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Bulgaro
     
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 24 settembre 1968 - Un giorno a Sofia 
di Giuseppe Loleta

Sofia, 24 settembre. Nella centralissima via Stomboliski, a due passi dall'albergo Balkan, tre uomini e una ragazza distribuiscono volantini, distanziati di una ventina di metri l'uno dall'altro. Sono le cinque del pomeriggio, ora di punta per la capitale bulgara. Gli operai escono dalle fabbriche, gli impiegati dagli uffici e tutti, incuriositi e cortesi, prendono i foglietti. L'abbigliamento dei quattro - maglioni, blue jeans e minigonna - non lascia adito a dubbi: sono occidentali. E ancora meno dubbi lascia il contenuto dei volantini, di due tipi. Tre brevi frasi in bulgaro, l'uno: "Basta con la NATO, basta con la guerra nel Vietnam, basta con l'occupazione della Cecoslovacchia"; un lungo appello in russo e in tedesco ai paesi del Patto di Varsavia perché ritirino le truppe dal territorio cecoslovacco, l'altro.

Centinaia di fogli passano di mano in mano, vengono letti con estrema attenzione perfino dai soldati e dai vigili urbani. Trascorrono ben quindici minuti prima che un uomo e una donna in borghese arrivino trafelati e blocchino la diffusione. L'uomo prende per il collo il più giovane dei quattro, gli sputa in faccia e gli grida più volte: "fascista". La risposta è pronta: un sorriso cordiale, un cenno di diniego e poi "no, no, socialista".

I quattro sono italiani: Marco Pannella, 38 anni, giornalista, ex segretario del partito radicale; Marcello Baraghini, 24 anni, pubblicista, membro della direzione del partito radicale: Antonio Azzolini, 25 anni, studente universitario, del direttivo della federazione romana del partito radicale; Silvana Leonardi, 28 anni, insegnante, socialista libertaria. La loro azione non è isolata. Alla stessa ora, nello stesso giorno, altri gruppi di giovani distribuiscono analoghi volantini a Mosca, Varsavia e Budapest. L'iniziativa è della "War Resister's International" (Internazionale dei Resistenti alla Guerra), l'associazione pacifista che da anni si prodiga in una continua azione di sostegno dei disertori politici e dei renitenti alla leva degli Stati Uniti.

"Operazione Europa orientale". La WRI ha le carte in regola. Può organizzare il volantinaggio in Europa orientale contro l'occupazione della Cecoslovacchia perché la sua posizione e la sua azione rispetto all'aggressione americana nel Vietnam sono note in tutto il mondo. L'organizzazione della Conferenza di Stoccolma sul Vietnam, del luglio 1967, e la prossima mobilitazione di pacifisti europei contro il quartier generale della NATO, a Bruxelles, non sono che due esempi. Ed altrettanto esemplare è la più recente storia del presidente della WRI, l'inglese Michael Randle, condannato a 18 mesi di carcere nel 1961 per aver organizzato una dimostrazione alla base dei bombardieri americani di Wethersfield e ad un anno nel 1967 per aver preso parte all'occupazione dell'Ambasciata greca a Londra, subito dopo il colpo di Stato dei colonnelli. Quanto ai volontari dell'"Operazione Europa orientale", basta a rilevare che a Mosca il volantinaggio è stato eseguito dall'americana Vicki Rovere, più volte arrestata negli USA per le sue proteste contro gli esperimenti atomici, e dall'inglese Andrew Papworth, organizzatore di campagne antimilitariste nelle basi americane in Gran Bretagna; a Budapest dall'americano Bob Eaton, capitano della "Nave di Pace" quacquera che ha trasportato l'anno scorso ad Haiphong rifornimenti e medicine per i combattenti del Vietnam, e dall'indiano Satitsh Kumar, premio Nehru (sovietico) per la letteratura e accolto a Mosca come eroe nazionale in una sua famosa marcia Calcutta-Washington per il disarmo.

Il curriculum degli italiani non è meno ricco. Pannella e compagni portano nei certificati penali il segno della lunga serie di reati commessi nel corso della loro attività politica di militanti di sinistra. E, per quel che più conta, il partito radicale è stato il primo gruppo politico della sinistra europea a protestare con cartelli e striscioni d'inequivocabile sapore socialista - contro l'occupazione della Cecoslovacchia; il promotore, al termine di undici lunghi giorni di digiuno di protesta, di quel "Comitato Antiatlantico per la Cecoslovacchia" che ha poi ricevuto l'adesione di numerose personalità e di militanti della sinistra italiana, da Riccardo Lombardi a Wladimiro Dorigo. L'opinione dei radicali sui fatti di Praga è che comunisti, socialisti, democratici europei non debbano limitarsi alla - pur importante e decisiva - condanna dell'intervento sovietico; ma cercare d'influire in prima persona sugli avvenimenti, adottando tutte le iniziative politiche che possano aiutare i dirigenti cecoslovacchi nella loro difficile prova e il mondo socialista a scuotersi di dosso le strutture autoritarie e militariste che stanno all'origine dell'occupazione.

Anche la War Resister's - alla quale il partito radicale aderisce per l'Italia, insieme con il Movimento Nonviolento per la Pace - è dello stesso avviso. Così, gli scopi dell'iniziativa sono stati definiti in quattro punti: "1) rispondere all'appello del popolo cecoslovacco che richiedeva un'azione internazionale in appoggio alla sua causa; 2) infrangere, sia pur minimamente, la barriera del silenzio e della distorsione delle notizie sui fatti di Cecoslovacchia; 3) dimostrare che l'opposizione all'occupazione è profondamente sentita dai movimenti socialisti e pacifisti occidentali; 4) solidarizzare con le proteste aperte e coraggiose svoltesi nell'Unione Sovietica, nella Repubblica Democratica Tedesca, in Polonia e in Ungheria contro l'autoritarismo dei vertici dirigenti". E così, il 22 settembre, con le borse e le valigie cariche di volantini, Pannella, Baraghini, Azzolini e Silvana Leonardi lasciavano Roma per Sofia, in transito turistico - come s'affrettavano a spiegare a doganieri e poliziotti - verso Istanbul.

Il 23 sera i quattro arrivano nella capitale bulgara. Solo Silvana conosce qualche parola di russo, sufficiente appena a decifrare i misteriosi caratteri cirillici che appaiono dappertutto. Frettolosa ricerca di una pensione, un po' di tempo per capire com'è fatto il centro della città e poi a dormire. L'indomani i compiti vengono divisi. Per tutta la mattina Marcello e Antonio girano per Sofia, lasciando alcune migliaia di volantini sulle panchine e nelle buche per le lettere, nei bar e nei ristoranti, mentre Marco e Silvana scrivono alla WRI e stilano un appello al Comitato Centrale del partito comunista bulgaro che non riusciranno mai a far pervenire perché nessuno in città sembra conoscere l'indirizzo richiesto. Nel primo pomeriggio ancora volantinaggio clandestino a coppie e poi, alle cinque la manifestazione in via Stomboliski.

I servizi di sicurezza all'opera. I tre uomini vengono fermati e accompagnati in un posto di polizia. Silvana riesce a distribuire volantini ancora per dieci minuti, finché ha uno scontro verbale con un agente in borghese che le sequestra il pacchetto. Poi sembra dimenticata ed ha tutto il tempo di recarsi alla stazione, dove attende inutilmente per sei ore in una sala d'aspetto d'essere fermata. Verrà finalmente presa in piena notte in uno scompartimento ferroviario diretto a Belgrado. La prima reazione dei poliziotti è di stupore. Ma chi diavolo sono questi quattro guastafeste? Leggono e rileggono i foglietti in tre lingue, vogliono sapere se si tratta di un'organizzazione internazionale anti-socialista, di fascisti, di agenti della Cecoslovacchia. Poi entrano in scena i servizi di sicurezza, inequivocabili funzionari in impermeabile scuro che prelevano i quattro e li trasportano in auto alla periferia di Sofia, nella sede della polizia segreta, dove saranno trattenuti ancora un giorno, fino all'espulsione dal paese.

Sono 24 ore di continue discussioni e di interrogatori correttissimi. Ad occuparsi dei quattro è addirittura il vertice del servizio. Affiancato da un interprete, dirige le operazioni il colonnello Petrov, che ogni tanto va a riferire ad un superiore. Poco prima del rilascio compare una terza persona, sempre in borghese, a chiedere con gentilezza: "Sono stati abbastanza corretti i miei funzionari?". La tesi dei quattro è semplice: "Siamo dei radicali, dei socialisti. Non crediamo di aver commesso alcun reato perché siamo certi che la Costituzione di un paese socialista non possa non garantire a chiunque il diritto alla manifestazione della propria opinione. Siamo decisamente contrari all'aggressione americana nel Vietnam ed alla politica dei blocchi militari. E' per lo stesso motivo che condanniamo anche l'intervento in Cecoslovacchia delle truppe del Patto di Varsavia". Di rimando, granitica, la posizione ufficiale di Mosca sulla controrivoluzione in atto a Praga e l'accusa: "Siete venuti a interferire negli affari interni d'un paese socialista". Non mancano particolari divertenti. Quando Pannella accenna alle posizioni del PCI e del PCF sulla Cecoslovacchia è interrotto da risa di scherno e dall'inequivocabile equivalente di "Buoni, quelli!".

Un altro funzionario, invece, cerca di convincere Silvana Leonardi che a richiedere l'intervento delle truppe sovietiche sia stato nientemeno che il Presidente della Repubblica cecoslovacca, generale Svoboda. "L'abbiamo visto con i nostri occhi in televisione" aggiunge. E ancora: "Siete voi occidentali ad essere male informati".
E poi, inaspettatamente, uno per volta, i quattro sono accompagnati in un salone pieno di giornalisti, di corrispondenti della radio, di cameramen televisivi: una conferenza stampa organizzata dai servizi di sicurezza per mostrare al popolo i provocatori occidentali. Pannella si rifiuta di rispondere ai rappresentanti della stampa bulgara. "Nel mio paese chiarisce - è chi convoca le conferenze stampa a rispondere. Io non ho convocato niente, anzi sono stato convocato. Quindi non ho nulla da dire. Avrei si delle domande da porvi, ma non credo che abbiate intenzione di rispondermi". Gli altri tre accettano la strana intervista e chiariscono ancora una volta i motivi ispiratori della loro azione.

L'ultimo atto è l'espulsione: grandi automobili scure che accompagnano, due per volta, i quattro fino al confine con la Jugoslavia, l'ingiunzione agli "italiani banditi" a non tornare più in Bulgaria, l'autostop fino a Belgrado, il ricongiungimento in questa città. Sorte non diversa è stata riservata ai gruppi di Mosca, di Varsavia e di Budapest. Più difficile la posizione dei volontari in Ungheria, che sono stati affiancati nella manifestazione da numerosi studenti ungheresi e che - forse per questo - hanno rischiato un processo per attività sovversive. Ma alla fine sono stati rilasciati anche loro.

"Il Tempo" ha ragione. Ad impresa conclusa, due rilievi emergono spontanei. Anzitutto, il costo dell'operazione è stato minimo. Certo, c'era anche il rischio che i volontari di Sofia, Mosca, Varsavia e Budapest fossero sottoposti a processo e condannati a pene detentive. Ma non è andata così e, a conti fatti, il prezzo di uno o due giorni di forzata ospitalità nei palazzi dei servizi segreti non può considerarsi irrisorio. E confermare la validità delle iniziative politiche individuali ed autonome, che vengono dal basso e non nascono handicappate dalle esitazioni verticistiche delle grosse formazioni partitiche. Non c'è poi dubbio che il successo dell'operazione sia stato superiore ad ogni aspettativa. Limitiamoci alla Bulgaria. I quattro sono riusciti in poche ore a diffondere circa 5.000 volantini che - presumibilmente - sono stati letti da molte migliaia di cittadini, mentre gran parte della popolazione è stata raggiunta dall'informazione, sia pure distorta, che giornali, radio e televisione hanno fornito volontariamente. Il raffronto per chi aveva appena scorso uno dei volantini dev'essere stato certamente facile. Senza poi trascurare le grane regalate ai dirigenti del servizio di sicurezza bulgaro e l'eco dell'avvenimento nell'opinione pubblica occidentale. Un bel risultato per chi è partito per Sofia con un paio di blue jeans e una borsa di volantini sottobraccio.

Un ultimo rilievo, infine, riguarda proprio l'opinione pubblica e i mezzi d'informazione del nostro paese. Altrove, i quotidiani sono usciti con titoli di scatola mentre il ronzio delle riprese televisive non ha dato pace ai volontari della WRI. Qui da noi le cose si sono svolte un po' più in sordina. Ma si è capito - ed è questo che conta - che l'iniziativa veniva da sinistra, era un'iniziativa pacifista e socialista. "In realtà - scrive Il Tempo in proposito - gli organizzatori delle manifestazioni, distintisi sinora nella ben nota quotidiana azione antioccidentale che giova esclusivamente alla politica dell'URSS, dimostrano palesemente la preoccupazione per gli effetti deleteri che l'invasione della Cecoslovacchia ha avuto sul comunismo internazionale, cosicché la manifestazione stessa assume tutto l'aspetto di un alibi precostituito... Lo stesso tenore dei manifestini distribuiti dimostra, del resto, che la preoccupazione principale dei radicali e dei loro fiancheggiatori è che l'azione russa rafforzi l'Occidente. In quei manifestini infatti si afferma che l'ingiustificata invasione della Cecoslovacchia farà inasprire la guerra del Vietnam, rafforzare la NATO, favorire i candidati della destra alle elezioni americane". A suo modo, e con il suo linguaggio, Il Tempo ha perfettamente ragione.

Fonte: Notizie Radicali, 06.10.1968




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