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 Pencho Slavejkov (1866-1912) 
LIBRI SEGNALATI

POESIE

Autore: Slavejkov Pencho
Anno: 1990
Editore: New Press
Pagine: 220
Traduzione di: Leonardo Pampuri
Prezzo: EUR 10,33

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SULLE TRACCE DI PENCIO SLAVEJKOV IN ITALIA

Autore: Bekiarov Alexi
Anno: 1984
Editore: New Press
Pagine: 64
Prezzo: EUR 4,00

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Pencho Slavejkov
Figlio del poeta Petko, nasce a Trevna il 27 aprile 1866. Al padre è debitore di una particolare predisposizione all'ispirazione poetica, cui molto contribuiscono anche gli studi universitari, compiuti a Lipsia, che gli consentono di venire in contatto con la cultura tedesca. Slavejkov, infatti, subisce il fascino di Heine e di Goethe, ma è soprattutto Nietzsche a conquistarlo. Se la sua prima raccolta di versi del 1886 dal titolo Momini salzi (Lacrime di fanciulla), testimonianza di una fine ricerca di originalità, dipende da Heine, saranno sotto l'influsso prepotente di Nietzsche molte delle poesie raccolte in Epcheski pesni (Canti epici), pubblicato nel 1908, al ritorno del poeta dal lungo soggiorno a Lipsia. In questa stessa aura si muovono le composizione dedicate a grandi personalità quali Michelangelo, Beethoven o Shelley.

L'altro filone portante dell'ispirazione di Slavejkov è dato dai canti popolari, di cui è anche raccoglitore. Due anni prima della morte nel 1910 il poeta pubblica il volume Na ostrova na blazhennite (Nell'isola dei beati), sorta di antologia di autori immaginari. Questo artificio letterario serve al poeta per esporre la propria estetica, la cui maggiore originalità per le lettere bulgare sta nel risentire fortemente di un'impronta europea, che apre orizzonti nuovi e nuove suggestioni liriche. Muore nel 1912 durante un viaggio in Italia, lasciando incompiuto il poema Karvava pesen (Il canto insanguinato), ambientato all'epoca dell'insurrezione antiturca e in cui il poeta avrebbe voluto cantare lo spirito bulgaro attraverso il racconto dell'epica lotta del suo popolo per la libertà.

[Fonte: Parnaso Europeo - Ed. Lucarini]


FIORI ALATI (KRILATI TZVETIJA)

Sant'Atanasio fa dal ciel ritorno
il cor di gioia pieno:
a invocar da Dio l'estate è asceso,
messaggero terreno.

E come sempre il mondo trova avvolto
in un fiorito manto
e d'un primaveril soffio gl'invade
l'anima il dolce incanto.

Ma come sempre è affaticato e stanco
e per trovar riposo
al lungo viaggio presso al rio s'asside
sul prato rugiadoso.

Siede e s'immerge là sul posto istesso
d'un sogno nel languore…
nel sogno vede e sente piano piano
parlare il fiore al fiore:

"Sant'Atanasio torna! Ecco il momento
per noi: qui si riposa
e il nostro primo desiderio appaga
Chiediamogli qualcosa!"

Tengon consiglio silenziosi e il Giglio,
ecco, a l'orecchio chino,
ha preso la parola e gli sussurra:
"Triste è il nostro destino!"

Noi si cresce e fiorisce e monti e piani
orna nostra bellezza
Noi diam gaiezza a tutto ciò ch'è in terra,
soli senza gaiezza!

Arde il sole; in un canto solitario
obliati appassiamo;
la bufera ci coglie: sulle fragili
radici ci pieghiamo.

Oh, dacci l'ali! Fa volar noi pure
liberi e spensierati
al cielo... O languiremo eternamente
nella terra inchiodati?"

"E sia!" sorride il Santo ed il prodigio
si compie; in un baleno
é il chiaro spazio d'infiniti in volo
agili fiori pieno.

Raggi dorati del benigno sole
li accarezzan scherzosi;
volan liberi in aria e spensierati,
né d'altro son curiosi.

E appena la stanchezza l'ali tarpa,
in ordine discendono,
e si bacian coi fiori e presso quelli
breve riposo prendono.

Dormon con essi a sera fin che desti
5o non sian dai primi albori…
Quando appassisce il fiore essi appassiscono,
farfalle, alati fiori.


IL MONACO MALATO (BOLNIJA MONAH)

Da molti anni giaceva nel suo letto
di legno, il poveretto.
Ma nella carne sua morta e contrita
lo spirito viveva e pien di vita
lo sguardo aveva un che di sovrumano,
una luce celeste, un fuoco arcano.

Nella sua cella quanta e quanta gente
viene pietosamente
a veder l'infelice! In fronte scritta
legge ad ognun sempre la stessa afflitta
muta domanda di pietà: "Signore,
perché viver così? perché non muore?"

Giudican quelli da sé stessi il mondo,
ma l'infermo nel fondo
dell'anima sua muta non consente
col giudizio di quelli. Dolcemente
li guarda tutti con serena pace
e li condanna, ma sorride e tace.

E col pensiero, senza un fil di voce,
fa il segno della Croce;
giace la mano inerte irrigidita,
pietrificate tendonsi le dita.
Solo le mute labbra una devota
bisbigliata preghiera par che scuota:

"La vita iniziata nei tormenti,
o Signor, mi consenti
ch'io viva ancor, lasciami ancora in vita,
ché la battaglia mia non é finita.

Tu comandami ed io sarò da Te.
Ma pur consenti che
i giorni miei vivere possa ancora
nello strazio che il corpo m'addolora,
che nel dolor mondiale a Te, Signore,
levi il mio canto d'infinito amore.

E sentan tutti quelli cui straniera
giunge la mia preghiera,
sentan la lode che a Te sale, o Dio,
fra le pene del corpo dal cuor mio.

Essi vivano sani! Un altro fato
hai per me decretato…
Ch'io viva di rinuncia e sofferenza…
Essi deboli son nella potenza
del Tuo volere. Ed io col mio destino
son forte, o Dio, nel Tuo voler divino…

[Traduzione dal bulgaro: Enrico Damiani]




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