dei costumi russi. Scomparsa da più di quattro secoli, la Bulgaria era stata completamente dimenticata e ora toccava ai Bulgari farla conoscere.

Zambin e Nenkovich restarono più di un anno a San Pietroburgo senza poter attirare l’attenzione sui problemi bulgari. Pochi abitanti della capitale russa avevano sentito parlare dell’esistenza di questa Bulgaria e l’interesse era minimo. Inoltre, i due delegati erano privi di lettere di accreditamento della nazione bulgara. Le lettere disperate che I. Zambin inviava a Sofronij non arrivavano alla loro destinazione. Quest’ultimo, da parte sua, era angosciato per la mancanza di notizie.

Dopo un’attesa lunga due anni senza mezzi di sopravvivenza, i due delegati chiesero un aiuto materiale al governo russo. Furono concessi soldi solo per una persona. Zambin, già molto malato di tubercolosi, rimase e A. Nenkovich partì per Bucarest. Arrivò nell’estate del 1807 e cercò immediatamente Sofronij. Durante questo periodo di attesa Sofronij pubblicò le sue opere, i primi libri bulgari stampati, erigendosi senza dubbio come guida degli emigrati bulgari.

Durante l’estate del 1807, A. Nenkovich e Sofronij si misero al lavoro per preparare i certificati necessari. I testi predisposti da I. Zambin, ormai conoscitore delle procedure diplomatiche, furono copiati da Sofronij senza modifiche. Firmandoli, egli si poneva di fatto come persona responsabile. A. Nenkovich li portò a San Pietroburgo e I. Zambin ricominciò un nuovo faticoso pellegrinaggio.

Infine, nel marzo 1808 fu ricevuto dal principe Kurakin, ministro russo degli Affari esteri. Fu la prima volta, dopo secoli, che fu riconosciuta l’esistenza dei Bulgari. Ivan Zambin morì dopo quattro anni di attesa, senza sapere di aver ottenuto l’incredibile: il governo russo aveva deciso di contattare il comitato bulgaro, di informarsi su Sofronij, le sue proposte e sul modo di includere i Bulgari nella guerra contro la Sublime Porta.

Tuttavia, la guerra finì e fu firmato un armistizio a Slobodzhea nel 1807. Dopo il ritorno a Bucarest di A. Nenkovich, il comitato bulgaro si attivò e cominciò a reclutare volontari per la guerra contro la Turchia. Per loro l’armistizio era temporaneo, credevano che la guerra sarebbe ricominciata e pertanto continuarono a prepararsi.

Un giorno dell’estate del 1808 arrivò a Bucarest il generale Mihail Miloradovich per incontrare il metropolita Sofronij. All’inizio timido e più tardi rincuorato, Sofronij presentò le richieste e le proposte dei Bulgari insieme alle liste con i nomi e confermò che tutti erano pronti ed armati. Il generale affermò che non ci sarebbe stata nessuna guerra. Sofronij continuò ad insistere che una guerra era necessaria visto che i bulgari erano pronti a battersi per la libertà. Davanti ad una tale persistenza il generale gli propose di scrivere al principe Rumyantsev, ministro degli Affari esteri russo. Al resoconto inviato al suo superiore egli aggiunse il testo di Sofronij. La decisione del comandante generale A. Prozorovski fu: « I richiedenti sono dei bulgari che vivono al di là del Danubio; alle condizioni attuali o in futuro non abbiamo modo di aiutarli o di assicurare loro la protezione». E aggiunse: «Bisogna mantenere in loro la speranza, perché in caso di un nuovo passaggio del Danubio, essi potrebbero esserci molto utili visto il loro attaccamento alla Russia, perciò è nostro dovere non sfiduciarli». Dopo Miloradovich, Sofronij fece la conoscenza dei comandanti Bagration, Kamenski e Kutuzov in persona.

Quando nella primavera del 1809 i Russi ruppero l’armistizio con la Turchia, il problema della partecipazione dei volontari diventò attuale e i bulgari si presentarono in massa negli accampamenti russi in Valachia. Sofronij assicurò i comandanti russi che anche il suo popolo a sud del Danubio era pronto ad aiutarli, insieme a quello della Valachia. I bulgari potevano organizzare una vasta insurrezione come i serbi, ma volevano le garanzie di non essere abbandonati dopo la guerra. Lo zar doveva assicurare l’indipendenza del popolo popolo, ma sotto la protezione della Russia.

Mentre i volontari bulgari combattevano a nord e a sud del Danubio, Sofronij ebbe continue conversazioni con Bagration, Kamenski e Kutuzov. Dopo il 1807, il vecchio letterato diventò il regolare consigliere del comandante russo su tutti i problemi riguardanti la Bulgaria e il suo popolo.

Il comitato insistette per la formazione di un esercito bulgaro sotto il comando russo. Contava sui volontari bulgari e sulla rivolta della popolazione soggiogata. Tuttavia, i Russi non poterono dare nessuna garanzia di libertà per il popolo bulgaro in un futuro trattato di pace. Gli storici ora scoprono le lettere di Sofronij indirizzate ai comandanti russi, nelle quali egli proponeva diverse soluzioni per la sollevazione in Bulgaria, riferiva sulla posizione delle unità armate turche e sulla sistemazione dei rifugiati in Valachia. Molte lettere furono perse, altre ricevettero risposte negative, alla fine alcune vennero considerate ragionevoli e prese in considerazione.

Nel giugno 1811 fu formata una unità armata di fanti bulgara, la prima dopo più di quattrocento anni. Sofronij, simbolo della patria perduta, abbandonata e distrutta, la passò in rassegna e la benedì. Aveva guadagnato il rispetto del comando russo.

Sofronij scrisse tre appelli importanti. Il primo fu inviato a Svishtov con la richiesta di raccogliere le firme dei volontari da inviare allo zar russo. La seconda pregava il comandante capo russo di chiedere al suo governo e a quello della Valachia di mettere a disposizione un territorio libero sul fiume Olt, dove Atanas Nenkovich potesse far risiedere i rifugiati bulgari.

Il terzo appello fu considerato da parte degli storici «il primo programma della borghesia bulgara», poiché Sofronij vi presentò la sua visione sulla struttura e sul governo di una regione bulgara autonoma sotto la protezione russa. Avanti negli anni, Sofronij era impaziente di ottenere la garanzia di Kutuzov che la Bulgaria non sarebbe restata più sotto il giogo turco. Kutuzov sempre ben disposto verso di lui, questa volta alzò le spalle dicendo: «Questo non dipende da me, ma dalle istanze più alte».

Prima che Kutuzov prendesse il comando, il suo predecessore, H.M. Kamenski, aveva chiesto al sinodo ortodosso di Moldavia di trovare un monastero dove Sofronij potesse passare tranquillamente gli ultimi giorni della sua vita. Non si conosce il nome del monastero, situato a Bucarest o nei dintorni, ma il nome di Sofronij si trova nella lista degli abati della capitale – ultima attenzione dei russi verso la sua persona. È anche l’ultima notizia sulla sua sorte.

Nel mese di marzo 1812 cessarono le azioni militari contro i Turchi e i Russi lasciarono il principato danubiano. Prima di passare la mano all’ammiraglio Cichagov per i negoziati di pace e di rientrare in Russia, Kutuzov andò a salutare Sofronij. Il grande capo militare ritornava nella sua patria per dirigere la Grande Guerra contro Napoleone. Né lui, né Sofronij
sopravvissero il 1813.

I volontari per una nuova guerra russo-turca furono numerosi e i Russi formarono un reggimento di bulgari e serbi di 4000 persone. Nel marzo 1812, tuttavia, il comando russo sciolse l’unità militare.
Il trattato di pace di Bucarest del 1812 confermò i privilegi della Valachia e della Moldavia. I Serbi ottennero l’autonomia, primo passo verso la liberazione, mentre i Bulgari, che avevano nutrito la speranza di liberarsi dalle sofferenze, non ottennero nulla. Semplicemente, la liberazione della Bulgaria non faceva parte degli interessi russi. Per Sofronij e per il comitato bulgaro di Bucarest fu un duro colpo che li lasciò prostrati e sfiduciati.

Sofronij morì nel mese di settembre 1813. Non si conosce il posto della sua sepoltura.

Gli studi sui discendenti di Sofronij sono difficili a causa della mancanza di una documentazione precisa, ma è interessante notare che tutti, figli e nipoti, sono menzionati come «i figli». Un altro problema è la comparsa del nome di Bogoridi. Quando Sofronij fu consacrato metropolita di Vratsa, egli si presentò con il nome di Sofronij Bogoridi. L’ipotesi più accreditata per l’assunzione di questo nome è che la madre di Sofronij appartenesse alla ricca famiglia dei Bogoridi. Le ricerche hanno appurato che il nome Bogoridi fu dato ai nipoti di Sofronij, quando furono iscritti nelle scuole superiori elleniche a Bucarest.

Non si conosce con certezza il numero esatto dei figli di Sofronij. Le informazioni più accreditate sono sul figlio Tsonko Stojkov Vladislavov-Bogoridi. Nato verso il 1759, egli morì a 35 anni, lasciando tre figli (nipoti di Sofronij): Gheorghi, Atanas e Stefan.

Il figlio maggiore, Gheorghi Bogoridi, dopo aver terminato la scuola greca a Bucarest, entrò nel servizio turco, ma, caduto in disgrazia, venne deportato in Asia Minore dove morì giovane. Il secondogenito, Atanas Bogoridi, fece studi di medicina, entrò nel movimento greco di liberazione e morì molto giovane a Parigi nel 1826. Atanas e Gheorghi Bogoridi non ebbero discendenze. Stefan Bogoridi, il terzo nipote di Sofronij Vrachanski, fu uno dei più importanti personaggi della famiglia e fece una brillante carriera come alto funzionario dell’impero ottomano. Nato a Kotel, terminò il liceo greco a Bucarest e divenne insegnante ad Istanbul. Tra il 1812 e il 1819 fu governatore del dipartimento di Galats e nel 1821 diventò governatore (kajmakan – vice Visir) in Valachia. Nel periodo 1812 - 1824 fu interprete nella flotta ottomana. In seguito, caduto in disgrazia, fu deportato in Asia Minore. Nel 1829 Stefan Bogoridi diventò consigliere del sultano Mehmed II (1808 – 1839), che gli conferì il titolo di principe (knyaz) e lo fece più tardi governatore dell’isola di Samo. Durante il governo del sultano Abdul Medjid (1839 – 1861), Stefan Bogoridi aiutò numerosi bulgari, non solo quelli dal suo paese natale. Fu lui che ottenne dal sultano il permesso per la costruzione della chiesa bulgara a Istanbul, che portò il nome di «Santo Stefano» e che ebbe un ruolo importante nella lotta nazionale religiosa bulgara. Stefan Bogoridi ebbe tre figli: Yanko, Nicola e Aleksandar (Aleko).

Suo figlio Yanko Bogoridi fu diplomatico nell’ambasciata turca a Londra e a Parigi e sostituì il padre come governatore dell’isola di Samo. Morì a Vienna nel 1846. Anche il secondogenito, Nicola Bogoridi (1821 – 1863), all’inizio fu diplomatico a Parigi. Si sa che fu amico dell’eminente rivoluzionario bulgaro Gheorghi Rakovski. Sposò l’unica figlia del ricco boiardo moldavo Konstantin Konaki e visse a lungo in Moldavia come direttore delle finanze ed in seguito come governatore del principato.

Il terzo figlio Aleksandar (Aleko) Bogoridi (1823 – 1910) studiò a Parigi e fu conosciuto come Aleksandar pashà e diventò principe (knyaz) come suo padre. Per lunghi anni fu diplomatico turco. Più tardi fu eletto membro del Consiglio superiore dello Stato turco (Shuraj Devlet) a Istanbul, ministro turco delle opere pubbliche, delle Poste e Telegrafo, ambasciatore turco a Vienna. Non lasciò discendenza.

La liberazione della Bulgaria terminò col trattato firmato il 3 marzo 1878 a Santo Stefano. Le Grandi Potenze vi si opposero con vigore ed imposero la sua revisione. Il congresso di Berlino del 1879 creò una Bulgaria tagliata in due: un principato bulgaro e una provincia nominata Rumelia Orientale. Aleko Bogoridi fu nominato governatore generale di quest’ultima con sede nella città principale Plovdiv.

I Bulgari della Rumelia Orientale non dubitavano dei buoni propositi di Aleko Bogoridi, perché più volte aveva dimostrato il suo patriottismo. Comunque, sorse un poblema molto sintomatico: in che veste sarebbe arrivato in Rumelia - come governatore di una provincia libera con il kalpak (copricapo di pelliccia) o come un Vali (dignitario turco, governatore) con il fez turco?
Mai un copricapo ebbe una tale importanza nella storia bulgara.

Quando Bogoridi arrivò in Rumelia, due bulgari e il generale russo Nicolaev gli andarono incontro alla frontiera. All’arrivo del treno i bulgari entrarono nello scompartimento di Bogoridi. Constatato che il governatore portava il fez, gli spiegarono la situazione. La previdente moglie del pashà, tirò fuori dalla sua valigia un kalpak, che Bogoridi mise in testa per andare ad incontrare il generale russo. Alla stazione di Plovdiv, la folla silenziosa fissò impaziente il vagone da dove sarebbe dovuto scendere Bogoridi. Quando questi uscì con il kalpak, echeggiò un possente «urrà». Salutando il kalpak, la Rumelia salutava il simbolo della libertà.

Bogoridi si insediò il 15 maggio 1897. Durante i suoi cinque anni da governatore, fu eseguito un censimento della popolazione che confermò, senza dubbio, la predominanza della popolazione bulgara nella Rumelia Orientale. Terminato il suo mandato nel 1884, egli fece ritorno a Istanbul.

Nel 1886 propose la sua candidatura all’elezione del nuovo principe in sostituzione di Aleksandar Battenberg, ma non fu scelto. Morì a Parigi nel 1910. I pochi esempi concernenti i discendenti di Sofronij sottolineano il ruolo importante dei Bogoridi nella storia della Bulgaria durante il rinascimento bulgaro.

Questo testo è un'anteprima di una raccolta di biografie di personaggi bulgari, intitolata ""Forgeons de l'histoire bulgare", scritto da Dimitrina Aslanian, di prossima pubblicazione. Si ringraziano l'autrice e il traduttore per la gentile concessione.


[i] Damaskin Studit - scrittore greco, suddiacono del XVI sec. Scrisse la raccolta Tesoro (Sakrovishte) di prediche e biografie di santi. La forma damaskin a quell’epoca fu la sola fonte manoscritta diffusa, che in seguito fu arricchita anche con articoli di cultura e di scienza.

[ii] Kardzhali – banditi musulmani e a volte anche cristiani, che per mesi scorrevano la Tracia, Sofia e Samokov. Il potere centrale non riusciva a combatterli efficacemente a causa dei numerosi soldati che abbandonavano le unità e si congiungevano con i Kardzhali.

[iii] Noto vescovo e teologo greco (1716–1806)


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