Home | Notizie | Forum | Club | Cerca  Bulgaro
Subscribe
Share/Save/Bookmark
     
           Utente: non registrato, entra
 Storia della Bulgaria (1944-1945) 
Note sulla partecipazione della Bulgaria all'ultima fase della guerra di Liberazione

di Nedjalko Dacev

Le considerazioni che seguono riguardano, in forma necessariamente riduttiva, una pagina poco nota della nostra storia contemporanea; i fatti che essa rievoca sono ormai lontani nel tempo e, all'epoca del loro accadimento, - giusto mezzo secolo fa - ebbero certo importanza secondaria rispetto al grande evento che li determinava: la seconda guerra mondiale.

Di veramente importante resta, comunque, il ricordo degli uomini oscuri che vissero quel momento tragico: o da protagonisti, ma inconsapevoli, come personaggi tolstoiani; o, più modestamente, da comparse in un dramma di proporzioni immani.

Con saggezza postuma, oggi possiamo constatare che quel loro sacrificio non servì a risolvere in nessuna parte il groviglio di problemi che rende tanto drammatico il destino delle nazionalità e degli stati nell'Europa sud-orientale, principale scenario degli avvenimenti qui rievocati. Per ironia della storia, tutte o quasi tutte le contraddizioni di allora ci stanno di fronte irrisolte, come se quelle ormai sbiadite imprese umane fossero state inutili; e veramente lo sarebbero se noi credessimo - ma a torto - che altrettanto vani fossero gli ideali che allora le ispirarono.

Molto tempo fa, chi scrive percorreva la strada che, da Maribor, risale il corso della Drava e porta a Labud (Lavamuend) in Carinzia. La guerra era finita da pochi anni, il traffico era tuttora scarso: rari veicoli del posto recavano sulle targhe una semplice sigla, S come Slovenija, e poche cifre; altri riferimenti più elaborati ancora non servivano.

A Dravograd, sul confine tra la Repubblica jugoslava allora Federativa e Popolare, e l'Austria, sull'intonaco di qualche edificio si potevano ancora intravedere tracce scolorite di scritte dall'inconfondibile carattere militaresco: a suo tempo, avevano indicato direzioni di marcia, posti di tappa, di blocco, di comando; numeri e denominazioni delle unità operative. Il tutto però - fatto curioso data la località - era stato tracciato in caratteri cirillici.

Fatto insolito ma tutt'altro che inspiegabile. Di lì, nella primavera del 1945, era passata la guerra nella sua fase conclusiva. Anzi, proprio nell'estremità meridionale della Carinzia si erano verificati gli ultimi scontri tra resti di una Wehrmacht in rotta col suo melanconico seguito di collaborazionisti, e le avanguardie della 57 Armata sovietica, che procedevano coperte, sul loro fianco meridionale sinistro, dalla I Armata bulgara. Questa copriva sulla destra anche il fianco della IV Armata dell'Esercito popolare di Liberazione jugoslavo che poteva così, attraverso l'Istria e il Litorale, raggiungere Trieste eliminando i superstiti capisaldi tedeschi. Tale dispiegamento consentiva inoltre il disimpegno di altre due armate jugoslave, la I e la III, le quali potevano così convergere verso Lubiana, ancora in mano nemica.

Sovietici e bulgari sopraggiungevano dall'area danubiana. La 57 Armata del III Fronte Ucraino (all'epoca le forze sovietiche erano ripartite in quattordici Fronti), protagonista di avanzate travolgenti attraverso la Serbia e la Vojvodina, dopo lo sfondamento delle difese tedesche nello Srem e il passaggio del Danubio, avvenuto il 29 dicembre 1944; aveva lasciato i territori iugoslavi per entrare in Ungheria. Appena fosse caduta la capitale ungherese - ma occorsero quasi due mesi - la tappa successiva dei sovietici sarebbe stata Vienna [1] .

Alla I Armata bulgara, che operava alle dirette dipendenze dell'Alto Comando del III Fronte Ucraino [2] fu invece ordinato di ripassare la Drava ai primi di marzo del 1945, di raggiungere la Mura e di affiancarvi le forze jugoslave impegnate nella liberazione della Slovenia. In questo frangente, toccò ai bulgari di entrare dapprima a Cakovec, poi a Varazdin nella seconda metà di aprile; e di liberare successivamente Ptuj e Maribor.

Ma non si arrestarono: la loro avanzata proseguì oltre il confine carinziano, oltre Vòlkermarkt. Presso Klagenfurt, l'avanguardia bulgara stabilì addirittura un contatto operativo con la VIII Armata britannica che sopraggiungeva dal Tirolo e dalla Carnia; infine, il 15 maggio, le truppe bulgare si attestarono a Dravograd. La Germania nazista aveva capitolato fin dal giorno 9 di quel mese, ma gli scontri armati e soprattutto le operazioni di rastrellamento delle residue unità nemiche sbandate continuarono ancora a lungo.

In quella breve ma cruenta campagna a fianco di russi e jugoslavi, i bulgari avevano usurato l'equivalente di due delle sei divisioni entrate in azione nello Srem il 22 dicembre 1944. Altre perdite, di pari entità, le avevano subite durante la prima fase della campagna, in autunno, lungo le valli dei fiumi Vardar e Morava, vale a dire in Macedonia, nella Serbia meridionale e nel Kosovo. In queste regioni balcaniche spesso impervie, undici divisioni bulgare ripartite in tre Armate, dall'ottobre 1944 impegnarono i tedeschi di stanza in Macedonia e quelli del Gruppo Armate "E" che dalla costa dell'Egeo ripiegavano verso il Nord [3].

L'intervento bulgaro al Sud rientrava nel più vasto disegno strategico dell'offensiva su Belgrado. Il piano di operazioni predisposto dall'Alto Comando sovietico venne comunicato allo Stato Maggiore bulgaro il 5 di ottobre 1944 [4]. Al nuovo alleato-subordinato fu lasciata l'iniziativa di elaborare i successivi piani operativi nei settori di sua pertinenza, senza appoggi particolari ma nemmeno interferenze. Ciò consentì alle forze bulgare di agire con relativa flessibilità, sia nella fase di copertura e di formazione del fronte, sia durante l'offensiva vera e propria. Gli obiettivi strategici vennero raggiunti entro i tempi stabiliti e con discreto successo; al punto che all'esercito regolare bulgaro Koca Popovic, allora responsabile dell'Alto Comando dell'Esercito Popolare di Liberazione jugoslavo in Serbia, riconobbe ufficialmente un ruolo determinante nelle operazioni condotte nella regione fino a quel momento [5].

In quell'ottobre del 1944, la posizione internazionale della Bulgaria era decisamente ancora equivoca. Ormai allineata di fatto con il blocco antihitleriano, restava pur sempre un ex satellite del Terzo Reich che aveva sottoscritto il Patto Tripartito; come tale, era sottoposta a regime armistiziale di sovranità limitata [6]. La sua situazione era resa ancor più difficile dal fatto che, nella prima fase della guerra, il suo esercito doveva operare nei medesimi territori jugoslavi formalmente annessi al Regno di Bulgaria dopo la adesione al Tripartito del 1 marzo 1941, oppure occupati in seguito, dietro invito delle potenze dell'Asse [7]. Questo fatto suscitava la risoluta contrarietà del Comitato Esecutivo dell'AVNOJ (il Consiglio dei rappresentanti delle zone jugoslave liberate), vero e proprio Governo provvisorio dal novembre del 1943; e, fino ad un certo punto, dello stesso Tito che ne era il Presidente: contrarietà che poté essere superata grazie alla mediazione sovietica, ma che non cessò mai del tutto, malgrado gli evidenti vantaggi rappresentati dall'intervento di un nuovo esercito ancora intatto a sostegno delle forze partigiane [8]. Non va trascurato che proprio in quel periodo l'Esercito Popolare di Liberazione jugoslavo stava convertendosi in Armata regolare, al prezzo di subire perdite fra le più gravi della intera guerra.

La sincera intenzione bulgara, di rompere col passato e di contribuire alla liberazione dei popoli vicini senza secondi fini né mire annessionistiche, trovò in quella critica fase di transizione l'avallo più autorevole nella azione che, a Mosca, conduceva senza soste Gheorghi Dimitrov, per allargare il campo della coalizione antifascista e per rimuovere al suo interno sospetti e rancori [9]. Il vecchio rivoluzionario - senza esagerare, l'unica personalità bulgara di statura internazionale in questo secolo - l'artefice e protagonista del VII congresso del Comintern nel 1935; il Segretario generale dell'organizzazione mondiale dei comunisti fino al maggio 1943, e in tale ruolo secondo solo a Stalin per autorevolezza; poteva essere e fu veramente il garante indiscusso della buona fede dei suoi connazionali.

Ma da subito insorsero altre, gravi difficoltà, riguardanti la dislocazione delle truppe, alquanto dispersiva, e soprattutto il loro equipaggiamento [10]. Per di più, sul fronte propriamente balcanico, l'esercito regolare bulgaro sarebbe entrato in azione comandato da quella stessa ufficialità contro la quale si era sollevata la truppa nelle ore cruciali dell'insurrezione del 9 di settembre, e per la quale si profilava la minaccia di imminenti e drastiche epurazioni [11]. In altre parole, sebbene pianificata nelle sue linee generali dallo Stato Maggiore sovietico, l'offensiva contro i tedeschi nei Balcani sarebbe di fatto rimasta in mano a comandanti bulgari di provata fede monarchica, o peggio, di non celati trascorsi filogermanici.

Questa situazione paradossale ebbe immediate ripercussioni politiche, prima che militari, sugli equilibri determinatisi ai vertici della nuova dirigenza bulgara dopo l'insurrezione di settembre.

A Sofia, i partiti che avevano rovesciato la dittatura monarchica, e lo stèsso governo del Fronte Patriottico subentrato al vecchio regime [12] attraversarono una profonda crisi proprio quando - si era alla fine di novembre - le operazioni militari in Macedonia stavano concludendosi positivamente. I comunisti del POB - Partito Operaio Bulgaro - si dissociarono dal governo frontista, di cui pure facevano parte, accusandolo di voler sospendere l'epurazione nell'esercito in cambio della prosecuzione della guerra a fianco dei nuovi alleati; e gli sollevarono contro la piazza [13].

L'intervento della Commissione Interalleata di Controllo dell'armistizio valse a ricomporre, per il momento, la frattura insorta ai vertici politici del paese. Ma da un Ministero della Guerra radicalmente rimaneggiato, dove nei posti-chiave sette comunisti avevano rimpiazzato altrettanti dirigenti legati agli altri partiti, accentuando così la spaccatura in seno al Fronte Patriottico, la crisi si allargò rapidamente al resto dell'esercito, come era inevitabile.

Le unità regolari furono affiancate da nuove formazioni combattenti, la cosiddetta Guardia, di recentissima formazione su base volontaria: era composta per la massima parte da ex partigiani del NOVA, l'Esercito di Liberazione Nazionale clandestino che, dal 1943, aveva sostenuto la lotta armata contro le forze governative del vecchio regime in nome del Fronte Patriottico; dai perseguitati politici, da attivisti della Resistenza comunque devoti all'idea frontista. A livello di comando dei reparti regolari, fu completato l'inserimento di oltre ottocento commissari politici, dotati di poteri assai ampi e parificati agli ufficiali di carriera con un decreto ministeriale in vigore dal 22 di settembre: si trattava di elementi ideologicamente qualificati, in quanto reclutati fra i quadri del Partito Operaio.

Questo secondo provvedimento, ai suoi esordi non aveva suscitato obiezioni di principio da parte dei gruppi non comunisti al governo, assillati com'erano dall'urgente problema di liquidare i residui del vecchio regime, a cominciare dall'ufficialità ritenuta, a torto o a ragione, politicamente irrecuperabile per l'immediato; e dominati dalla necessità di stabilire fra le truppe una disciplina che non fosse disgiunta da un minimo di allineamento ideologico al nuovo corso politico istaurato nel paese dopo il 9 di settembre. Precedenti storici illustri non mancavano: da quello rappresentato dalla Convenzione in Francia durante la guerra del 1792-1793, per finire con quello delle Brigate Internazionali nella guerra di Spagna nel 1936. Ma, almeno per i comunisti bulgari, il riferimento più immediato era l'esperienza sovietica di controllo politico delle FF.AA., collaudata fino dagli anni Venti e conclusasi positivamente con la compiuta comunistizzazione di quasi tutti i quadri dell'Armata Rossa [14].

In tutti casi, e qualunque fosse l'orientamento dei suoi componenti, per il governo frontista bulgaro l'istituzione dei commissari politici avrebbe rappresentato un passo obbligato verso la completa assunzione della responsabilità diretta negli affari militari, più che la pedissequa imitazione di modelli storici. Due mesi più tardi, sopravvenuta la frattura in seno al governo frontista, proprio i commissari politici divennero motivo di ulteriore contrasto tra i comunisti ed i loro alleati. Ma l'ingranaggio era stato messo in moto; da quel momento e fino a tutto il maggio del 1945, quasi tutti i comandanti di rango superiore vennero rimossi e là dove la loro funzione non fu direttamente assunta dai commissari politici, vennero sbrigativamente rimpiazzati con subalterni avanzati di grado per l'occasione [15]. Un simile sconvolgimento dei quadri tradizionali dell'esercito non poteva restare, come non restò, senza conseguenze sull'andamento delle operazioni militari successive.

Dopo la liberazione di Belgrado [16], alla ripresa offensiva stabilita dai piani sovietici per il 22-24 dicembre 1944 sul nuovo fronte in Vojvodina, le sei divisioni della I Armata Bulgara allestita per l'occasione non diedero buona prova. Dopo una settimana di continui insuccessi, l'Alto Comando del III Fronte Ucraino esonerò le truppe bulgare da ulteriori sforzi e le destinò alla copertura delle retrovie. Meno di due mesi prima, quelle medesime truppe avevano raggiunto obbiettivi importanti come le città di Nis, Skopje e Pristina; avevano tagliato le vie di accesso al Vardar e alla Morava ai tedeschi in ritirata; si erano confrontate alla pari con nemici temibili e ancora combattivi. Nelle mutate condizioni organizzative e, anche, psicologiche, rinnovare quei successi appariva impensabile.

Ma la guerra era allora in pieno svolgimento e l'armistizio imposto alla Bulgaria da sovietici e Alleati occidentali alla fine di ottobre comportava l'obbligo di prendervi parte attivamente e senza ripensamenti. Il Fronte Patriottico intensificò allora gli appelli perché quella guerra fosse combattuta fino in fondo, costasse quello che costasse, per non ritrovarsi come in passato dalla parte degli sconfitti, il che avrebbe potuto significare, questa volta, addirittura la fine dello stato bulgaro. Il ricordo angoscioso delle sconfitte subite nel 1913 e nel 1918 [17]; il timore di una terza catastrofe nazionale, sentimenti ben vivi nell'immaginario collettivo della popolazione bulgara, furono impiegati dalla propaganda frontista come argomenti non demagogici per mobilitare il paese e per infondere nuovo spirito combattivo nell'esercito demoralizzato. Che di li a poco ritornò a impegnarsi, spesso egregiamente, sul Danubio e sulla Drava; al punto che l'emittente radio sovietica dedicò più d'una menzione elogiativa ai successi bulgari conseguiti in quella fase decisiva della guerra.

Le tappe di questa crisi, che certo non fu soltanto militare, i fatti che la precedettero e ne determinarono i complessi risvolti politici e sociali meriterebbero un'attenzione critica ben maggiore di quella ricevuta fin qui non si dirà all'estero, ma nella Bulgaria medesima, dove il lavoro validissimo di alcuni storici (citiamo, per tutti, Ilcio Dimitrov, già rettore dell'Università di Sofia e attuale ministro dell'istruzione) ha dovuto confrontarsi, simultaneamente, con l'esistenza di una pubblicistica sovrabbondante e unilaterale, e con la difficoltà di accedere ai materiali d'archivio, alcuni dei quali non erano nemmeno stati conservati [18]. Per quei ricercatori è stata della massima importanza, relativamente al problema in essere, l'interpretazione del fascismo e della sua politica nei Balcani data da storici italiani come, per esempio, il Collotti [19].

Resta però il fatto che il ricorso obbligato a schematismi ideologici in uso nel regime a democrazia popolare, che caratterizzò tutta o quasi la storiografia dei decenni trascorsi, anche la più seria, costringe tuttora il lettore occidentale ad uno snervante lavorìo di decodificazione e di reinterpretazione [20].

Dal 1990 quel clima culturale è certo andato modificandosi, nel senso che anche la ricerca storica ha, probabilmente, imboccato un indirizzo diverso che in passato, più attendibile. Non va però sottovalutato il fatto che la materia, della guerra e del dopoguerra in Bulgaria e negli altri stati balcanici, è ancora al centro del dibattito politico, che si svolge all'interno di una opinione pubblica spesso disorientata, e nel quale - come è ovvio - le schematizzazioni di varia colorazione ideologica continuano a prevalere sull'obbiettività delle analisi critiche.

Il brusco rivolgimento di condizioni politiche ormai consuetudinarie, i mutamenti istituzionali avvenuti in questi anni nella regione balcanica e, dal 1991, anche la guerra guerreggiata tra i popoli di quella che fu la Jugoslavia, con le sue inevitabili ricadute sulla politica estera ma anche interna degli stati adiacenti [21], rendono più che mai problematico l'affermarsi di un giudizio storico pacato sugli avvenimenti immediatamente antecedenti la situazione odierna. Ciò non diminuisce affatto l'urgenza che la loro obbiettiva rivisitazione riveste oggi per noi: non solo ai fini di una corretta storiografia ma anche - e ad avviso di chi scrive, soprattutto - per meglio comprendere e far conoscere quel complesso di episodi spesso contraddittori che fu la Resistenza al fascismo nell'Europa orientale. Dove adesso è opinione diffusa che la mobilitazione popolare nella lotta ai regimi che il fascismo aveva instaurato, o assoggettato ai propri scopi nelle regioni sottomesse alla sua egemonia, abbia avuto poi sbocchi imprevisti e, forse, addirittura indesiderabili alla luce di considerazioni e di sensibilità maturate a posteriori [22].

Ma è, questo, un modo fuorviante di porre la questione perché, almeno nel periodo considerato qui, e cioè negli anni dal 1941 al 1945, la riaffermazione degli ideali democratici e patriottici contro le aberrazioni sopraffatorie del totalitarismo nazifascista, contro il saccheggio sistematico delle risorse nazionali da esso praticato, dappertutto fu fenomeno di massa ampio e positivo, che allora valse potentemente a riscattare il passato e a garantire l'avvenire di quelle popolazioni.

Rievocare in questa ottica, e nei particolari, circostanze e motivi che indussero anche i bulgari, sia pure buoni ultimi in Europa, a scendere in campo per contribuire, con grande sacrificio e senza demerito, alla liberazione dall'incubo della guerra scatenata dall'Asse, potrebbe essere obbiettivo ancora non facile da conseguire nella dovuta interezza; ma certamente proficuo ai fini di ulteriori e migliori approfondimenti.


Fonte: "Qualestoria" n.3 dicembre 1995
Si ringrazia l'autore per la gentile concessione

Vedi anche:
Verona, 19.03.2005 - Nedjalko Dacev - Relazione Storica



NOTA BIBLIOGRAFICA

Al presente, non risultano disponibili in lingua italiana trattazioni organiche, di sintesi o monografiche, di questo specifico argomento. Cenni del quale, naturalmente, si possono reperire sparsi nei moltissimi lavori - italiani e non - dedicati alla seconda guerra mondiale e che ogni lettore esperto ben conosce.

Nelle lingue dei Paesi più direttamente coinvolti, e cioè in russo, serbo-croato e bulgaro, sono state pubblicate grandi opere di consultazione, a carattere enciclopedico con solide basi archivistiche e documentarie, frutto di lavoro collettivo. Trattandosi di edizioni antecedenti il 1990, esse recano tutte una marcata connotazione ideologica che, ad avviso di chi scrive, nulla toglie al loro valore informativo e semmai giova a definire meglio i contorni politici del momento storico in cui videro la luce. Conviene dunque darne qui un breve elenco che possa tornare utile anche al lettore italiano.

· Istorija Velikoi Otecestvennoi Voini Sovetskogo Sojuza 1941-1945 (Storia della Grande Guerra Patriottica dell'Unione Sovietica 1941-1945), AA.VV, Mosca 1962
· Sovetska voenna entziklopedija, (Enciclopedia militare sovietica), Mosca 1976
· Oslobodilacki rat naroda Jugoslavije 1941-1945 (La guerra di Liberazione dei popoli della Jugoslavia 1941-1945), AA.VV. Belgrado 1965 (prima edizione, 1958)
· Vojna enciklopedia (Enciclopedia militare), Belgrado 1970
· Istorijata na Vtorata svetovna voina 1939-1945 (La storia della Seconda Guerra Mondiale 1939-1945), AA.VV., Sofia 1980
· Istorija na Otecestvenata voina na Bàlgarija 1944-1945 (Storia della Guerra Patriottica della Bulgaria 1944-1945) AA.VV, Sofia 1981
· (Idem) Dokumenti i Materiali (Documentazione), Sofia 1982
· Vtorata svetovna voina 1939-1945. Kratka istorija (La Seconda Guerra Mondiale. Storia breve), AA.VV, Sofia 1985

Tutte le opere sopraelencate - data la vastità del tema - comprendono più volumi.
A questi grandi lavori di carattere enciclopedico si affianca poi un elevato numero di monografie, memoriali, saggi e articoli su riviste specialistiche che qui sarebbe fuori luogo elencare, la cui sostanza peraltro si riduce spesso a mera propaganda o a polemica. Su tale vasta pubblicistica, certo anch'essa preziosa per il ricercatore, converrà tornare in altra occasione.

NOTE

1 Dal 26 dicembre 1944, forze combinate del III e del II Fronte Ucraino strinsero d'assedio oltre centomila tedeschi concentrati a Budapest. Come osserva il Boffa, «la battaglia per la conquista della capitale ungherese divenne una delle più ostinate dell'ultima fase della guerra. La città fu presa alla fine di un prolungato accerchiamento solo il 13 febbraio successivo. Nel marzo, i tedeschi tentarono una controffensiva sul Lago Balaton, che mise in difficoltà le truppe di Tolbuhin» (v. G.Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, Mondadori, Milano 1979, voi II, p. 246) Dopo il fallimento di quella controffensiva, essendo crollato anche il cosiddetto vallo sudorientale germanico, l'avanzata sovietica in Austria procedette relativamente rapida: la difesa, ormai priva di senso, dei ponti di accesso alla città sul Danubio, sostenuta dai resti della divisione Das Reich, cessò definitivamente l'11 aprile 1945 (in G. Reitlinger, Storia delle SS, Sugar, Milano 1965, p. 472).
2 Nove giorni dopo il rovesciamento del regime monarchico in Bulgaria (9 settembre 1944), le forze armate regolari passarono alle dirette dipendenze dell'Armata Rossa, su esplicita richiesta del maresciallo Tolbuhin, comandante del III Fronte Ucraino, indirizzata in data 16 al nuovo Ministro della Guerra bulgaro, gen. D. Valcev. Il governo frontista, presieduto dall'indipendente Kimon Gheorghiev (politicante dai trascorsi ambigui, già ministro nei governi di destra negli anni Trenta, poi convinto sostenitore della Resistenza antifascista) aderì senza obiezioni alla domanda sovietica (v. AA.VV., Narodijat prptiv Fashizma, Parliizdat, Sofia 1983, p. 310).
3 Secondo la testimonianza dell'allora capo di S.M. germanico del Gruppo Armate "E", gen. Schmiedt Rìchberg, (Oer Endkampf auf dem Balkan, Heidelberg 1955) era intenzione dell'OKW, l'Alto Comando tedesco, di concentrare a sud-est di Belgrado tutte le forze disponibili nella Penisola balcanica, per bloccare l'avanzata sovietica sulla direttrice strategica Danubio-Budapest. Fonti bulgare calcolano che le truppe tedesche stanziate in Jugoslavia, sommate a quelle provenienti dalla Grecia, tra il settembre e ottobre 1944, raggiungessero la cifra di 920.000 uomini, senza contare i collaborazionisti delle diverse etnìe. Stime jugoslave indicano in 30 divisioni, 9 brigate autonome, 4 gruppi di assalto, 30 reggimenti e altre minori unità la consistenza numerica tedesca in Jugoslavia ancora alla fine del marzo 1945 (in AA.VV., Josip Broz Tiio, Zagreb 1972). Con queste cifre concorda sostanzialmente di recente lo storico Joze Pirjevec (in Il giorno di San Vito, Nuova ERI, Torino 1993, p. 197). Era comunque essenziale bloccare le comunicazioni tra tutte queste formazioni: l'attacco da sud-est poteva compromettere il dispositivo germanico di tenuta dell'arteria Salonicco-Skopje, principale via di comunicazione della costa egea col retroterra macedone; conseguenze più risolutive avrebbe comportato solo l'irruzione da est nella vallata del fiume Morava, la via più diretta di accesso a Belgrado. Nei calcoli del Supremo Comando sovietico, soltanto l'esercito bulgaro, una volta passato alle dipendenze tattiche del III Fronte Ucraino, disponeva sul posto delle forze sufficienti a condurre tempestivamente entrambe le operazioni.
4 Nella Romania ormai sgombra di tedeschi, a Crajova allora sede dell'Alto Comando del III Fronte Ucraino sovietico, gli strateghi dell'Armata Rossa illustrarono a jugoslavi e bulgari, lì convocati il 5 ottobre 1944, un proprio piano per cacciare il comune nemico dalla Serbia meridionale, premessa indispensabile per la liberazione di Belgrado. Nel piano era prevista l'azione simultanea, da sud e da est, di forze congiunte sovietico-bulgare, col concorso poco più che simbolico del XIII Korpus jugoslavo, le cui formazioni erano assai frammentate sul territorio e senza efficaci collegamenti col centro. L'organizzazione di un vero e proprio Esercito di Liberazione Nazionale macedone (NOVM), sebbene avviata durante l'estate dell'anno precedente, in pratica si era arenata sul contrasto tra il vertice politico-militare dei movimento partigiano jugoslavo ed i quadri dirigenti locali, circa il grado di autonomia operativa da essi rivendicata (v. L. Lazarov, Obshtestveno ekonomskiot razvoj na Makedonijavo period na obnovala i industrijaliiaziju 1944-1957, Skopje 1988, e J. Pirjevec, il giorno di S. Vito, cit., pp. 183-185).
5 Il telegramma è riportato in AA.VV., Narodijal protiv Fashizma 1939-1944, cit., p. 343.
6 Contestualmente alla dichiarazione di guerra dell'URSS al Regno di Bulgaria, ricevuta a Sofia nella notte del 5 settembre 1944, il governo bulgaro allora in carica inoltrava alla locale legazione sovietica richiesta di armistizio immediato, mentre rompeva le proprie relazioni diplomatiche col Terzo Reich. In quelle ore cruciali, non si verificarono scontri armati né con i sovietici che avanzavano nel paese venendo dalla Dobrugia, né contro i tedeschi che si stavano ritirando. Soltanto che, da quel momento, la Bulgaria veniva paradossalmente a trovarsi in stato di guerra con tutte le potenze dei due campi contrapposti. Un mese più tardi, a Mosca, cominciarono le trattative di armistizio, presente per gli Alleati occidentali il luogotenente gen. Hammel; ma il caso della Bulgaria era già stato definito e risolto tra il 9 e il 18 di ottobre, nei colloqui di Mosca tra Churchill e Stalin. I delegati bulgari convocati nella capitale sovietica il 28 dovettero solo sottoscrivere alcune condizioni abbastanza miti, in cambio della partecipazione alla guerra, già in corso, contro la ex alleata Germania.
7 Dieci giorni prima che il Regno di Jugoslavia capitolasse (17 aprile 1941) il ministro degli esteri tedesco, J. Von Ribbentrop, comunicò all'allora plenipotenziario bulgaro a Berlino, Draganov, che per espressa volontà del Fuhrer tre divisioni bulgare dovevano occupare la cosiddetta Macedonia del Vardar e assumerne l'amministrazione. Dopo qualche esitazione, il governo di re Boris accolse il perentorio invito germanico: il 19 di aprile, inviò nel territorio ex iugoslavo un Corpo d'armata. Il giorno seguente, un secondo Corpo bulgaro occupò la regione a oriente di Salonicco, la cosiddetta Tracia Egea, fino al confine greco-turco. Con accordi successivi, le terre occupate furono trasferite sotto la sovranità dei bulgari, che vi installarono propri organi amministrativi, civili e perfino ecclesiastici (in G. Daskalov, Izgraidane mi balgarska administrulzija i politicheska sistema v poosvobodenile zemi na Zapadna Trakija i Isloéna Makedonija 1941-1944, Voenno - Istoriceski Sbornik n.6, Sofia 1993, pp.103-128). Ma il porto di Salonicco restava in mano tedesca, mentre sulla definizione del confine macedone occidentale si apriva un difficile contenzioso tra Sofia e Roma, che due anni prima sì era annessa la Albania e adesso intendeva ingrandirne il territorio verso est. La Bulgaria inviò anche sue truppe nella Serbia meridionale, regione che esulava da ogni rivendicazione irredentistica. A conclusione di quel fatale anno 1941, con la «simbolica» dichiarazione di guerra a Gran Bretagna e a Stati Uniti, il piccolo stato balcanico si trovò coinvolto a pieno titolo nel secondo conflitto mondiale, e dalla parte dell'Asse. Mantenne inalterati solo i rapporti diplomatici con l'URSS, malgrado le iterate rimostranze italo-tedesche, e nonostante avesse sottoscritto il 3 di novembre anche il Patto Anticomintern.
8 Inizialmente, i vertici comunisti jugoslavi si erano mostrati ostili alla partecipazione dei bulgari alla liberazione di territori sui quali, come nel troppo recente passato, avrebbero potuto avanzare pretese annessionistiche. Dal 25 al 29 settembre 1994, a Mosca, Tito in persona esaminò con G.Dimitrov i problemi che ostacolavano la collaborazione fra i due partiti. Poi Tito propose, ai nuovi governanti di Sofia, un incontro formale presso la sede dell'Alto Comando sovietico a Crajova, per avviarvi negoziati di intesa. L'incontro avvenne il 5 di ottobre, presente il capo di S.M. sovietico gen. Birjusov, incaricato espressamente dal Comando Supremo delle FF.AA. sovietiche di appianare le divergenze per raggiungere il più pieno accordo tra jugoslavi e bulgari. Come è noto, dall'8 agosto 1941, la carica di Comandante Supremo era ricoperta da Stalin medesimo, che in tale veste poté dunque seguire personalmente gli sviluppi sia militari che politici della controversia balcanica, (v. SS. Birjasov,(sSéctkijàì) vomite na Balkanite, Sofia 1964)
9 Dopo l'autoscioglimento del Comintern (15 maggio - 8 giugno 1943), presso il Comitato Centrale del PCUS venne provvisoriamente allestita una Sezione di Informazione Internazionale, affidata dapprima al russo Sherbakov e quindi a G.Dimitrov, che era tra l'altro cittadino sovietico. Compito del nuovo ufficio era quello di tenere i contatti con i Centri Esteri dei numerosi Partiti comunisti presenti a Mosca. Appena nel novembre 1945, Dimitrov tornerà in patria dopo 22 anni di assenza, alla vigilia delle elezioni legislative per la nuova Assemblea Nazionale, nella quale sarà eletto deputato per la circoscrizione di Sofia.
10 Secondo stime sovietiche, nel 1944 l'esercito regolare bulgaro contava quasi mezzo milione di uomini, tra effettivi e riservisti, suddivisi in cinque Armate più due Corpi speciali dislocati oltreconfine, nelle zone occupate. Si trattava di un complesso di circa 25 divisioni, più 400 aerei. Ma la motorizzazione era insignificante, la mobilità della fanteria era difficoltosa e i reparti corazzati non erano sviluppati in senso moderno. Nel paese funzionavano inoltre soltanto due stabilimenti statali per la produzione di munizioni; una fabbrica specializzata in telecomunicazioni e attrezzature del Genio, altre due di riparazione degli aerei. Questo modesto apparato aveva reso la Bulgaria tributaria dell'estero, della Germania in primo luogo, per le sue forniture militari, fatto che aveva influito non poco sulla scelta delle alleanze allo scoppio della seconda guerra mondiale. Rompere con il fornitore tradizionale e approvvigionarsi altrove significava, nel 1944, dipendere in pratica dai soli sovietici, il che avrebbe comportato alla lunga nuovi vincoli politici, che non tutti i partiti bulgari erano al momento disposti ad accettare (in L. Petrov, Problemi na voennata polilika na Balgarija 1934-1939, Voenno Izdatelstvo, Sofia 1990).
11 Le opposizioni in Bulgaria, non solo quelle di sinistra, da sempre avevano guardato all'esercito come ad una istituzione chiusa e reazionaria, la cui base tuttavia, in determinate circostanze, poteva essere guadagnata alla loro causa. Durante il 1944, tra mille difficoltà, il Fronte Patriottico costituitosi l'anno prima aveva organizzato presso le principali guarnigioni Comitati militari clandestini, in vista dell'insurrezione armata. Al momento dell'assalto finale agli apparati del vecchio regime monarchico, quei Comitati uscirono allo scoperto arrestando gli ufficiali più compromessi; in talune unità finirono agli arresti tutti i comandanti, senza distinzione. L'apertura immediata delle ostilità contro la Germania impose però di ritardare, sia pure di poco, l'epurazione dell'ufficialità, e di ridimensionare invece da subito il ruolo dei Comitati militari, allo scopo di ripristinare la disciplina tradizionale nei reparti destinati al fronte. Col decreto ministeriale del 22 settembre il nuovo governo introdusse perciò nelle FF.AA. i commissari politici, alla cui autorità erano subordinati anche i Comitati militari, che diventavano semplici attivi dei soldati, con funzioni "consultive" (in AA.VV., Narodijat proltv Fashizma 1939-1944, cit., p. 270).
12 Nel luglio del 1942, per iniziativa dei comunisti del POB, Partito Operaio Bulgaro, e in applicazione di una risoluzione del suo Ufficio Estero a Mosca del 6 giugno di quello stesso anno, nasceva in Bulgaria il Fronte Patriottico. Il suo programma, stilato personalmente da G.Dimitrov in 12 punti, auspicava l'intesa fra tutte le forze democratiche attive nel paese, senza distinzione di classe né di appartenenza politica, etnica o religiosa. Suo scopo, rovesciare il regime filotedesco e indire nuove elezioni per demandare ad una Assemblea Nazionale radicalmente rinnovata il compito di stabilire la futura forma di governo, rinviando ad un secondo tempo i mutamenti istituzionali. Sulla base di tale piattaforma, l'anno seguente, nasce nella clandestinità il Comitato Nazionale del Fronte: vi aderiscono le ali sinistre dell'Unione Agraria e dei Socialdemocratici; i radicali, i repubblicani del circolo politico «Zveno» e la Lega Militare: formazioni, queste ultime due, responsabili del colpo di stato antiparlamentare del 19 maggio 1934, che aveva spianato la via al regime autocratico del re. Il Fronte Patriottico appoggia le iniziative di lotta armata avviate nel paese dai comunisti dopo il 21 giugno 1941, data dell'attacco tedesco all'URSS; ma soprattutto svolge azione di propaganda di massa, per screditare la politica del governo in carica e guadagnare alla propria causa strati sociali più ampi, specie i ceti medi, in vista del rovesciamento della situazione internazionale che avrebbe aperto la strada alla presa del potere (in Balgarska Komunistideska Partija, istoricheski sprayocnik, Partiizdat, Sofia 1985, pp. 182-193).
13 La fin troppo evidente matrice cominternista del Fronte Patriottico aveva estraniato alla sua fondazione la maggior parte delle forze di opposizione cosiddetta non-fascista, inclini si a ripristinare la legalità costituzionale soppressa dal regime di Boris III, ma diffidenti delle riforme più radicali che un'applicazione coerente del programma frontista implicitamente comportava; inoltre, era temuta l'interferenza sovietica negli affari interni del paese. Ma nemmeno dentro lo stesso Comitato Nazionale del Fronte mancavano i contrasti, fra esponenti comunisti del POB e quelli degli altri partiti che pure ne sostenevano il programma. Gli avvenimenti internazionali e la presenza dell'Armata Rossa sul suolo bulgaro contribuirono poi ad esacerbare i rapporti fra gli stessi ministri del nuovo governo frontista: a guerra conclusa, durante l'estate del 1945, i contrasti sfoceranno addirittura in conflitto aperto tra il POB da una parte, e dall'altra i suoi oppositori coalizzati attorno al vice-primoministro N. Petkov (in M. Mincev, Pàrvow pravitelstvo na Oteàestvenìja Front 1944-1945, Sofia 1988).
14 La risoluzione del Comando Supremo sovietico, che sopprimeva definitivamente i commissari politici nell'Armata Rossa era stata pubblicata sulla «Pravda» il 10 ottobre 1942 (v. G.Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, voi. II, cit, p. 200).
15 Dal 9 di settembre fino all'8 di ottobre 1944, furono espulsi dai ranghi dell'esercito 336 ufficiali superiori; prima della conclusione del conflitto con la Germania, ne vennero estromessi altri 996, tra i quali 46 generali.
La posizione degli inquisiti era vagliata da apposite Commissioni politiche insediate al Ministero della Guerra, che ne disponevano il trasferimento, la destituzione e, se del caso, il deferimento al Tribunale del Popolo (istituito con semplice decreto ministeriale il 30 settembre, allorché il governo di K. Gheorghiev espletava anche funzioni legislative, in base alla Costituzione del 1879). I processi agli oltre 150 ufficiali incriminati si susseguirono fino a tutto aprile del 1945, presso una apposita Sezione, la Quarta, del Tribunale Popolare: per 147 di essi, si conclusero con la pena capitale.
16 Raggiunta avventurosamente Mosca il 21 settembre 1944, Tito aveva sollecitato da Stalin l'intervento massiccio dell'Armata Rossa in Jugoslavia per una più rapida cacciata degli occupanti tedeschi dalla Serbia, regione-chiave in cui peraltro la presenza partigiana era allora pressoché inesistente, mentre vi prevalevano sia i collaborazionisti di Nedich e di Liotic, sia soprattutto i cetnici filomonarchici di D. Mihajlovich 11 giorno 2 ottobre l'intesa fu raggiunta: grandi unità del III Fronte Ucraino, che era in procinto di invadere l'Ungheria, avrebbero operato anche in Jugoslavia, possibilmente di concerto con le truppe regolari bulgare, per appoggiare le formazioni partigiane attive sul posto: dal canto suo, l'Esercito Popolare di Liberazione jugoslavo avrebbe trasferito in Serbia, dalle sue roccaforti in Montenegro e in Bosnia, nove divisioni complete. Da ultimo, alla riconquista di Belgrado dovevano prendere parte, dimostrativamente, formazioni armate di tutti i popoli Iugoslavi unitamente ai sovietici, ma con esclusione dei bulgari (v. G. Borisov, Balgarskata Narodna „ V Armija o belgradska operalzija prez 1944, in «Isloriceski Pregled» n. 4, Sofia 1980).
17 La Bulgaria, stato vassallo dell'Impero Ottomano fino al 22 settembre 1908, poi regno indipendente fino al 15 settembre 1946, allorché diventò Repubblica Popolare; venne sconfitta una prima volta dai suoi ex alleati della Lega Balcanica (Serbia, Montenegro, Grecia e Romania) in una breve guerra conclusasi col Trattato di Bucarest del 28 luglio 1913. Durante il primo conflitto mondiale, il 1 ottobre 1915 la Bulgaria scese di nuovo in campo, dalla parte degli Imperi Centrali. Ne usci ancora sconfitta e in pieno marasma istituzionale. Col rovinoso Trattato di Neuilly, del 27 novembre 1919, i vincitori dell'Intesa imposero allo stremato paese balcanico limitazioni territoriali e gravami economici talmente onerosi da gettarlo per tre lustri in una condizione di permanente crisi politica e finanziaria (cfr. F. Guida, La Bulgaria dalla Guerra di liberazione sino al Trattato di Neuilly, 1877-1919. Testimonianze italiane, Bulzoni, Roma 1984).
18 G. Dimitrov, Balgaro-italìjanski politiceski otnoshnija 1922-1944, Sofia 1976, pp. 5-11.
19 E. Collotti, T. Sala, G. Vaccarino, L'Italia nell'Europa danubiano-balcanica durante la Seconda Guerra Mondiale., Quaderni de «Il movimento di Liberazione in Italia», Milano, 1968. Opera citata dal Dimitrov nella bibliografia generale e, passim, nel contesto.
20 Si veda in proposito l'ampia autocritica svolta dal direttore dell'Istituto di Storia, prof. Mito Isusov, dell'Accademia Bulgara delle Scienze, nella relazione ufficiale ai membri corrispondenti dell'Istituto stesso, tenuta il 2 di ottobre 1990 (istoricheskata nauka i negovata savremennost, in «Istoriceski Pregled» n. 1, Sofia 1991). Lamentando testualmente «mezzo secolo di vacuum nella storiografia bulgara», l'A. ne denunciava la causa principale «nel completo fiasco scientifico della tappa leninista di svolgimento del marxismo».
21 in S.Bianchini, Sarajevo. le radici dell'odio. Identità e destino dei popoli balcanici, Edizioni Associate, Roma 1993, pp. 141 e segg.
22 Valga, per lutti, il caso rappresentato da Zeliu Zhelev, politologo di orientamento liberaldemocratico e, dal 1990, Presidente della Repubblica di Bulgaria. In un contrastato saggio del 1967, apparso semiclandestino nel 1982 e poi ripubblicato nel 1990, questo A. analizza genesi e carattere dei totalitarismi europei del secolo XX, dandone per scontata l'affinità intrinseca con il bolscevismo, se non altro per motivi cronologici. In tale senso, suona illuminante la postfazione aggiunta all'edizione definitiva, quella del 1990. L'interpretazione dello Zhelev si rifà a quella, analoga e ben altrimenti nota, del discusso storico tedesco Ernst Nolte, del resto citato (in Z. Zhelev, Fashizamijat, Sofia 1990). Si vedano, inoltre, di T. Zvetkov Bolshevizam, Natzionalsotzijalisam, Fashizam 1917-1939.
Obshtoevropeiski i balkanski aspekti na problema. Sofia 1992; e, sempre sulla medesima tematica, i più recenti scritti di M. Semkov, N. Poppetrov e R. Parvanova.



Follow Bulgaria-Italia on Twitter  Follow Bulgaria-Italia on YouTube   Follow Bulgaria-Italia on LinkedIn

Ultime Notizie
 

Conoscere la Bulgaria
  Arte e Cultura CittÓ e LocalitÓ Economia Folklore Informazioni Politica e Governo SocietÓ Turismo

Notizie
  Temi Speciali Autori News Feeds (rss) Media bulgari (english)