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 Bisanzio e il mondo slavo 
di Ivan Dujchev
Gli Slavi, come una razza umana nuova e sconosciuta, si affacciarono ai confini del vecchio mondo europeo già nei primi secoli dopo Cristo. L'Impero d'Oriente però entrò in contatto immediato con essi appena al tramonto del secolo quinto, quando varie moltitudini di invasori slavi apparvero minacciosamente ai suoi confini settentrionali, lungo il Danubio. Gli imperatori di Roma, come adesso i loro successori al trono della "Nuova Roma", Costantinopoli, avevano ormai conosciuto, nel volgere dei secoli, numerosi invasori, alcuni dei quali erano riusciti perfino a spingersi profondamente nell'interno del territorio, ma poi si erano ritirati, erano stati sconfitti oppure scomparvero in qualche altro modo. Sembra che anche questa volta - e per un periodo assai lungo il governo di Costantinopoli non si sia turbato eccessivamente dinanzi alle invasioni slave. Tanto meno si prevedeva che questi invasori slavi, oppostamente ai loro predecessori di altri popoli e tribù, potevano stabilirsi in modo definitivo e duraturo sia dentro i confini dell'Impero che fuori, vicino ad essi, e diventare, così, un fattore nuovo nelle vicende dell'Impero sino alla sua fine.

Quanto limitata importanza si attribuiva, nei palazzi costantinopolitani, ai nuovi avversari, lo dimostra forse più di tutto il resto l'attività politica e militare di due degli imperatori più celebri di quel periodo: Giustiniano I (527-565) e Eraclio (610-641). Gli strateghi di Giustiniano I ebbero, da lui, l'incarico di guerreggiare nell'Oriente ed in Occidente, durante anni e anni, lontano dalla capitale, per salvare l'integrità dell'Impero. Meno di un secolo più tardi, Eraclio si mise personalmente a capo del suo esercito ed intraprese quella lunga "crociata", che terminò con la disfatta dell'Impero dei Persiani; una vittoria, la quale invece di giovare ai Bizantini, ben presto tornò a loro danno, giacché aprì la strada alla conquista araba. La sua politica non meno infelice abbandonò, per alcuni decenni, la difesa del limes danubiano e rese insufficiente questo baluardo dinanzi alle masse slave. Nel corso di un periodo relativamente breve la maggior parte della Penisola balcanica venne occupata dagli Slavi, che si spinsero sino all'interno del Peloponneso e penetrarono perfino in alcune isole dell'Egeo.

Nei secoli che seguirono, intorno al territorio dell'Impero, al nord, al nord-ovest e al nord-est, si formarono i primi stati dei popoli slavi. Così, già nel secolo VI-VII nacque per l'Impero bizantino quel grande e gravoso problema slavo: come regolare cioè i suoi rapporti sia con quella numerosa popolazione slava, che si era stabilita dentro i confini stessi dell'Impero, come anche con i giovani stati slavi, pieni di energia primitiva. Per quasi un millennio il governo di Costantinopoli cercò di risolvere, per mezzo di rapporti pacifici oppure con le armi, il problema slavo. Numerosi fatti nella vita politica, culturale e militare dell'Impero durante tutto questo periodo sono strettamente connessi con i rapporti bizantino-slavi e possono essere chiariti soltanto in questa luce. Io stesso vale, in ugual misura, anche per gli Slavi, specie per quelli detti Slavi meridionali e orientali, cioè Russi. Dopo aver intrecciato molteplici rapporti con Bisanzio, e dopo aver subito un potente influsso dalla civiltà bizantina, questi popoli slavi ne assunsero - dopo la caduta dell'Impero sotto il dominio turco nel 1453 - la maggior parte dell'eredità culturale, per vivere con essa ancora dei secoli di seguito. Se si vuol stabilire ciò ch'era "Byzance après Byzance", bisogna rivolgere lo sguardo verso il mondo slavo, e non solo verso la popolazione di origine greca. In tal modo, se la storia di un impero mondiale, quale fu precisamente Bisanzio, si deve studiare ampiamente nei suoi particolari, occorre assolutamente non perdere di vista pure la storia dei rapporti bizantino-slavi, e precisare la natura e la profondità dell'influsso culturale bizantino sugli Slavi.

Se per quanto riguarda Bisanzio il problema pare chiaro, non è così rispetto agli Slavi stessi. Negando spessissimo ogni reciprocità nei rapporti in qualsiasi manifestazione della vita storica, si giunge a dichiarare lo sviluppo culturale degli Slavi meridionali e orientali nel Medio evo in assoluta soggezione a Bisanzio e privo di qualunque valore originale. Per vari secoli dell'epoca medioevale l'Impero bizantino fu la patria di una impareggiabile civiltà, di riconosciuta superiorità in paragone con la rozzezza dei popoli nuovi, stabilitisi nel continente europeo, come pure in confronto con la deplorevole decadenza dei vecchi popoli dell'Occidente. Pur dichiarando la civiltà degli Slavi meridionali e orientali di quell'epoca come un fenomeno di schietta imitazione e perfino di plagio da Bisanzio, rimarrebbe loro almeno il merito di essersi appropriati dei valori di questa grande civiltà, di averli divulgati fra popoli più remoti e perpetuati tanti secoli dopo la scomparsa dell'Impero come centro di vita politica e di attività culturale.

Quando si parla in genere dei rapporti bizantino-slavi è necessario fare una distinzione preliminare fra gli Slavi meridionali, orientali e occidentali. In immediata vicinanza con il centro stesso dell'Impero bizantino, gli Slavi meridionali - in primo luogo i Bulgari, poi i Serbi ed i Croati - mantenevano dei contatti diretti e continui con Bisanzio, durante tutta l'epoca medioevale. Gli Slavi orientali oppure Russi abitavano alquanto discosti, ma nonostante ciò avevano stretti legami di ogni genere con i Bizantini, mentre gli Slavi dell'Ovest, Cechi, Slovacchi e Polacchi, a causa della lontananza geografica, avevano scarse possibilità di mantenere un contatto regolare ed assiduo con l'Impero d'Oriente. Non pare necessario insistere sul fatto che questo fattore puramente geografico prestabiliva, in un certo senso, anche i limiti ed il contenuto dell'influsso che Bisanzio esercitava sui singoli paesi slavi. Già nella seconda metà del secolo VI sparsi gruppi slavi riuscirono a penetrare nel territorio dell'Impero bizantino: erano quello stato bulgaro sul territorio dell'antica Moesia Inferior, il quale attraversando innumerevoli vicende e alternativi periodi di consolidamento e di decadenza - sopravvisse sino all'ultimo decennio del '300, quando venne annientato dai Turchi. Nelle relazioni fra lo stato bulgaro e l'Impero bizantino si alternarono periodi di pace con altri di guerra. Senza soffermarsi qui alle epoche di guerra - durante le quali tuttavia l'influsso bizantino, benché per altre vie, non cessava di esercitarsi - occorre rilevare piuttosto i periodi di pace, fissati per mezzo di singoli trattati fra i due stati. Stando alle testimonianze delle fonti storiche disponibili su alcuni dei trattati meglio conosciuti, come quelli del 681, del 716, dell'814-15, dell'864, del 927, oppure del 1235, possiamo dedurre che in tal guisa venivano sistemati diversi momenti dei rapporti reciproci: la delimitazione dei confini, lo scambio dei prigionieri di guerra, il pagamento di tributo, presentato spesso come offerta di "doni", poi lo scambio di merci, i matrimoni "politici" fra le famiglie regnanti, l'estradizione degli esuli, le relazioni di carattere religioso ed ecclesiastico, ecc. Si conoscono, inoltre, alcuni dei trattati stabiliti fra l'Impero di Costantinopoli e la Russia di Kiev, organizzatasi come stato indipendente nella seconda metà del secolo IX, come anche con gli altri principati russi, sorti nell'epoca posteriore, e con Mosca. Questi trattati bizantino-russi, taluni dei quali sono noti unicamente in testo paleorusso nelle cronache russe, regolavano pressappoco i medesimi problemi che con i Bulgari: il commercio bizantino-russo, lo scambio dei prigionieri di guerra o di schiavi fuggiaschi, le alleanze o gli aiuti militari forniti dai Russi in difesa dell'Impero, i matrimoni "politici" fra i principi russi e la reggia imperiale, diversi problemi collegati con la vita religiosa ed ecclesiastica, ecc. Il governo costantinopolitano si sforzava di mantenere, già dal sec. IX, quando si organizzarono i primi nuclei di vita statale fra i Serbi ed i Croati, dei rapporti assidui e, di solito, amichevoli, giacché contava di poter profittare della loro assistenza per frenare l'ostilità di altri popoli, innanzitutto dei Bulgari, posti geograficamente nel mezzo. Sono noti sfortunatamente soltanto alcuni dei trattati fra Bisanzio, i Serbi ed i Croati, coi quali si chiarivano momenti di indole religiosa ed ecclesiastica, si stabilivano delle alleanze militari, si concludeva la pace, si regolavano contese circa la delimitazione dei confini, oppure si combinavano matrimoni "politici" ecc. Tanto più limitati erano naturalmente i contatti fra Bisanzio e gli Slavi occidentali e le notizie che ne abbiamo sono assai scarse. Fra tutti i trattati conclusi dall'Impero con questi Slavi merita speciale rilievo quello dell'862-63 con il principe della Grande Moravia Rastislav, che ebbe come seguito l'invio di Costantino FilosofoCirillo e suo fratello Metodio come missionari e propagatori della scrittura slava. Esattamente alla vigilia della conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi (maggio 1453), fra il patriarcato ortodosso e gli hussiti cechi furono scambiate alcune ambascerie, in vista di giungere ad una unione, senza pervenire però, a causa dello sviluppo troppo rapido degli avvenimenti, a nessun risultato.

Meno di tutto si conoscono dettagli sui rapporti commerciali che l'Impero bizantino, durante tutta l'epoca medioevale, manteneva in modo speciale con gli Slavi meridionali ed orientali. La maggior parte dei trattati fra Bisanzio e gli stati slavi medioevali contengono delle clausole di carattere economico e commerciale. Il governo costantinopolitano cercava, in tal guisa, di assicurare, specie per la numerosa popolazione della capitale stessa, l'approvvigionamento con viveri di provenienza agricola e con certe materie prime. Si hanno delle notizie un po' più abbondanti sui rifornimenti dalla Bulgaria, vicinissima al centro dell'Impero, dalla Russia e, per l'epoca posteriore, dalla città di Dubrovnik (Ragusa) sulla costa adriatica. Le insufficienti testimonianze delle fonti scritte possono essere ampiamente illustrate e corroborate mediante i rinvenimenti di carattere numismatico, particolarmente di monete bizantine in territori slavi, e d'altronde dalle scoperte archeologiche. Sebbene la grandissima parte delle numerose e continue scoperte di materiale archeologico e numismatico sia accuratamente registrata e analizzata, solo futuri, desiderabili studi potrebbero precisare la natura dello scambio commerciale bizantino-slavo nel corso di parecchi secoli.

Esisteva però un campo della vita, dove sia il governo costantinopolitano che lo stesso patriarcato ortodosso stentavano a stabilire dei rapporti possibilmente più serrati e regolari con i paesi slavi: era, conforme alla mentalità medioevale, il campo della fede. L'attività missionaria fra i popoli allogeni e pagani costituiva per i Bizantini non tanto e non solo una manifestazione di proselitismo ardente, ma pure un mezzo da sfruttare per intenti prettamente politici. Io dice esplicitamente il patriarca Fozio, in una sua enciclica dell'867, dichiarando che la conversione al cristianesimo di un popolo straniero e "barbaro" era il miglior espediente per parare un avversario e perfino per ridurlo al servizio della politica imperiale. Gli interessi del governo coincidevano totalmente coi quelli della chiesa costantinopolitana, e ciò spiega a sufficienza si tutta l'attività missionaria intrapresa dallo stato e dalla Chiesa ortodossa, che gli sforzi continui e ostinati, nonostante la reazione da parte degli Slavi, per imporre, dopo la conversione ufficiale, un gerarchia di origine bizantina. Per quanto riguarda i rapporti politici fra i diversi stati e popoli, il governo costantinopolitano si era ingegnato a formulare la teoria della "famiglia dei popoli e dei principi" , secondo la quale esisteva una fittizia gerarchia politica, al cui apice stavano il basileus ed il popolo bizantino, mentre al di sotto di essi venivano disposti, in un vasto sistema di finta parentela e subordinazione rispetto a Bisanzio, i sovrani stranieri ed i rispettivi popoli. Gli avvenimenti politici nei tempi posteriori diminuirono sensibilmente il potere bizantino e offuscarono il prestigio dell'Impero nel mondo europeo, ove intanto si erano invigoriti altri stati, giovani o vecchi, che disputavano seriamente 1 supremazia di Costantinopoli. Ciò che Bisanzio perdeva continua mente sul piano politico veniva parzialmente ricuperato nel campo dell'influsso religioso, ecclesiastico e, quindi, culturale. Già i primi successi nell'attività missionaria dei Bizantini per la conversione degli Slavi erano accompagnati immancabilmente dall'istituzione di una gerarchia ecclesiastica - costituita da metropoliti, arcivescovi, vescovi ecc. nei rispettivi paesi slavi, sottomessa, almeno teoricamente, in modo assoluto al patriarcato di Costantinopoli proclamato il vero detentore e interprete dell'ortodossia. Talvolta i popoli slavi si ribellavano contro i tentativi di Costantinopoli di tenerli in piena subordinazione nella gerarchia ecclesiastica, e riuscivano ad ottenere una certa autonomia. La supremazia costantinopolitana nel campo ecclesiastico si manifestò però più duratura che il potere politico. Anzi, intanto che l'Impero perdeva sempre di più e irreparabilmente i suoi territori, specie a causa dell'avanzata dei Turchi, per essere finalmente, all'inizio del '400, ridotto quasi alla sola capitale, il patriarcato aveva pressoché immutabilmente conservato il suo "dominio spirituale" fra i popoli slavi. La conquista turca nel 1453, invece di diminuire il suo potere fra gli Slavi meridionali, gli conferiva - fra questi popoli sottomessi ai Turchi politicamente e privati di ogni autonomia amministrativa - dei diritti di supremazia ancora più vasti e, per la volontà del conquistatore, ancora più incontrastati. Con l'autorità ecclesiastica bizantina - che diede prova di una vitalità superiore alla vitalità del potere politico dell'Impero - accadde qualcosa che pare inconcepibile a prima vista. Con la disfatta dell'Impero bizantino e con l'estendersi del potere del patriarcato su tutti i popoli ortodossi, sia negli immensi territori russi che fra gli Slavi meridionali, la chiesa ortodossa, governata da Costantinopoli, fini col diventare - per quanto riguarda l'appartenenza etnica della maggioranza dei suoi fedeli - una chiesa essenzialmente slava. Nonostante ciò, fino quasi al sec. XIX il patriarcato costantinopolitano - erede di quello bizantino - non cedeva quasi diritti di autonomia agli Slavi meridionali. Così, il dominio bizantino tramite la Chiesa si era perpetuato diversi secoli dopo la scomparsa di Bisanzio come potere politico. Dei tentativi di insubordinazione e di rivolta contro il potere ecclesiastico costantinopolitano fra gli Slavi meridionali e orientali ci sono stati, indubbiamente, ed essi portarono alla creazione delle chiese autonome slavo-ortodosse, basandosi soprattutto sul principio - formulato già dal re bulgaro Kalojan in una lettera del 1203-1204 diretta al papa Innocenzo III - "quia imperium sine Patriarcha non staret". Questa rivolta era però sempre o quasi indirizzata contro la giurisdizione del patriarcato bizantino o post-bizantino, mai contro i dommi imposti da esso. Quanto poco la Chiesa costantinopolitana era disposta a riconoscere al mondo slavo, sottomesso al suo potere, diritti di uguaglianza si potrebbe desumere, fra l'altro, dal semplice fatto che nel pantheon dei santi venerati dalla Chiesa ortodosso-bizantina, sino quasi ai tempi moderni, i santi di origine slava erano in numero esiguo. Nella vita storica del popolo bulgaro, fra l'altro, nacque un conflitto quasi tragico: adottar la fede e, in conseguenza, subire l'influsso culturale del medesimo Impero, in lotta contro il quale, per mantenere nei secoli l'integrità e l'autonomia del suo stato, più di una volta prese le armi. Inutile dire che questo conflitto ebbe numerose ripercussioni in vari momenti della storia bulgara.

Il cristianesimo cominciò a penetrare fra gli Slavi, per vie diverse, già dal sec. VI in poi. Quei popoli slavi che si stabilirono nei territori della Penisola balcanica, entrarono qui in contatto con centri di un cristianesimo antico, che l'epoca delle invasioni e lo spostamento della popolazione indigena non erano riusciti ad annientare totalmente. Focolai del cristianesimo antico esistevano anche sul litorale settentrionale del Mar Nero, e con essi gli Slavi orientali ben presto entrarono in contatto. Bisanzio dal lato suo contribuiva con vari mezzi a propagare la fede di Cristo fra gli Slavi meridionali e quelli orientali. Questo processo di propagazione del cristianesimo in via d'evoluzione ricevette la sua consolidazione e riconoscimento con la conversione ufficiale, avvenuta per detti popoli slavi in vari momenti fra la seconda metà del IL e la fine del X secolo. Nell'865, sotto il principe Boris (852-889), il cristianesimo fu riconosciuto come religione ufficiale nello stato bulgaro, e fu istituita una gerarchia ecclesiastica, con a capo un arcivescovo, poi dal 927 un patriarcato riconosciuto da Costantinopoli, abolito nel 972 dai Bizantini e restaurato nel 1235, sino alla conquista turca nel 1393-96'. A Costantinopoli si reagiva energicamente ad ogni tentativo dei Bulgari di staccarsi dalla giurisdizione e dalla dottrina bizantino-ortodossa, avvicinandosi come avvenne nei sec. IX, X, XIII e XIV - alla Chiesa di Roma. Più complicata è la storia del cristianesimo fra i Serbi ed i Croati: propagatori della fede qui erano, accanto ai Bizantini, i missionari romani. La conversione dei Serbi avvenne nell'epoca di Basilio I (867-886), ma soltanto nel 1220 i Bizantini - scacciati da Costantinopoli nel 1204 e confinati nella città microasiatica di Nicea acconsentirono a nominare l'ex-principe Saba arcivescovo ed a riconoscere l'autonomia giurisdizionale della Chiesa serba. La proclamazione di un patriarcato serbo nel 1346 provocò talmente l'ira di Costantinopoli, gelosissima per la sua supremazia, che ne conseguì una scissione per ben 30 anni. La conversione dei Russi al cristianesimo e l'organizzazione della relativa gerarchia ecclesiastica furono il risultato di fattori diversi. A prescindere dall'influsso della Chiesa di Roma, penetrato in alcuni territori ed in certi momenti particolari a, bisogna rilevare l'azione dei centri antichi sul litorale del Mar Nero, l'azione dei centri bulgari d'allora (Preslav e Ochrida), poi l'influsso bizantino e quello che veniva dalla Grande Moravia. Così, il cristianesimo trovò seguaci già nel secolo IX, ma la conversione ufficiale del principato russo di Kiev avvenne soltanto sotto il principe Vladimir (978-1015), nel 988. Per mire politiche, economiche e militari, il governo di Costantinopoli ed il patriarcato impiegarono tutto il loro potere e ricorsero ad ogni mezzo per mantenere nell'immensa terra russa - nonostante l'opposizione latente o aperta dei principi e del popolo stesso - una gerarchia ecclesiastica di origine bizantina e docile ai loro desideri. Dopo l'invasione dei Tartari nella prima metà del sec. XIII e, Kiev perse la sua importanza come centro politico ed ecclesiastico e già all'inizio del '300 come nuovo nucleo di unificazione politica e culturale si istituì Mosca, dove si trasferì pure il centro della vita religiosa ed ecclesiastica. Nelle relazioni ecclesiastiche fra Costantinopoli e Mosca durante la seconda metà del '300 e la prima metà del secolo seguente si riflette lo svolgersi degli avvenimenti politici qua e là, essendo in questo mondo orientale, più che altrove, indissolubilmente connessi il potere temporale e quello spirituale, l'ultimo spessissimo subordinato al primo. Era indubbio dunque che Bisanzio, in continua decadenza generale a causa soprattutto della conquista turca, non potesse mantenere la supremazia non solo politica, ma nemmeno ecclesiastica nel giovane, pieno di energia stato russo, la cui ascesa era più che evidente. I primi sintomi gravi di disubbidienza dinanzi a Costantinopoli, con il suo patriarcato, si avvertono verso la fine del '300. Quando poi, nel corso della prima metà del '400, l'Impero bizantino, facendo sforzi disperati per resistere all'avanzata dei Turchi e sopravvivere grazie ad un aiuto militare dell'Occidente europeo, intavolava con la Chiesa di Roma quelle lunghe trattative per l'unione ecclesiastica come condizione preliminare ad ogni soccorso militare, ciò venne condannato come un vero tradimento. La "Terza Roma ", minacciando di staccarsi, si dichiarò depositaria e interprete dell'ortodossia e, in nome di questa dottrina e di questa manifestazione fondamentale della civiltà bizantina, rivolse le spalle all'Impero Orientale, senza porgergli alcun aiuto militare nei giorni terribili della primavera del 1453.

Attraverso tutte queste vicende complicatissime della Chiesa di Costantinopoli e delle Chiese nei vari paesi slavo-ortodossi, la religiosità bizantina esercitò un influsso considerevole nella vita dei popoli slavi del Sud e dell'Est europeo. Non pare necessario toccare qui l'aspetto dommatico e liturgico di quest'influsso, ma bisogna soffermarsi soltanto su ciò che contribuì alla formazione della cultura slava medioevale. Prendendo le mosse da un riconoscimento di principio delle lingue nazionali per l'uso liturgico, i Bizantini favorirono la formazione di un alfabeto slavo e la traduzione, per mezzo di esso, dei testi liturgici necessari per l'opera di cristianizzazione degli Slavi. L'alfabeto glagolitico, inventato da Costantino Filosofo-Cirillo all'inizio della seconda metà del secolo IX, venne sostituito verso la fine dello stesso secolo dall'alfabeto "cirillico", formato da un suo scolaro sostanzialmente sulla base dell'unciale greca. Questi due alfabeti slavi, adattati a esprimere alla perfezione le caratteristiche delle parlate slave, furono presto adoperati per un uso molto più ampio dì quello cui erano predestinati inizialmente: essi diventarono la base di una ricchissima attività letteraria, di carattere non solo liturgico e religioso. L'invenzione di un alfabeto slavo ed il suo uso per l'operosità letteraria significava, in realtà, innalzare la parlata slava popolare a lingua letteraria, ciò che costituiva nel vecchio mondo europeo una innovazione culturale straordinaria. Nacque così la letteratura detta paleoslava, che - sviluppatasi verso la fine del secolo IX e nella prima metà del decimo fra i Bulgari tosto si propagò anche fra gli altri popoli della "Slavia ortodossa". Riassumendo i risultati di un ampio studio su questa materia, occorre rilevare il carattere complicato dei rapporti bizantino-slavi nel campo letterario. Nella loro attività gli scrittori slavi del Medio Evo ricorsero più di una volta alle opere bizantine. Essi divulgarono in versione slava numerosissime opere della letteratura patristica e di quella bizantina propriamente detta. Queste traduzioni contribuirono non solo ad arricchire quella giovarle letteratura, che nacque dopo la metà del secolo IX, ma servirono di base anche per lo sviluppo delle lingue slave nazionali come lingue letterarie. Le traduzioni prepararono, d'altro lato, un'atmosfera favorevole all'apparire di opere originali in lingua slava. Diverse opere di origine bizantina trovarono una vasta divulgazione fra alcuni popoli non slavi, quali ad esempio i Rumeni, grazie unicamente alle versioni slave. le traduzioni slave hanno però la loro importanza anche per lo studio della letteratura patristica e quella bizantina in lingua greca. Si possono menzionare varie opere di origine patristica e bizantina che sono giunte sino a noi non nella loro lingua originale, ma unicamente in traduzione slava medioevale. In altri casi la versione slava risale indubbiamente ad un originale molto più antico oppure ad un testo migliore e più completo di quello conosciuto oggi nei manoscritti greci. In tal modo la versione slava acquista un'importanza singolare anche per la ricostruzione dell'originale. Alcune delle versioni slave poi sono conservate in manoscritti che per la loro antichità possono essere messi accanto ai migliori manoscritti col testo greco. Si deve dire inoltre che certe opere della letteratura patristica o bizantina sono accessibili oggi soltanto grazie ad una edizione slava, il testo originale essendo ancora inedito. L'abitudine dei traduttori slavi del Medio evo di seguire con la massima acribia possibile i loro prototipi in greco e di riprodurli quasi servilmente, perfino nelle minuzie, costituisce, quando si vuol ricostruire, con il loro aiuto, il testo originale un pregio particolare. Finalmente va rilevato che alcune opere della letteratura bizantina furono scritte utilizzando fonti d'origine slava, talvolta scomparse oggi. Fra gli scrittori bizantini si possono indicare i nomi di alcuni che provengono dalla razza slava, quali furono ad esempio Costantino Filosofo-Cirillo nel secolo IX, Gregorio Acindino nel secolo XIV, ecc. Copiando e moltiplicando in tal modo le traduzioni slave di opere bizantine sino quasi all'epoca moderna, gli scrittori slavi perpetuavano - tanti secoli dopo la disfatta dell'Impero bizantino - l'eredità spirituale di Bisanzio, con la quale gli Slavi meridionali e quelli orientali vivevano sino quasi ai tempi nostri. In questo senso i manoscritti slavi dell'epoca recente, con la versione slava di testi bizantini, hanno il valore di testimonianze preziosissime non tanto per la ricostruzione degli originali, quanto per la storia dell'eredità spirituale bizantina. In ciò consisteva però solo una parte dell'eredità bizantina accolta dagli Slavi. Insieme con le opere "canoniche", vale a dire ortodosse, della cui traduzione e divulgazione fra gli Slavi prendevano cura le autorità dello Stato e della Chiesa, per vie ignote e spessissimo indefinibili, ma in ogni caso indipendentemente dal potere temporale e spirituale ufficiale, si propagava una ricchissima letteratura apocrifa, quasi sempre "non-canonica" e non di rado di contenuto ereticale. Strettamente connessa con la storia di essa letteratura apocrifa è la storia, pochissimo studiata, di quell'influsso "non-ufficiale" bizantino che penetrò fra gli Slavi. Nel campo del pensiero religioso si tratta di tutte quelle dottrine eterodosse e ereticali, che venivano da Bisanzio, oppure dall'Oriente ma sempre tramite Bisanzio, prendevano forma e sostanza più o meno slava, poi si divulgavano largamente. Questa corrente culturale bizantino-orientale, di carattere "non ufficiale", finiva frequentemente per cristallizzarsi fra gli Slavi come una corrente che si opponeva all'influsso `ufficiale" bizantino, i cui "portatori" erano principalmente le autorità civili ed ecclesiastiche. Sotto detto punto di vista sia la letteratura apocrifa bizantino-orientale, che gli stessi movimenti ereticali penetrati fra gli Slavi da Bisanzio e dall'Oriente, diventavano una espressione delle aspirazioni slave - più forti in certi momenti di oppressione bizantina - verso l'indipendenza culturale e politica. Collegata con tutte queste tendenze eterodosse, ereticali ed autonomistiche, la letteratura apocrifa bizantino-orientale trovava fra gli Slavi meridionali e orientali una vastissima divulgazione, nonostante i numerosi "indices librorum prohibitorum", anche essi, del resto, spessissimo di provenienza bizantina.

La cristianizzazione "ufficiale" degli Slavi fu accompagnata da un fervido impulso a costruire e ad abbellire edifici di culto, che dovevano rispondere alle necessità della nuova fede. Insieme con i dommi della fede, con la gerarchia ecclesiastica e ogni cosa collegata con l'attività liturgica, gli Slavi presero da Bisanzio le prescrizioni relative alla forma architettonica degli edifici di culto, come anche alla decorazione interna ed esterna, con opere di pittura, di mosaici e delle arti minori. In ciò essi subirono, da un lato, l'influsso dei monumenti architettonici e artistici della bassa antichità, che trovarono più o meno intatti nelle terre ove si stabilirono nei secc. VI-VII e, per quanto riguarda gli Slavi russi, sul litorale settentrionale del Mar Nero; da un altro lato si prendeva modello da Bisanzio e dai suoi maggiori centri culturali, quali la capitale Costantinopoli, la città di Salonicco e alcune altre città nella Penisola balcanica e nell'Asia Minore. Riconoscendo l'importanza dell'influsso bizantino nell'attività artistica, con ciò però non si deve giungere alla negazione totale di ogni valore originale dei monumenti artistici slavi. Bisogna non dimenticare mai che Bisanzio fu, nel senso vero della parola, per molti secoli un impero, con una popolazione plurinazionale e con le pretese di dominare la "oikumene", cioè tutta "la terra abitata", ossia "l'universo".

Per ciò che riguarda l'attività artistica detta bizantina è necessario rilevare ch'essa non fu mai limitata nello spazio territoriale, e, se è lecito dirlo, cronologico dell'Impero: ciò che di solito si chiama l'arte bizantina, si è sviluppata anche lontano dai confini di Bisanzio e continuò a svilupparsi anche dopo la sua scomparsa come potenza politica e culturale Senza entrare qui nei dettagli e tanto meno in discussione, occorre dichiarare che numerose opere d'arte nei paesi slavi erano frutto dell'attività artistica di artisti bizantini, giunti fra gli Slavi in seguito alla grande "diaspora" ripetutasi alcune volte durante il secolo XIII, come anche nei secc. XIV-XV, dinanzi all'avanzata turca o a causa della decadenza generale dell'Impero. Moltissimi altri monumenti artistici del Medio evo slavo meridionale e orientale si devono definire però come "byzantinisants", cioè creazioni di artisti d'origine slava, ma che combinavano l'ispirazione da Bisanzio con gusti ed esigenze locali e nazionali. Detto influsso artistico di Bisanzio, assimilato e trasformato nei vari centri slavi, talvolta discosti migliaia di chilometri dai confini bizantini come ad esempio a Staraja Ladoga, non lontano dell'odierna San Pietroburgo - contribuì a creare delle opere d'arte di grandissimo valore.

I popoli slavi della Penisola balcanica e della Russia entrarono in contatto con Bisanzio anche in vari altri rami della vita storica. Così fu, ad esempio, nella musica: la musica paleoslava si era formata sotto l'influsso bizantino e ne conservò le particolarità secoli interi dopo la loro scomparsa nell'uso bizantino. Già nei primi tempi dopo l'introduzione ufficiale del cristianesimo gli Slavi tradussero alcune delle opere fondamentali della legislazione bizantina, adattandole alle esigenze specifiche dei loro paesi. L'organizzazione statale bizantina - con la vita della corte imperiale, con le insegne ed i simboli del potere, con il cerimoniale complicato e sontuoso - fu copiata in vasta misura fra questi Slavi. Così fu anche per numerosi titoli onorifici e cariche, per il sistema fiscale e perfino per gli usi della cancelleria. Fra i popoli slavi e Bisanzio intercorrevano però non soltanto dei contatti per "via ufficiale" esisteva, come nel campo dei movimenti ereticali ed eterodossi, anche un contatto immediato, "non-ufficiale", le cui tracce si possono afferrare ad esempio nel linguaggio popolare, nel folklore ecc. , con una reciprocità culturale maggiore di quanto si può osservare nel campo dei rapporti "ufficiali".

La valutazione oggettiva dei rapporti culturali bizantino-slavi e il riconoscimento dell'importanza dell'influsso bizantino sugli Slavi non vuol dire minimamente una negazione della civiltà degli Slavi meridionali e orientali nel Medio Evo. Per loro Bisanzio, con la sua civiltà, costituiva qualche cosa di più che uno stato nazionale: era la realizzazione della più sublime civiltà cristiano-orientale, considerata quale patrimonio spirituale comune, a cui si poteva attingere largamente senza rischio di alterare la propria fisionomia etnica e di spogliarsi dei tratti specifici nazionali. Oltre le testimonianze di un atteggiamento critico da parte di Slavi rispetto a Bisanzio e la sua civiltà si possono ricordare le figure storiche di alcuni dei maggiori promotori della civiltà slava del Medio Evo. Imbevuti profondamente della civiltà bizantina, tali personaggi storici - come ad esempio i fratelli Costantino Filosofo-Cirillo e Metodio, gli inventori dell'alfabeto slavo e fondatori della letteratura paleoslava - non perdettero, sotto quest'influsso, la propria coscienza etnica, ma vi scoprirono uno stimolo efficace per un'attività culturale in favore dei loro fratelli di razza.

tratto da MEDIOEVO BIZANTINO-SLAVO




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