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 PEJO JAVOROV (1878-1914) 
Javor, in bulgaro, è il platano; da qui Jàvorov, lo pseudonimo di Pejo Totev Kraciolov, datogli dal grande Pencho Slavejkov quando se lo vide davanti, giovane poco più che ventenne, non alto, ma robusto, serio, pensoso.
È Jàvorov il fondatore e il maggior esponente del simbolismo bulgaro, ma poeta simbolista non fu inizialmente; lo divenne più tardi.

Vide la luce la notte precedente il primo giorno dell'anno 1877 in una famiglia numerosa e di assai umili condizioni; ebbe fin dalla prima giovinezza vita difficile: appariva un ragazzo taciturno, pensieroso, chiuso in sé stesso, malinconico, pieno di paure.

Volgeva al suo termine l'anno 1899 quando Jàvorov, dalle lontane sponde del Mar Nero, ove trascorreva i tristi suoi giorni tra il ticchettio dell'alfabeto Morse (era telegrafista presso l'ufficio postale) e le solitarie passeggiate lungo la sonante riva, inviò alla rivista Misal un suo lavoro: "Calliope", ispiratogli dalla bellezza di una giovane del luogo. Fu una rivelazione accolta con grande gioia; fu la scoperta dell'alto valore di stile, di musica, di inedita perizia di uno sconosciuto aedo. Era nato il poeta.

Nel 1900, a Sofia, Jàvorov conobbe Gotze Delcev, uno dei capi delle rivolta macedone contro il dominio turco; ne divenne amico e grande ammiratore. I tre anni trascorsi un po' da bibliotecario a Sofia e un po' da rivoluzionario in Macedonia furono per Jàvorov un periodo particolarmente agitato della sua vita, ma fu proprio quella atmosfera di tensione che lo arricchì interiormente.

Il suo primo amore si chiamava Mina, era sorella dello scrittore Todorov: giovanissima, aveva - quando si conobbero - sedici anni, bella, dotata di rari pregi spirituali e intellettuali; era l'anfora preziosa in cui il poeta versò tutta la musica dei suoi versi più belli ("Due begli occhi").

Il 13 luglio 1910, a Parigi, Mina muore improvvisamente. In quello stesso anno anche il poeta è a Parigi. Non un grido di dolore, non una riga di compianto. Forse già da tempo, e certo a causa della "mala disposizione" dei familiari di Mina, il rapporto tra Jàvorov e la giovane si era interrotto.

Il 3 agosto del 1906, in occasione di una passeggiata al monastero di Dragalevtzi, il poeta incontra per la prima volta Lora Karavelova. È giovane prestante, ambiziosa, volitiva. Lui ne è attratto e turbato insieme, e subito le dedica una lirica, in cui leggiamo: "l'anima mia è a morte ferita, d'amore a morte ferita". Quale differenza dalla ammirazione
per la dolce, angelica Mina!

Il 19 settembre del 1912 Pejo e Lora si sposano. Quale la vita della giovane coppia?
Lei possessiva, alternava momenti di estasi amorosa a scenate di morbosa gelosia; lui depresso, chiuso in sé, inquieto, insoddisfatto, aveva pressoché smesso ogni attività letteraria, si teneva in disparte, non aveva alcun rapporto con il mondo di lei. Lei che nell'amore voleva il possesso totale e la passione sfrenata, sentiva il suo uomo sfuggirle, si sentiva umiliata nel suo orgoglio…

E non resse. La sera del 29 novembre del 1913 si uccise.
Costernato, il giorno dopo Jàvorov si spara alla tempia, ma non muore, per sua sfortuna. Rimane cieco e trascina per quasi un anno una esistenza di disperazione. È accusato di aver ucciso lui Lora, e invoca, "se ci sono in questo paese almeno cinque persone per le quali la verità ha ancora un valore", si facciano avanti e lo redimano dalla infame calunnia.

Ma inutile fu quella sua invocazione: l'impietosa chiassata continuò ad accanirsi contro di lui, contro chi era stato "… derelitto sempre nel clamor della folla".
La sera del 17 ottobre del 1914, dopo aver bevuto una pozione velenosa, si spara. Si spegne così, a trentasei anni, una delle voci più alte della letteratura bulgara.

Nota biografica a cura di Leonardo Pampuri


CANTI HAIDUTICI (HAIDUSHKI PESNI)

A Gotze Delcev

I

Il giorno me ne sto in angoli remoti,
la notte me ne vo per impervi sentieri;
babbo non ho, né mamma io ho,
babbo che rimbotti,
mamma che in lagrime sbotti…
Ahimè, Pirin
mia montagna!
Oh, nero,
nero vino di Zàrigrad.

Nemico col nemico: ad armi pari,
con l'amico amico: con uguale lealtà;
un buon fratello non ho, né dolce sorella:
fratello che me lodi,
sorella che me compianga…
Ahi, mia spada,
spada tagliente!
Oh, ardente
di Tracia arzente.

Dio esiste, lascialo esistere,
regna il re, per secoli forse?
Non ho amore, un primo amore
che mi attenda
e su me pianga…
Ahi, mio,
rombante mio fucile!
Oh, snella
di Solun donzella.

IV

Ho fatto un sogno, oh tristezza,
arida giovinezza!
una tomba nell'ombra,
sotto il denso fogliame abbandonata.

E sulla tomba, oh tristezza,
arida giovinezza!
due rami in croce: una croce per l'eroe,
e un uccello sulla croce.

Il mattino, oh tristezza,
arida giovinezza!
canta l'uccello e narra come l'orfano
tutto solo se n'è andato.

A sera, oh tristezza,
arida giovinezza!
canta l'uccello narra come il prode
è morto da prode.

Ho fatto un sogno, oh tristezza,
arida giovinezza!
ho fatto un sogno, un lugubre sogno:
la mia tomba ho sognato…

Traduzione dal bulgaro: Leonardo Pampuri

CANTI HAJDUTICI: da "hajdutin", i patrioti che prima della liberazione della Bulgaria (1878) prendevano la macchia per vendicare i soprusi perpetrati dal turco contro le popolazione oppresse dalla sua dominazione. Questa raccolta di poesie è dedicata a Gotze Delcev, combattente per la libertà dei bulgari della Macedonia. Il poeta Jàvorov faceva parte dell'organizzazione VMORO, capeggiata da Delcev.


GLI ESILIATI (ZATOCENITZI)

A Todor Alexandrov

Illuminata nel tramonto
rosseggia la distesa del mare;
stanche del tumultuoso gioco
ristan l'onde impetuose…
E la nave leggera avanza
da tranquilli venti sospinta,
e lontano tra le nebbie,
voi, rive della natia terra, svanite.

E forse mai più
l'ora scoccherà per noi del ritorno.
Acqua e terra: il mondo
sarà per noi un sogno senza confini!
E Vardar, Danubio e Marica,
Balkàn, Strangia e Pirin
arderanno in noi: fino alla tomba
unica stella nella memoria nostra.

Noi, consacrati a rovesciare un giogo di secoli
ha venduto un abietto traditore
noi, fedeli al dovere figli
ha condannato il mortale nemico…
e potevamo, amata patria,
potevamo, con ardore estremo,
affrontare la pugna - invidiabil sorte! -
attorno al tuo santo altare.

Ma la nave, ahimè, non s'arresta;
sempre più s'allontana,
e via ci porta… La notte
stende la sua ala, e già
s'indovinan, delineati appena
sullo sfondo del cielo azzurro cupo,
i giganti pensosi
dell'Athos famoso.

E tra le lacrime sul volto grumate,
per l'ultima volta
ai sacri confini vogliam
lo sguardo spento; per l'ultima volta
tendiam le mani incatenate
verso la patria nostra perduta…
Un dolore amaro ci avvelena i cuori.
Addio, terra nostra natale!

Traduzione dal bulgaro: Leonardo Pampuri

La poesia è ispirata dalla vicende toccate a giovani bulgari della Macedonia mandati in esilio dai turchi a Podrumkalè (Asia Minore) nel 1901, dopo un attentato, avvenuto a Salonicco, il cui scopo fu quello di attirare l'attenzione delle Grandi Potenze verso la c.d. "questione macedone", creatasi a seguito della frantumazione della Bulgaria nel 1879 dal Patto di Berlino.
Jàvorov stesso partecipò alle lotte dei bulgari per la liberazione della Macedonia e Odrin dal dominio turco e fu amico di Gotze Delcev e Todor Alexandrov, i capi dell'organizzazione VMORO (Organizzazione Interna Rivoluzionaria della Macedonia e di Odrin). La sua raccolta di poesie "Haidushki pesni" (Canti hajdutici) e il romanzo sulla biografia di Gotze Delcev "Gotze Delcev" sono dedicati pure alle vicende della lotta organizzata in Macedonia la quale rimase fuori dai confini della Bulgaria e sotto dominio turco.


DUE BEGLI OCCHI (DVE HUBAVI OCHI) (a Mina)

Due begli occhi. L'anima di una bimba
in due begli occhi: musica e luce.
Non chiedono e non promettono.
La mia anima prega,
fanciulla,
la mia anima prega!
Passioni ed avversità
domani getteranno su quegli occhi
il velo dei peccati e delle vergogne.
Il velo dei peccati e delle vergogne
non lo getteranno su quegli occhi
passioni ed avversità.
La mia anima prega,
fanciulla,
la mia anima prega…
Non chiedono e non promettono! -
Due begli occhi. Musica e luce
in due begli occhi. L'anima di una bimba.

Traduzione dal bulgaro: Antonia Tzenova


A LORA (NA LORA)

L'anima mia geme. L'anima mia invoca.
Poiché son come uccello da strale trafitto:
l'anima mia è a morte ferita,
d'amore a morte ferita…
l'anima mia geme. L'anima mia invoca.
Che son, ditemi, incontro e separazione?
Or io vi dico: v'è inferno e angoscia,
e nell'angoscia amore!

Vicini i miraggi, lunga la via.
Stupita sorridente letizia
dell'ingenua avida giovinezza,
della carne ardente e dell'effimera visione…
Vicini i miraggi, lunga la via…
poiché ella sta avanti a me raggiante,
sta, ma chi invoca e geme non ode,
ella: carne e visione effimera!

1906

[Traduzione dal bulgaro: Leonardo Pampuri]


NON SVEGLIATELA (NEDEJTE JA RAZBUZHDA)

Nel grembo della notte la mia anima si addormenta:
non svegliatela.
Estranea a tutti,
un’orfana errante in questo mondo,
lei forse muore nel grembo della notte:
non svegliatela!

Sotto il suo manto, portato dagli astri - angeli,
la notte veglia, malinconica.
Stringendo al petto, tristemente
carezzando la malata,
col suo manto, portato dagli astri piangenti,
la notte veglia, malinconica.

Con gli occhi chiusi dorme l’orfana, la mia anima,
sorride calma.
La notte si placa,
tace, china ed esanime:
muore l’orfana, con gli occhi chiusi,
e sorride calma.

[Traduzione dal bulgaro: Antonia Tzenova]

Pagina a cura di Antonia Tzenova



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