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Bulgaro
     
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 Memorie di Dimitar Peshev 
Stralci dai quaderni III e IV - Sulla questione ebraica

Quaderni redatti a mano tra il 1969 e il 1972 e custoditi nell'Archivio Storico Nazionale, Sofia, Fondo n. 1335, u.a. 156 - 157 - 158.
Traduzione dal bulgaro di Emilia Daskalova. Fonte: gariwo.net

Le memorie di Dimitar Peshev sono state pubblicate in bulgaro dall'editore Gutenberg (Димитър Пешев, Спомени, Гутенберг, София 2004, ISBN: 9549943739)

Con gli appunti seguenti non ho l'obiettivo di esporre un'analisi esauriente sulle cause, l'avvio e lo sviluppo della cosiddetta “questione ebraica” che nel corso di parecchi anni, a partire dall'ottobre 1940, è scosso l'opinione pubblica e creato molte difficoltà nella vita interna del Paese influendo negativamente sulla sua immagine all'estero; inoltre ha fornito l'impressione che in merito ai rapporti con la Germania la nostra libertà di decidere sulle questioni di politica interna fosse limitata.

Negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale non si può affermare che in Bulgaria esistesse una “questione ebraica” … Per quanto riguarda i razzismo, in Bulgaria non è mai emerso nella forma in cui è stato posto in Germania per opera del Partito Nazionalsocialista. La teoria della purezza razziale non aveva sostenitori in Bulgaria, con piccole eccezioni senza rilevanza sociale.

Nei motivi allegati al disegno di legge “per la difesa della Nazione”, presentato all'Assemblea Nazionale il 7 ottobre 1940 dal ministro dell'Interno, si leggeva che …lo Stato bulgaro era interamente nazionale e … aveva custodito fino a quel momento la sua purezza, nonostante la mancanza di una protezione legale.

Negli stessi motivi si diceva ancora: “Nei tempi presenti in cui viviamo, la nazione sente la necessità di essere protetta … E gli ebrei bulgari, come parte dell'ebraismo internazionale, rimangono estranei allo spirito bulgaro; con il loro legami cosmopolitici … rappresentano un vero pericolo per lo Stato nazionale bulgaro” … Le disposizioni privarono completamente gli ebrei della possibilità di partecipare alla vita economica del Paese …

La successiva imposizione fiscale e le altre misure finanziarie e fiscali adottate resero più rigoroso il regime restrittivo, ponendo gli ebrei in una posizione estremamente umiliante, limitando i loro diritti politici e civili, costringendoli a portare la stella gialla.

L'obiettivo dichiarato era di impedire l'attività antinazionale degli ebrei che avrebbe potuto riflettersi negativamente sulla politica nazionale. Va sottolineato però, che non venivano citati casi concreti che potessero confermare queste ipotesi. Quando il disegno di legge venne presentato all'Assemblea Nazionale provocò vaste reazioni nella società. Il Concistoro centrale degli ebrei sostenne che gli ebrei bulgari, circa 46.000, erano parte integrante del popolo bulgaro e della sua cultura.

Bulgari ed ebrei partecipavano insieme alle guerre, facendo il proprio dovere e pagando con il sangue la fedeltà alla Nazione. Vi si diceva che gli ebrei difendevano calorosamente la causa di tutte le minoranze durante i congressi svolti dopo la prima guerra mondiale. E in seguito, quando avevano lasciato il Paese per stabilirsi in Palestina, avevano manifestato il proprio attaccamento alla Bulgaria. Vi sono testimonianze di numerosi viaggiatori bulgari, tra cui eminenti attivisti.

Nell'esposto del Concistoro veniva esaminata in modo dettagliato - ma assai diverso - la partecipazione degli ebrei alal vita economica del Paese. La maggioranza di loro erano piccoli artigiani e operai che abitavano nei quartieri poveri. Era sbagliato trarre conclusioni per tutti gli ebrei dai grandi negozi di via Leghe e Targovska a Sofia. Certamente gli ebrei non detenevano il più grande patrimonio bulgaro - la terra, non partecipavano alla grande armata degli impiegati né alla gestione della vita culturale. Non avevano neppure un banchiere, solo una banca cooperativa … La stessa cosa valeva per le libere professioni …

Nell'esposto veniva inoltre espressa l'amarezza per la dignità offesa delle persone - visto che era negata agli ebrei l'ammissione all'esercito - e la preoccupazione per la crescente povertà che si stava delineando a causa delle misure economiche limitative e la chiusura delle imprese ebraiche. Era smentita anche l'affermazione d'alta criminalità tra gli ebrei, citando dati statistici in cui era evidente la percentuale più bassa rispetto alla restante parte della popolazione. L'esposto del Concistoro respingeva quindi con forza i motivi in difesa della legge.

Anche altri ambienti e organizzazioni di grande importanza sociale espressero la loro presa di posizione negativa nei confronti del disegno di legge, presentando proteste ufficiali ben motivate. L'Unione degli avvocati bulgari si rivolse al Primo Ministro con la proposta che il disegno di legge venisse sospeso in quanto “inutile, socialmente dannoso, che va contro l'ordine legislativo e la giustizia nel nostro Paese”.

Vi si affermava in modo dettagliato e motivato che le misure limitative e umilianti per gli ebrei non erano giustificabili dal punto di vista degli interessi dello Stato e del popolo ed erano in contrasto con lo spirito libero e democratico dell'uomo bulgaro, “che nella lunga e difficile epoca del giogo, nei tempi di amare ingiustizie e disgrazie, non aveva mai visto degli ebrei nel campo dei suoi nemici e oppressori”. Vi si sosteneva la tesi che gli ebrei non minacciavano né la nostra economia, né la purezza bulgara … per cui nessuna esigenza nazionale richiedeva la creazione di una legge con cui limitare e degradare moralmente una specifica categoria di cittadini.

Nell'esposto si ricordava che anche il popolo bulgaro aveva le sue minoranze sparse per il mondo, che si trovavano sotto il potere straniero, e si preoccupava con dolore e sdegno della loro sorte. Le nostre premure e la nostra lotta in difesa delle minoranze bulgare oppresse all'estero, avrebbero perso fondatezza legale e morale se avessimo giustificato i soprusi contro gli ebrei.

Il problema veniva esaminato anche dal punto di vista legale, sottolineando che i loro diritti civili e politici trasgrediti erano in contraddizione con la Costituzione, che decreta parità dei cittadini di fronte alla legge.

Anche un gruppo di scrittori inviò al Primo Ministro una petizione, chiedendogli “in nome della cultura e del prestigio della Bulgaria” di fare il possibile per ostacolare l'approvazione di una legge le cui conseguenze avrebbero offuscato la nostra legislazione e lasciato amari ricordi.

I sottoscrittori si dichiaravano turbati dal fatto che si fosse pensato a una tale legge, visto che il nostro popolo non si era sentito aggredito o forzato da nessuno, e ribadendo che una simile legge sarebbe stata dannosa per la Nazione … una pagina nera nella nostra storia contemporanea. Più avanti si aggiungeva che il popolo bulgaro nel suo passato storico era stato perseguitato e umiliato.

Possibile che anche noi, per imitazione, dovessimo prendere la strada sbagliata e autonegarci come popolo libero e di cultura? Il nostro obiettivo - spiegavano gli scrittori - è proteggere la buona reputazione del popolo bulgaro, acquisita nel mondo della cultura, e cercare di impedire ai responsabili di approvare una legge che potrebbe screditare il prestigio del Paese e le sue tradizioni di tolleranza e umanità.

Anche l'Unione dei medici prese posizione in senso negativo nei confronti del disegno di legge, con un esposto in cui contestava la necessità e l'utilità di tali misure, e prevedeva tristi conseguenze. Fu resa nota anche una lettera dell'attivista Dimo Kazassov, inviata al Primo Ministro, in cui era acutamente contestata l'opportunità e la fondatezza del disegno di legge in tutte le sue parti, sottolineandone l'effetto negativo dentro e fuori la Bulgaria.

In nessuna delle considerazioni su queste misure emerse che furono stilate sotto l'influenza di uno Stato estero o che avessero una relazione con la politica estera. Fa eccezione solo un piccola allusione nell'esposto degli scrittori, espressa con le parole “per imitazione”. Era comunque opinione diffusa che i provvedimenti venissero adottati per ragioni legate alla nostra politica estera, prendendo la Germania come modello.

In quel Paese erano state approvate misure molto severe, dato che gli ebrei erano accusati di opporsi sempre ai tedeschi, ovunque si trovassero. Sapevamo di queste accuse, nonostante non fossimo minimamente a conoscenza delle persecuzioni, dei campi di concentramento e delle torture. Scoprimmo queste cose solo dopo la guerra.

Mentre veniva esaminato il disegno di legge all'Assemblea Nazionale non ci si domandava se i provvedimenti antiebraici avessero una qualche origine in pressione proveniente dall'estero: la questione non si poneva nemmeno, si tendeva a presentare queste norme come un problema soltanto interno al Paese.

Solo dopo la guerra si seppe che la realtà non era propriamente questa. Quando si cominciò a discutere di questi provvedimenti ritenni che si stava cercando di armonizzare la nostra politica con quella della Germania.

Alcune misure contro gli ebrei a carattere limitativo e temporaneo venivano giustificate da qualcuno come uno strumento indispensabile per raggiungere gli obiettivi cari al Paese. Ma nessuno ammetteva che le stesse potessero diventare permanenti o prendere le dimensioni e le forme di quelle approvate in Germania. … All'epoca non ero al corrente dei provvedimenti del Parlamento approvati nell'inverno 1942-43: ne venni a conoscenza immediatamente dopo la guerra. In quel periodo avvennero fatti veramente drammatici, che avrebbero potuto provocare una fine tragica di tutti gli ebrei o di una parte di loro, e lasciare una traccia indelebile sulla Bulgaria, incidendo negativamente sulla politica nazionale. Non posso dire che cosa accadde esattamente dietro le quinte della politica parlamentare.

Per questa ragione il mio contributo per chiarire il problema sarà modesto e deluderà coloro che si aspettano di più. La mia attività in quel momento drammatico si svolse puramente su base parlamentare e da questo trasse la sua forza e la sua importanza.

Di certo lo storico che in futuro avrà a disposizione tutte le fonti e i documenti, con eventuali resoconti personali di testimoni sopravvissuti, nonché i dati degli archivi diplomatici bulgari e stranieri, potrà compiere un esame critico basandosi sulla verità storica, senza considerare la propaganda, gli interessi politici o personali: potrà quindi determinare con esattezza lo sviluppo dei diversi fattori che permisero di risolvere il problema.

Il mio scopo ora è di esporre in modo scrupoloso e obiettivo quello che è accaduto in Parlamento e il mio intervento personale. Racconterò con esattezza ciò che ricordo, senza dimenticare di evidenziare di quali particolari non sono sicuro. Non voglio trarre alcun vantaggio da questo racconto, poiché sono convinto che la verità storica non debba essere distorta per motivi personali. … Ora descriverò in dettaglio gli avvenimenti. Se lo storico che in futuro dovesse studiare a fondo questo tema arrivasse alla conclusione che il Parlamento abbia svolto un ruolo importante, sarei soddisfatto perché sono stato uno dei protagonisti dell'azione parlamentare.

Per ora mi astengo dal trarre conclusioni, visto che sto per descrivere solo una parte di quello che è accaduto nell'attività generale dello Stato. Ciascuno può trarre le conclusioni che vuole dai fatti che intendo esporre in modo scrupoloso e imparziale.

Mentre attendevo che si ponesse fine alla angosciante situazione di discriminazione contro gli ebrei, che - come dichiarò il Ministro degli Interni - “si sarebbe risolta in modo ragionevole e moralmente” - giunsero notizie di agitazioni in Tracia e Macedonia, dove erano stati adottati nuovi provvedimenti antiebraici.

Non vennero diffusi comunicati ufficiali riguardo a queste misure né si sapeva se erano applicate solo in quei territori. Ero consapevole che la Germania avesse maggiori possibilità di emettere e imporre le sue disposizioni proprio lì, dato che quelle non erano regioni annesse regolarmente alla Bulgaria nonostante venissero amministrate come il resto del Paese.

Seppi che le misure prevedevano la deportazione degli ebrei dalle loro case - uomini donne e bambini - per mandarli altrove. Non conoscevo la loro destinazione e le ragioni di questi provvedimenti, ma tutte queste incognite mi impensierivano e mi spingevano a disegnare scenari tragici. Mentre cercavo di rispondere a questi interrogativi, venne a trovarmi un deputato di Dupnitza, Dimitar Ikonomov, con cui avevo rapporti tesi per diversità di vedute sulle questioni dibattute in Parlamento. Rimasi sorpreso dalla sua visita, considerate le nostre relazioni.

Lo stimavo come deputato onesto e attivo, molto legato alla sua città e al suo collegio elettorale.

Mi disse di essere rientrato il giorno precedente, sconvolto da quanto aveva visto nelle strade di Dupnitza. Descrisse una scena terribile: file di ebrei provenienti dalla Tracia che attraversavano la città a piedi; vecchi, donne, bambini, uomini carichi di bagagli, che piangevano disperati e chiedevano aiuto, trascinandosi senza forze per chissà dove.

Questo spettacolo terribile aveva impressionato gli abitanti della città, disgustandoli. Molti di loro si erano messi a piangere. La descrizione così intensa di un testimone oculare mi scosse, rendendo attendibili le voci in circolazione. Non ricordo la data esatta dell'incontro con Dimitar Ikonomov, si trattava comunque dei primi di marzo del 1943.

Alcuni giorni dopo mi recai a Kjustendil dove il Governatore distrettuale mi disse che era imminente il raduno degli ebrei nei depositi di tabacco. A ciascuno era stato comunicato di portare con sé un solo bagaglio, e che nei depositi ogni famiglia avrebbe ricevuto l'acqua e i recipienti necessari per ogni necessità.

Era chiaro a cosa miravano i preparativi: per quanto si cercasse di mantenere l'operazione segreta non si poteva nascondere la verità, soprattutto quando si seppe che in città era giunto un rappresentante del Commissariato per le questioni ebraiche con il compito di far eseguire i provvedimenti.

Dopo essere rientrato a Sofia contattai nuovamente il Governatore di Kjustendil e seppi che durante la notte gli ebrei erano già stati radunati nel deposito tabacchi e che erano arrivati o sarebbero giunti di lì a poco treni speciali. Non c'erano dubbi sulla situazione. La scena tragica descritta da Ikonomov, la mia coscienza di uomo e le mie previsioni circa le conseguenze dei provvedimenti nell'immediato e nel futuro sulla politica del Paese e sull'opinione pubblica non mi permisero di restare passivo.

Decisi di fare tutto il possibile perché non si attuasse un piano che avrebbe compromesso la Bulgaria davanti al mondo e macchiato la sua reputazione ingiustamente. Non potevo assumermi nessuna responsabilità - morale, politica o di altra natura - per simili azioni del Governo adottate senza la consultazione del Parlamento.

Le misure antiebraiche fino a quel momento erano state introdotte con l'approvazione tacita del Parlamento tramite la legge per la difesa della Nazione. Tali misure, per quanto fossero severe, venivano accettate dalla maggioranza dei deputati, considerate un sacrificio necessario in nome dei massimi interessi nazionali e di Stato.

I provvedimenti, inoltre, non miravano a mettere in atto lo sterminio in massa degli ebrei, mentre l'attuazione delle nuove norme faceva temere il peggio, con la loro deportazione fuori dai confini bulgari per consegnarli a un destino incerto.

A Sofia arrivò una delegazione di Kjustendil, composta dall'avvocato Ivan Momcilov, dal commerciante Assen Suichmezov e da Vladimir Kurtev, per intervenire in favore degli ebrei.

Li informai su quanto stavo facendo con altri deputati, promettendo di rimanere in stretto contattto e spiegando che non era necessario il loro intervento personale: io e i miei colleghi deputati avremmo fatto tutto il possibile.

La prima cosa che si poteva fare era rivolgersi al Ministro degli Interni, che si occupava della questione ebraica, per chiedergli informazioni sulle nuove misure, dichiarando con decisione che non erano accettabili e che non intendevamo assumercene la responsabilità.

In Parlamento correva voce che ci sarebbero stati nuovi provvedimenti contro gli ebrei: era molto probabile che informazioni simili a quelle che io avevo ricevuto dal Governatore di Kjustendil fossero giunte da altre fonti, dato che i medesimi preparativi si stavano attuando in altre città. In ogni caso queste voci provocarono tra i deputati grande agitazione.

Parecchi di loro vennero a trovarmi, molti appoggiarono il mio proposito di andare in primo luogo dal Ministro degli Interni per spiegargli la nostra posizione e manifestare lo sdegno per le misure adottate. Non ricordo bene la data dell'incontro, mi pare si sia svolto attorno al 10 marzo 1943.

Il Ministro degli Interni era in Parlamento: per quel giorno era prevista un'assemblea ordinaria. Non ricordo bene quali deputati facessero parte della delegazione, di sicuro c'erano Petar Mihalev, Dimitar Ikonomov, Tzvetko Petkov, una decina in tutto. Il Ministro ci ricevette subito, e io stesso gli esposi in breve le notizie che avevo, i nostri timori, dicendogli che non potevamo approvare le misure contro gli ebrei e chiedendo che i provvedimenti in corso fossero aboliti. Il ministro ci rassicurò negando che ci fosse in atto un piano di deportazione.

Mi impressionò vederlo confuso e agitato e sebbene mi sembrasse falsa la sua dichiarazione, in contraddizione con le mie informazioni sicure, non potevo credere che ci fosse da parte sua inganno e malafede. Credevo che fosse un modo per sottrarsi all'imbarazzo, ma che in nessun caso quel piano sarebbe stato attuato. Per il momento questo mi confortava, dato che lo scopo per l'immediato era ostacolare l'espatrio degli ebrei.

Il giorno dopo apprendemmo che i preparativi per la loro deportazione erano stati sospesi, e la conferma che simili azioni erano state intraprese in diverse città della Bulgaria. L'ordine di sospensione aveva sorpreso e tranquillizzato gli ebrei e i loro concittadini bulgari, che in maggioranza erano contrari a quel piano disumano.

Davvero la situazione si tranquillizzò e fu possibile pensare con più calma a quello che c'era da affrontare. Fu reso noto un accordo tra il Commissario per le questioni ebraiche e un inviato del governo tedesco per la consegna e la deportazione di 20 mila ebrei bulgari al di fuori dei confini della Bulgaria.

Non si seppe mai la natura di questo accordo vergognoso, con quale diritto lo abbia firmato un impiegato bulgaro, chi lo autorizzò e con quale mandato potesse disporre del destino di migliaia di cittadini bulgari, contrariamente a quanto stabilito dalla Costituzione e dai principi basilari di umanità.

Tale accordo sferrava un colpo schiacciante alla dignità della Bulgaria, al suo prestigio e alla forza morale della sua politica internazionale, a cui la Nazione si era spesso richiamata in passato e di sicuro vi avrebbe ricorso in futuro.

Mancavano informazioni ufficiali, si taceva anche sul motivo per cui erano state sospese le misure antiebraiche, su che cosa c'era ancora da aspettarsi. Tutto era avvolto da un mistero inspiegabile, che generava sospetti e rendeva probabile la possibilità che la sospensione dei provvedimenti fosse temporanea, tanto più che queste misure si basavano su un accordo da alcuni definito “internazionale”.

Un simile accordo, firmato da un impiegato incompetente, in contraddizione con la Costituzione, le leggi e la morale, non poteva avere nessun valore legale e vincolante, e rappresentava piuttosto un atto arbitrario.

Così mi chiesi: che fare? Non potevo restare zitto e passivo: il mio silenzio sarebbe stato contrario alla mia coscienza, come uomo e come deputato; mi sarei reso tacitamente responsabile di quello che poteva accadere in futuro, che valutavo, senza dubbio, come il pericolo di un grave reato dal punto di vista costituzionale, politico e morale.

Decisi quindi di agire, ma come? Atti personali, benché possibili, mi apparivano inefficaci: non potevano portare a un risultato positivo, sarebbero stati facilmente deviati e respinti dal Governo per le stesse ragioni di Stato che avevano giustificato l'approvazione dei provvedimenti antiebraici. Inoltre credevo che era necessario reagire in modo sollecito, sapendo che la sospensione delle misure era provvisoria e la loro riattivazione su decisione dei tedeschi sempre possibile.

Per evitare l'irreparabile la questione doveva essere posta in Parlamento. Il carattere parlamentare dell'azione era secondo me indispensabile per fare in modo che il Governo si trovasse di fronte a un atto che riguardava i suoi rapporti con i deputati e avesse la percezione che era a rischio l'appoggio della maggioranza. Il Governo non poteva non tenerne conto, a meno che non godesse di un ampio sostegno della società e non ci fosse un governo stabile; e d'altra parte non poteva invocare apertamente la fiducia del Capo dello Stato su una questione palesemente impopolare.

Ritenevo che l'azione parlamentare dovesse provenire dalla maggioranza e il suo obiettivo risultare concreto: occorreva sottolineare la necessità di far fallire la deportazione degli ebrei dalla Bulgaria.

L'inattività della maggioranza a tale proposito l'avrebbe resa complice di un crimine di Stato che viola la Costituzione e - soprattutto - l'avrebbe resa complice dello sterminio di migliaia di persone. La nostra politica non andava macchiata con atti simili.

D'altra parte non si doveva dare l'impressione di perseguire altri obiettivi, ad esempio provocare una crisi parlamentare. Quindi secondo me per ottenere risultati positivi l'azione doveva provenire dalla maggioranza parlamentare che non avrebbe messo in discussione la fiducia al Governo , ma avrebbe reagito negativamente solo riguardo alla deportazione dei cittadini bulgari e alla loro consegna a un altro Paese.

Ero convinto che un passo simile avrebbe preso piede tra la maggioranza e sarebbe stato approvato da un gran numero di deputati: ecco perché non risposi al deputato d'opposizione Petko Stainov, che con un biglietto indirizzato a me, aveva espresso il desiderio di sottoscrivere l'esposto, se lo avessi ritenuto opportuno. La parola d'ordine della maggioranza era: unità nella grande politica di Stato., che deve essere portata avanti con decisione e con la fiducia del popolo, per avere successo.

La linea politica non doveva essere contestata ma si doveva cercare il modo di non commettere un passo falso, che avrebbe potuto danneggiare irreparabilmente il Paese oggi e in futuro. L'azione parlamentare poteva accrescere l'importanza del ruolo del Parlamento in quel momento.

Era probabile che diventasse un elemento positivo nella politica del Paese, importante per il prestigio e la dignità della Bulgaria, senza ostacolare il normale corso della politica. Questa presa di posizione sarebbe diventata popolare tra la maggioranza mentre un'altra azione più vasta, con obiettivi più generali, sicuramente non sarebbe stata ben accolta o non avrebbe goduto del sostegno dei deputati, anzi, avrebbe corso il rischio di fallire senza nessun particolare sforzo del Governo per ostacolarla.

L'idea unificatrice poteva essere solamente questa: non permettere la consegna di cittadini bulgari a uno Stato straniero, senza sfiduciare il Governo, tanto più che lo stesso non aveva confermato la firma dell'accordo e che le nuove misure erano state adottate con il suo consenso e sotto la sua responsabilità. Quindi l'azione non mirava al Governo in maniera specifica: ciò avrebbe tranquillizzato i deputati che non volevano opporsi direttamente.

Chiariti così questi interrogativi ho scritto una lettera-esposto al Primo Ministro, l'ho firmata e l'ho presentata ai deputati che pensavo d'accordo perché la sottoscrivessero. Questo è accaduto nel pomeriggio, prima dell'inizio della seduta parlamentare ordinaria, e per questo tutti i deputati ne sono venuti al corrente e si è creata una grande agitazione in aula.

Alcuni la interpretarono come una lettera-scandalo e in pochi sembrava volessero firmarla, tra i banchi dei sostenitori dell'esecutivo. Sottolineai allora che l'azione doveva rimanere all'interno della maggioranza e non aveva un carattere antigovernativo. … Vidi che parecchi deputati firmavano con sollievo: si notava quanto fossero turbati da una situazione che non si sentivano di accettare pur sapendo di esserne corresponsabili.

Mi ricordo le parole del deputato di Breznik Al.Simov che, dopo aver firmato, esclamò: “La dignità della Bulgaria è salva!”. Queste parole esprimevano esplicitamente i sentimenti e le convinzioni di parecchi che non potevano approvare quello che stava accadendo e che nemmeno si sarebbero immaginati che potesse succedere.

Mentre si raccoglievano le firme e si delineava la prospettiva di un successo, decisi di informare il Presidente del Parlamento, Hristo Kalfov. Pensavo fosse civile e leale farlo per non dare l'impressione che l'iniziativa fosse cospiratoria, realizzata alle sue spalle. Presi una copia della lettera non firmata e andai nel suo gabinetto, spiegandogli le ragioni e gli obiettivi dell'azione. Lui lesse la lettera senza fare nessun commento. Appena uscito dall'ufficio, vidi il Presidente andare verso il gabinetto del Primo Ministro con la lettera in mano.

Allora tornai nel mio ufficio, pieno di deputati che stavano discutendo vivacemente. Dopo non molto il Presidente mi chiamò e andai da lui immediatamente. Mi riferì di aver informato il Primo Ministro, che gli aveva chiesto di pregarmi di non inviare la lettera, di aspettare la seduta della maggioranza per discutere tutti i problemi esposti.

Non replicai e uscii per esaminare la proposta del Primo Ministro e le possibili conseguenze, ma nel frattempo non fermai la raccolta delle firme. Pensai che sarebbero serviti due giorni perché tutti coloro che lo desideravano potessero firmare. Tuttavia, riflettevo sul significato del desiderio del Primo Ministro di rimandare l'invio della lettera.

Non avrebbe mirato al fallimento dell'azione parlamentare con pressioni sui deputati che l'avevano sottoscritta o che volevano farlo, oppure che ne approvavano gli obiettivi senza firmarla? Ipotizzavo possibili pressioni anche da altre direzioni, perfino su di me, per evitare che l'azione parlamentare venisse resa nota all'opinione pubblica, con un effetto tanto indesiderato dal Governo quanto desiderato e utile per raggiungere gli scopi della lettera.

L'irritazione e perfino la confusione del Governo erano evidenti, dato che nel pieno della discussione mi telefonò Petar Gabrovski, il Ministro degli Interni, costretto a casa malato, chiedendomi di inviargli subito una copia della lettera.

Certo che l'azione non si dovesse fermare e che avrebbe avuto un riscontro positivo nell'opinione pubblica, decisi di spedire la lettera con solo 42 firme il giorno seguente, senza rispettare il desiderio del Primo Ministro e provocando le ire dei deputati che non erano riusciti ancora a sottoscriverla.

La mattina del giorno successivo inviai la lettera al Primo Ministro presso il Ministero degli Affari Esteri. Seppi in seguito che il contenuto del documento e il non aver acconsentito alla sua richiesta lo avevano molto irritato. Il suo cattivo umore divenne evidente nei giorni successivi, in cui si palesò la sua ferma intenzione di vendicarsi.

Trascorsero alcuni giorni in cui non fui in grado di sapere che cosa fosse successo realmente dietro le quinte, dato che non c'erano dichiarazioni pubbliche in merito. C'era qualche notizia che indicava che la lettera era stata oggetto di discussione nel Consiglio dei Ministri. Il Primo Ministro avrebbe preso una posizione dura, chiedendo una riparazione allo sgarbo subito (soddisfazione per sé) e misure punitive per la maggioranza.

Il 23 marzo venne convocata la seduta a cui assistettero l'intero Consiglio dei Ministri e tutti i deputati. Già dall'apertura si percepì che l'atmosfera era molto tesa. Purtroppo manca il verbale della seduta, a quei tempi si faceva così: la maggioranza non aveva la possibilità di organizzarsi da sé, veniva convocata dal Governo e dal Primo Ministro, in particolare quando quest'ultimo lo riteneva opportuno.

La seduta era presieduta da un deputato scelto dal Primo Ministro. All'apertura dell'assemblea il Primo Ministro dichiarò di aver ricevuto la lettera-esposto sottoscritta da 43 deputati e la lesse. Spiegò inoltre che mi ero permesso di mandargliela pur avendo promesso di non farlo, andando contro il suo desiderio.

Pronunciò queste dichiarazioni con un tono amaro e pieno di rimprovero, difficile da mitigare. Ascoltai in silenzio e attentamente. Qui vorrei sottolineare che non è vero che io promisi di non inviare la lettera e di aspettare la seduta della maggioranza. Dichiaro in modo categorico di non aver mai fatto nessuna promessa del genere. Non posso sapere in che modo il Presidente del Parlamento abbia riferito il nostro discorso ma la verità è quella che descrivo qui. … Ovviamente anch'io ho preso la parola in risposta all'intervento del Primo Ministro, sottolineando che ero io il promotore dell'azione di protesta, che avevo scritto personalmente la lettera e che me ne prendevo quindi tutta la responsabilità politica. ...

Dal testo e dai motivi esposti era ovvio che non cercavamo di provocare una crisi governativa, come invece sostenevano alcune interpretazioni tendenziose. … si trattava di un'azione onesta e pulita con obiettivi politici limitati e di tipo umanitario.

Inoltre i deputati che avevano sottoscritto la lettera non potevano assumersi la responsabilità di “nuovi, troppo atroci provvedimenti che potrebbero portare all'accusa di sterminio di massa”.

Personalmente ho sottolineato nel mio intervento che l'oggetto della lettera non era la politica generale del governo, che veniva condotta con la nostra approvazione e il nostro appoggio, in quanto politica nazionale che unisce il popolo bulgaro e nella quale tutti abbiamo creduto.

Dopo le mie spiegazioni il Primo Ministro, esercitando pressioni ricattatorie, ha chiesto a ciascuno dei 43 deputati della maggioranza di confermare o smentire la loro adesione alla lettera e se appoggiavano la politica generale del governo.

In sostanza se rinunciavano o meno alla firma sotto la lettera: ho saputo in seguito che alcuni di loro erano stati avvicinati prima della seduta, per farli dissociare, ma in pochi si erano tirati indietro. E' cominciata la votazione, con una procedura penosa, un'inquisizione contro ciascun deputato, che doveva alzarsi e rispondere alle domande mentre il Primo Ministro prendeva appunti.

Fino a quel momento non avevo mai assistito a una simile scena, che mi ha veramente rattristato. … In fin dei conti il Primo Ministro avrebbe dovuto essere soddisfatto, alla fine, visto che solo 30 nomi avevano confermato la firma, sancendo il mio discredito e la sua affermazione: esultava senza nasconderlo, si considerava vincitore e non si preoccupava minimamente del modo in cui stava compromettendo l'immagine del Parlamento, un modo non certo adeguato a un Primo Ministro né alla dignità e al ruolo dei deputati.

Non posso dire che fossi tranquillo, anzi mi sono sentito offeso e ho deciso di abbandonare la seduta. Quando mi sono alzato per uscire, nel silenzio dell'aula e tra le teste chine dei deputati che sicuramente si rendevano conto della gravità del momento, ho sentito la voce trionfante del Primo Ministro pronunciare in francese: “Tu l'as voulu, George Dandin”, una famosa espressione di uno scrittore francese di cui non ricordo il nome, e che in questo caso significava piuttosto uno sfogo astioso che una frase spiritosa.

Ragionando in seguito a mente fredda, posso dire che mi fece molta impressione la distanza tra la pressione e la brutalità con cui venivano trattati i deputati, e il loro comportamento dignitoso. Secondo me il Primo Ministro aveva considerato l'iniziativa parlamentare pericolosa per i rapporti della maggioranza con il governo e aveva cercato di ridurre i deputati all'obbedienza con metodi rozzi e inammissibili. Così lasciai la seduta e non mi preoccupai minimamente di sapere che cosa fosse successo dopo.

Non ero curioso, ma il rancore e la collera che avevo letto nell'atteggiamento del Primo Ministro mi facevano supporre che non si sarebbe rassegnato all'accaduto e avrebbe cercato in tutti i modi di discreditarmi nella mia carica di vicepresidente del Parlamento. Mi sentivo deluso dal comportamento di certi deputati, dal loro carrierismo, dalla mancanza di coraggio nel difendere i propri diritti, cedendo alle pressioni e sacrificando così gli interessi dell'ordine parlamentare.

Poco dopo incontrai per strada Simeon Radev, noto diplomatico, scrittore e storico, che si fermò e mi chiese cosa stava succedendo con la questione ebraica: correvano molte voci nell'ambiente e voleva sentire la mia versione di prima mano. Gli raccontai l'accaduto e il tentativo di screditarmi.

Lui mi ascoltò attentamente e quando ci congedammo disse: “ Nella nuova storia della Bulgaria esistono due errori che possono essere paragonati per gravità - la data del 16 giugno 1913, quando abbiamo attaccato i nostri alleati nella guerra balcanica, e la fomentazione contro gli ebrei e il modo in cui viene condotta la questione”. Poi ci separammo.

Rimasi sorpreso del confronto tra i due episodi, che non mi era venuto in mente. Faccio notare che si tratta del pensiero di un uomo pratico, di uno storico, in modo che sia valutato opportunamente da chiunque intenda interessarsi di quegli avvenimenti. Io per ora mi astengo dal tirare le conclusioni.

Così si è chiusa solo una fase della vicenda riguardante i nuovi provvedimenti antiebraici.

Era presto per dedurre come si sarebbe sviluppata, ma si poteva fare qualche previsione. Credevo che, dopo l'accaduto in Parlamento, dopo la reazione della pubblica opinione contro i provvedimenti di deportazione degli ebrei, il Governo non avrebbe osato fare il passo decisivo.

Proprio a questo mirava la lettera inviata, e nonostante il discredito e il rancore nei miei confronti, forse la scena vergognosa contro i deputati era un modo per mascherare la necessità, ormai, di agire secondo quanto raccomandato da noi.

La scena penosa durante la seduta, la violenza morale esercitata esprimevano l'impotenza di agire in modo diverso. Era stata ferita l'ambizione di chi era costretto a riconoscere l'errore commesso, e allora lo attribuiva ad altri.

Non era facile accettarlo per chi aveva vissuto con una diversa morale, e ora era costretto a fare marcia indietro di fronte a obiezioni e ostacoli, mascherandola allora dietro una scena clamorosa e spettacolare, in cui alcuni deputati venivano messi in stato d'accusa e trattati da peccatori pentiti. … Ma quello che era avvenuto lì, con una tale violenza morale, non era in grado di cancellare l'errore. A quel punto era poco probabile che il Governo si considerasse “vincitore”.

Allora quale era lo scopo della seduta se non reprimere l'eventuale volontà dei deputati di ricorrere in futuro a simili libere azioni di controllo parlamentare? L'ultimo atto era imminente.

Il Primo Ministro non si sarebbe rassegnato a sopportarmi ancora nella carica di vicepresidente del Parlamento e avrebbe fatto tutto il possibile per indurmi alle dimissioni. In questo modo il Parlamento avrebbe potuto uscire da una situazione scomoda senza difficoltà.

La persona incaricata di convincermi era il ministro della Giustizia Konstantin Partov. Venne a casa mia cercando di spiegarmi che in questo modo avrei evitato altre umiliazioni e avrei fatto calmare gli animi agitati. Ero convinto che Partov, con cui ero in buoni rapporti di amicizia, non approvasse in cuor suo quel modo di procedere, senza tuttavia confessarlo apertamente.

Ci conoscevamo bene, per anni avevamo lavorato insieme, lo stimavo moltissimo e forse per questa ragione l'avevano scelto per questo incarico. Nonostante i mie sentimenti personali verso di lui, gli dissi che non potevo accettare la sua proposta. La stessa risposta gli diedi durante gli altri incontri che abbiamo avuto, sempre per sua iniziativa e a casa mia.

Quanto più ci ragionavo e tanto più mi convincevo di aver fatto il mio dovere di deputato per l'interesse del Paese, mentre mi si chiedeva qualcosa che assomigliava a una capitolazione (riconoscere di aver commesso un errore, autocriticarmi e farmi degradare).

Dare le dimissioni avrebbe comportato giustificare la violenza morale esercitata sui deputati nei confronti delle loro prerogative di controllo del Parlamento, far umiliare la Camera e facilitare la sua dipendenza dal Governo. In questo modo l'Assemblea Nazionale sarebbe uscito a agevolmente dalla situazione complicata in cui si trovava.

Le mie dimissioni avrebbero significato rinunciare al requisito morale dell'azione parlamentare tramite una specie di pentimento. Quindi rinunciai definitivamente alla proposta fattami dal ministro Partov.

Il 25 marzo fu presentata all'Assemblea Nazionale la proposta del deputato Atanas Popov, membro della maggioranza, che diceva: “ Poiché il vicepresidente del Parlamento non gode più della fiducia della maggioranza, avanzo la richiesta di sostituirlo e prego sia inclusa nell'ordine del giorno”. Nella mozione era scritto solo questo. Era un esito prevedibile e me lo aspettavo, anche il fatto che fosse presentata da quel deputato e firmata da altri 41.

ll 31 marzo 1943 ebbe luogo la seduta del Parlamento presieduta da Hristo Kalfov. Erano presenti tutti i ministri. Quando il presidente sottopose all'esame dell'aula e a votazione la proposta di Popov, senza prevedere una discussione, chiesi la parola. Il presidente non me la concesse e mise subito ai voti la mozione.

A quel punto mi misi a protestare a voce alta, quasi gridando contro questa trasgressione flagrante del regolamento parlamentare (veniva negato il diritto principale di un deputato, membro dell'ufficio di presidenza, di intervenire quando si chiedeva una votazione di sfiducia contro di lui - un diritto esplicitamente riconosciuto dallo stesso regolamento).

In quel momento si sollevò un frastuono assordante tra i deputati. Il presidente non vi faceva caso e continuava nella procedura intrapresa: una scena che umiliava sia lui che l'intera Assemblea. Allora, completamente disgustato, gridai: “Nel passato, quando nella stessa Assemblea fu esaminata la mozione di sfiducia verso un altro vicepresidente, costui fu felice di avere l'opportunità di difendersi, ma allora un'altra persona occupava il posto di presidente del Parlamento”.

Avevo in mente il caso di Nikola Zahariev, che aveva preso la parola e suscitato un ampio dibattito, con la seduta presieduta da Al. Malinov. Invece a me non era stato concesso lo stesso diritto alla difesa. Così, tra le proteste dei deputati (a nessuno fu concessa la parola) il presidente dichiarò approvata la mozione a maggioranza. Così è finita questa vicenda, con il mio discredito.

Il foto di sfiducia è stato iscritto nel registro dell'Assemblea, che non ho mai potuto visionare, quindi senza sapere esattamente cosa vi è stato scritto. Quello che ho raccontato qui l'ho descritto a memoria. Quando la tempesta si calmò, mi resi conto che con questo caso avevo compromesso pubblicamente il Parlamento e il suo presidente; e potevo esserne contento, dato che avevo fatto il mio dovere.

Nonostante sia stata liquidata in questo modo la campagna parlamentare contro di me, sono rimasto soddisfatto per aver impedito l'esecuzione dei provvedimenti contro gli ebrei. Non potevo sapere esattamente come si era sviluppata poi la questione, cosa era avvenuto dietro le quinte.

Sta di fatto che era stato raggiunto l'obiettivo finale.

E ciò mi rendeva completamente appagato e faceva passare in secondo piano i dispiaceri e i disappunti vissuti in questa vicenda, vere inezie se confrontate con le gravi conseguenze che l'attuazione del piano di deportazione avrebbe comportato.

Finora non c'è alcuna informazione attendibile su come si fosse sviluppato il progetto, quando, come e perché venne sospesa l'esecuzione dei nuovi provvedimenti antiebraici. Non so se un giorno si saprà che cosa esattamente sia avvenuto, dato che quasi tutte le autorità di governo non sono più tra i vivi da molto tempo.

Non si saprà mai ciò che è accaduto tra di loro e che non è stato registrato negli archivi. Forse qualche cosa si può trovare, nei nostri e in quelli esteri, ma a me non risulta. Per tale ragione non si può stabilire con esattezza che ruolo abbia svolto l'azione parlamentare nel fermare questo piano.

Ribadisco tuttavia che sono convinto della sua importanza nelle decisioni prese dal governo, che certamente in quel periodo non si poteva permettere il rischio di un confronto parlamentare. Il fatto che siano state adottate delle misure così rigorose, perfino brutali, per impedire la possibilità di simili atti in seguito, è già la prova della verità di questa supposizione. … in fin dei conti dopo la guerra si è saputo che tra tutti i Paesi europei sotto l'autorità della Germania, la Bulgaria è stata l'unica ad aver salvato gli ebrei non permettendo la loro deportazione.

Questo fatto ha trovato un riconoscimento universale e si è tramutato in un grande elemento positivo per il Paese, un forte argomento a favore nella propria politica, da ricordare in caso di necessità.

Finita in questo modo tutta la vicenda, continuai a cercare il momento opportuno per protestare in Parlamento contro il rozzo sopruso con cui mi era stata votata contro la sfiducia senza permettermi alcuna difesa.

L'occasione si presentò nel dicembre del 1943, quando venne esaminato il bilancio del Parlamento. Ne approfittai per esprimere le mie rimostranze contro la violazione del regolamento, dell'ordine parlamentare e dei diritti dei deputati da parte del presidente dell'Assemblea.

Lo deplorai sottolineando addirittura che non io, ma lui si era screditato moralmente con il proprio comportamento così umiliante per lo stesso Parlamento. Colsi l'occasione anche per leggere la lettera-esposto inviata la Primo Ministro, in modo che trovasse posto nei registri dell'Assemblea Nazionale come documento. Questo fu l'epilogo.

Resta la possibilità di giudicarla da parte di coloro che si interessano all'Assemblea Nazionale e la valutano come fattore importante nella vita dello Stato.




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