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Bulgaro
     
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 LA QUESTIONE MACEDONE (2) 
di Andrea Ferrario
Nel 1878 la Bulgaria viene liberata dalla dominazione ottomana in seguito alla guerra russo-turca. Con il successivo trattato di San Stefano, firmato subito dopo il termine della guerra sotto il forte influsso della Russia, alla Bulgaria vengono assegnati tutti i territori coperti dalla chiesa ortodossa bulgara (l'Esarcato fondato nel 1872 con il beneplacito delle grandi potenze) e comprendenti, tra l'altro, l'intero territorio della Macedonia. Qualche mese dopo, su pressione delle altre potenze, timorose che la Russia eserciti nei Balcani un'influenza eccessiva per il tramite della Bulgaria, il trattato di Berlino annulla questa soluzione e reintegra la Macedonia nell'Impero Ottomano. Negli anni precedenti, gli attivisti macedoni avevano partecipato attivamente e di concerto alle lotte del movimento di liberazione bulgaro. Dal congresso di Berlino in poi la "liberazione" della Macedonia e la sua unione con lo stato bulgaro diventano le due priorità della politica estera di Sofia.

Nel 1893 viene formata l'Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone (VMRO) [1] che si pone come obiettivo la liberazione della Macedonia dalla dominazione ottomana e la sua indipendenza all'interno dei confini geografici naturali (andando così a toccare le mire annessionistiche di Bulgaria, Serbia e Grecia), o la sua autonomia all'interno di una confederazione balcanica, quest'ultima essendo una soluzione auspicata tra l'altro in passato anche dallo stesso movimento di liberazione bulgaro. All'interno dell'Organizzazione, tuttavia, si evidenzia ben presto una corrente che in maniera più o meno velata opera per un'annessione della Macedonia alla Bulgaria. Tale corrente è denominata "supremista", dal nome del Comitato Supremo che ha sede a Sofia ed è largamente infiltrato da elementi legati al governo bulgaro. Lo scontro tra le correnti indipendentiste o federaliste e quelle "supremiste" prosegue fino alle guerre balcaniche e trova il suo vertice nei conflitti interni relativi all'opportunità o meno di dare vita a un'insurrezione generale, che verrà infine tentata nel 1903 (insurrezione di Ilinden) con esiti disastrosi e tali da costringere la VMRO a una drastica riduzione delle sue attività per vari anni, fino alla Prima Guerra Mondiale, con l'eccezione di un breve riaccendersi delle speranze (spentosi tuttavia nel giro di un solo anno) in seguito alla rivoluzione dei Giovani Turchi nel 1908, che sembra aprire nuove vie, tra cui quella parlamentare, alla lotta di liberazione dei macedoni. Nel 1912 lo stato bulgaro, nel frattempo consolidatosi e dotatosi di un esercito ben più efficiente di quello che richiederebbe la semplice difesa del proprio territorio, firma un patto con Serbia e Grecia contro la Turchia. Nell'ottobre dello stesso anno, i paesi del patto, affiancati dal Montenegro, dichiarano guerra alla Turchia dando il via a quella che verrà chiamata Prima guerra balcanica, e in breve tempo riescono a sottrarle l'intero territorio della Macedonia, che occupano militarmente. Tuttavia, la mancata precisa definizione della spartizione del territorio macedone tra i vari occupanti porta a una seconda guerra balcanica di spartizione, scatenata nel 1913 dalla Bulgaria, la quale mira ad annettersi l'intera Macedonia. La sconfitta subita dai bulgari sarà disastrosa e con il successivo accordo di Bucarest tutte le conquiste ottenute nella prima guerra balcanica verranno perse dal governo di Sofia, con l'esclusione della regione macedone orientale del Pirin. La Prima Guerra Mondiale che segue dopo breve tempo prende nella regione tutte le caratteristiche di una terza guerra balcanica - in un primo momento la Bulgaria, alleata delle potenze centrali, ottiene importanti successi e occupa non solo la Macedonia, ma anche vari territori della Serbia, del Kosovo e della Turchia, ma ancora una volta segue una disfatta e tutti i territori conquistati vengono perduti. La maggior parte della Macedonia (con l'eccezione di minime differenze, quella compresa negli attuali confini della Repubblica di Macedonia) viene assegnata alla Serbia, mentre la regione meridionale dell'Egeo va alla Grecia e quella orientale del Pirin rimane alla Bulgaria.

Sull'onda del risentimento per le disastrose politiche militaristiche della borghesia di Sofia, in Bulgaria si rafforzano fortemente i movimenti popolari di sinistra e in particolare il Partito Comunista e il Partito Agrario. Quest'ultimo giunge in breve tempo al governo e, pur se con metodi spesso autoritari, adotta internamente una politica fortemente progressista, mentre in politica estera, nel nome del buon vicinato, adotta rispetto alla questione macedone una linea conciliante nei confronti della Serbia (nel frattempo diventata il soggetto egemone del regno di Jugoslavia). Sempre nel periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto mondiale, alcuni degli elementi più reazionari della VMRO d'anteguerra ricostituiscono l'Organizzazione stravolgendone gli intenti originali e facendone nei fatti uno strumento della politica non solo estera, ma anche interna, del governo bulgaro. Negli stessi anni esponenti progressisti danno vita in Bulgaria ad altre organizzazioni macedoni in esilio, che tuttavia rimarranno più deboli sia per gli scarsi mezzi di cui dispongono (non essendo legate a interessi imperialisti, a differenza della VMRO), che per le titubanze o le mire egemonistiche del Partito Comunista e del Partito Agrario nei loro confronti. Nei primi cinque anni dopo la guerra la VMRO, più che occuparsi della "liberazione" della Macedonia, è attiva sul fronte interno bulgaro impegnandosi nella repressione violenta interna degli esponenti progressisti, il più delle volte su commissione di ambienti reazionari militari o vicini al re. Tali attività terroristiche proseguono con una crescita esponenziale, che trova il proprio culmine nel colpo di stato fascista del 1923 e nella violenta repressione della successiva insurrezione antifascista di settembre, colpo di stato e repressione ai quali la VMRO partecipa in maniera attiva e particolarmente cruenta. Negli stessi anni la VMRO e il suo leader Todor Aleksandrov intessono importanti legami con l'Italia (che svolge un ruolo di primo piano nel controllo politico e finanziario del paese tramite le umilianti e sproporzionate riparazioni di guerra), legami che si fanno ancora più stretti con l'arrivo al potere di Mussolini. In Macedonia la VMRO è attiva unicamente a livello terroristico, ma le sue azioni trovano spesso l'appoggio della popolazione esasperata dalle sistematiche repressioni e dal selvaggio sfruttamento economico messi in atto dalla Serbia (la Macedonia, tra l'altro, non è in questi anni un elemento costitutivo del regno jugoslavo, ma è integrata direttamente nella Serbia come provincia della Serbia Meridionale). Sempre nello stesso periodo, la VMRO adotta un programma che a prima vista trae in inganno l'osservatore (e che oggi è patrimonio della nuova reazione bulgara) e cioè quello dell'autonomia per la Macedonia. In realtà si tratta di un programma puramente di facciata, teso a non toccare immediatamente gli interessi delle grandi potenze e a coprire quello che rimane l'obiettivo reale dell'Organizzazione: l'annessione della Macedonia alla Bulgaria. Negli anni successivi al 1923 la VMRO continua a collaborare con il governo fascista e le altre forze reazionarie nella repressione delle forze progressiste, con una serie impressionante di attentati e uccisioni che decimano le file degli agrari, dei comunisti e dei macedoni di sinistra. All'interno della stessa VMRO, tuttavia, cominciano ad aprirsi sanguinosi conflitti tra le varie fazioni che mirano ad ottenerne il controllo. Nel 1924 viene ucciso da esponenti rivali il leader Todor Aleksandrov e comincia così l'ascesa di uno dei personaggi più tetri e sanguinari della storia bulgara, Ivan Mihajlov, che prenderà le redini dell'Organizzazione, rendendosi responsabile dell'uccisione di centinaia di antifascisti e democratici e trasformando la Macedonia del Pirin, rimasta in territorio bulgaro, in un vero e proprio feudo personale. Tra i suoi principali obiettivi vi è quello di impedire (in collaborazione con il governo bulgaro e spesso su commissione del regime fascista italiano, che ha importanti mire coloniali nell'area) ogni avvicinamento tra l'ala progressista del movimento macedone e sezioni della VMRO. In quegli anni infatti il Partito Comunista aveva cominciato ad affrontare con maggiore sistematicità la questione macedone e, sotto la guida del Comintern, stava lavorando alla creazione di una VMRO "di sinistra", che verrà realizzata in seguito come VMRO (Unita). Le spietate repressioni messe in atto da Mihajlov e dal regime reazionario bulgaro, il controllo soffocante esercitato dal Partito Comunista Bulgaro e dalla sua linea stalinista, nonché i conflitti di interesse tra Partito Comunista Bulgaro e Partito Comunista Jugoslavo in merito alla Macedonia, sono tra i principali elementi che contribuiscono a inibire la nascita di un vero movimento di massa progressista macedone. In particolare, il Comintern, per il tramite del Partito Comunista Bulgaro, dopo il 1928 marginalizza completamento la VMRO (Unita), fino a scioglierla di fatto nel 1933-1934.

La folle crescita degli atti terroristici e delle lotte intestine alla VMRO causano sempre maggiori problemi al governo bulgaro, sia a livello internazionale, che internamente al paese. Nel 1934 un nuovo governo, giunto al potere con un altro colpo di stato di tendenza fascista, scioglie la VMRO e Ivan Mihajlov fugge in un esilio dorato all'estero (durante la Seconda guerra mondiale sarà ospite di Ante Pavelic in Croazia e successivamente fuggirà in Italia dove morirà tranquillo e indisturbato nel 1991). Negli stessi anni la Bulgaria stringe rapporti sempre più stretti con la Germania di Hitler e dopo un breve periodo di neutralità si unisce alle forze dell'Asse nella spartizione della Jugoslavia occupando, e annettendo di fatto, la Macedonia (con l'esclusione delle zone a maggioranza albanese, occupate dall'Italia), che manterrà sotto il suo controllo fino al 1944. Parallelamente, nell'ambito della resistenza all'occupazione, proseguono i conflitti tra Partito Comunista Jugoslavo e Partito Comunista Bulgaro, entrambi con ambizioni egemoniche in vista della futura liberazione e della costituzione di una Federazione Balcanica. Tale progetto di federazione rimane in atto negli anni immediatamente successivi alla guerra e nel suo ambito la Macedonia avrebbe dovuto essere uno degli elementi costitutivi della struttura federale. Viene avviata così un'opera di "costruzione" di una coscienza nazionale macedone che, pur fondata su basi storiche il più delle volte solide e giustificate, assume spesso forme artificiali e forzate. Va infatti ricordato che fino ad allora i macedoni non hanno mai avuto in epoca moderna (certo non perché non vi abbiano mai aspirato) né una tradizione statuale o amministrativa, né tantomeno una lingua istituzionalizzata e, di conseguenza, un sistema educativo nazionale. In questo contesto, in perfetto stile stalinista, la lingua macedone (che non aveva mai in passato trovato un'espressione letteraria, se non in casi sporadici e dal carattere prevalentemente sperimentale) è stata codificata ufficialmente nel giro di poche settimane da una commissione che lavorava sotto l'occhio vigile delle autorità di Belgrado. Contemporaneamente, il governo di Sofia invitava nel proprio paese dei commissari jugoslavi incaricati di incutere (spesso con la violenza) una coscienza nazionale macedone negli abitanti della regione del Pirin e di insegnare loro la lingua macedone appena istituzionalizzata a Skopje, mentre allo stesso tempo sia Belgrado che Sofia procedevano nelle regioni macedoni a repressioni che andavano ben al di là della punizione dei collaborazionisti fascisti. Nel 1948, con la rottura tra Belgrado e Mosca, si ha una brusca svolta: i confini tra la Macedonia jugoslava e la Bulgaria vengono chiusi (e tali rimarranno di fatto fino al 1989), mentre il governo di Sofia, sempre ligio al dettato di Mosca, fa nel giro di poche settimane marcia indietro, disconoscendo l'identità macedone degli abitanti del Pirin e reprimendo duramente chi non accetta tale nuova linea (così come in passato aveva represso duramente coloro che non accettavano la campagna di diffusione di un'identità macedone). Tuttavia, fino al 1956 Sofia continuerà nei censimenti a riconoscere formalmente la presenza di propri cittadini di nazionalità macedone (in quell'anno risulteranno essere circa 180.000, ma visto il carattere forzato e ideologico di tali censimenti si tratta di un dato che va considerato come puramente indicativo). Durante tutto il periodo successivo dell'epoca "socialista" la questione macedone rimarrà per lunghi anni il principale pomo della discordia tra Jugoslavia e Bulgaria, anche se in un contesto congelato dalla Guerra Fredda. Negli anni '80, tuttavia, con l'ascesa politica di Ljudmila Zivkova, figlia del dittatore bulgaro Todor Zivkov, si avrà un'intensa ondata propagandistica di marca nazionalista, che riprenderà tra le altre cose molte delle tematiche revansciste relative alla questione macedone già propugnate in passato dai regimi reazionari d'anteguerra.


Note

[1] In realtà l'organizzazione porta durante i primi anni della sua esistenza il nome di VMORO, comprendendo al suo interno anche il movimento per la liberazione della Tracia orientale, resosi in seguito autonomo.




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