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 HRISTO SMIRNENSKI (1889-1923) 
Hristo Smirnenski (1889-1923) Hristo D. Izmirliev (pseudonimo Smirnenski) nasce il 17.9.1989 nel piccolo villaggio di Kukusc (Macedonia). Durante le guerre balcaniche il paesino viene incendiato, la famiglia del poeta è costretta a fuggire e in seguito si stabilisce a Sofia.

Dal 1915 il giovane Hristo comincia a pubblicare su alcune riviste con lo pseudonimo Vedbal, diventando presto molto popolare per la sua satira in versi. La prima guerra mondiale lo vede allievo nella Scuola militare; nonostante la rigida disciplina della vita militare continua a scrivere satira sociale e poesie, e nel 1918 esce il suo primo libro "Sospiri di vario calibro in prosa e in versi", seguito poi dalla raccolta lirica "Che sia giorno!".

Gli avvenimenti di quell'epoca, in particolare la rivoluzione d'ottobre in Russia e la rivolta militare del 18, soffocata con violenza dal governo bulgaro, lo portano a simpatizzare alla sinistra proletaria e alla decisione di lasciare la carriera militare.

Nelle poesie e nelle satire di Smirnenski predomina la tematica sociale che spesso assume contorni universali e simbolici.

Il poeta muore giovanissimo per tubercolosi, la stessa malattia che in una sua composizione poetica, Ospite Gialla, denuncia come un dramma collettivo, raccontando il triste destino delle giovani operaie delle fabbriche del tabacco.

FAVOLA DELLA SCALA

Dedicato a tutti quelli che diranno:
"Questo non mi riguarda!"

- Chi sei tu? - chiese il Diavolo…
- Sono nato plebeo e tutti gli straccioni sono miei fratelli. Ah, com'è brutta la terra e come sono infelici gli uomini!

Chi parlava così era un giovane con la fronte ben alzata e i pugni stretti. Si trovava davanti alla scala - una scala alta di marmo bianco con le venature rosa. Lo sguardo di lui si perdeva lontano, lì come onde scure di un fiume in piena mormoravano le folle grigie dei miseri. Le folle si agitavano, sorgevano improvvisamente, si alzavano come un bosco le loro mani secche e nere, i tuoni di protesta e le urla di rabbia tremavano in aria, poi l'eco svaniva piano, solenne, come l'eco di cannonate lontane. Le folle crescevano, arrivavano avvolte in polvere gialla, ora alcune figure si ritagliavano più chiare sullo sfondo grigio della moltitudine. Ecco arrivare un vecchio, chino quasi fino a terra, come per cercare la propria giovinezza perduta. Alla sua veste lisa era aggrappata una bambina scalza, che guardava la scala con occhi dolci, azzurri come fiorellini. Guardava e sorrideva. Dietro a loro avanzavano delle grigie figure asciutte, ricoperte di stracci, cantando in coro una straziante canzone funebre. Qualcuno fischiava forte, un altro, infilate le mani in tasca, rideva acuto e forte, nello sguardo fiammante - la follia.

- Sono nato plebeo e tutti gli straccioni sono miei fratelli. Ah, com'è brutta la terra e come sono infelici gli uomini! Ah, voi lassù …voi…

Chi parlava così era un giovane con la fronte ben alzata e i pugni chiusi, stretti in una minaccia.

- Voi li odiate, quelli lassù? - chiese il Diavolo avvicinandosi ruffiano al giovane.
- Io mi vendicherò con quei principi e baroni. Sarà una vendetta tremenda, fatta per i miei fratelli…per tutti i miei fratelli, che hanno i volti ingialliti come la sabbia e gemono più tristemente dai vendi dicembrini. Guarda le loro ferite nude sanguinanti, ascolta le loro gemiti! Io li vendicherò! Lasciami passare!

Il Diavolo sorrise:
- Io sono il guardiano di quelli lassù, senza un pegno non ti farò passare.
- Non ho ne' oro, ne' niente che possa darti. Sono povero, un giovane straccione…Ma sono pronto a rimetterci la testa.

Il Diavolo sorrise ancora:
- Non c'è bisogno di tanto! Dammi solo il tuo udito!
- Il mio udito? Volentieri. Che non possa sentire più nulla, magari…
- Tu sentirai ancora! - lo tranquillizzò il Diavolo e lo fece passare - Vai!

Il giovane uomo si lanciò saltando tre gradini in una volta, ma il braccio peloso del Diavolo lo afferrò:
- Basta! Fermati a sentire come gemono giù i tuoi fratelli!
Il giovane si fermò e cercò ad ascoltare:
- Strano, perché ad improvviso cantano allegramente e ridono spensierati?!

Si spinse di nuovo a correre, ma il Diavolo lo bloccò ancora:
- Per farti passare altri tre gradini voglio i tuoi occhi!

Il giovane fece un gesto disperato con la mano:
- Ma non potrò più vedere… ne' i miei fratelli, ne' coloro che vado a punire!
- Tu riuscirai a guardare…Ti darò altri occhi, molto più belli dei tuoi!

Il giovane saltò altri tre gradini e guardò in giù. Il Diavolo gli ricordò:
- Guarda le loro ferite nude e sanguinanti!
- Dio mio! Che strano…Quando sono riusciti a vestirsi così bene?! E non hanno addosso delle ferite insanguinate ma stupende rose rosse!

A ogni tre gradini il Diavolo chiedeva un piccolo pegno. Ma il giovane continuava, gli dava prontamente tutto, guidato com'era dalla volontà di vendicarsi, di arrivare su dai nobili grassi e odiosi! Un altro gradino, solo uno ancora, e sarebbe stato in cima! Lui vendicherà i suoi fratelli!

- Sono nato plebeo e tutti gli straccioni…
- Mio giovane signore, solo un gradino ancora! Uno solo! E tu potrai vendicarti! Ma per quest'ultimo gradino chiedo un pegno doppio: il tuo cuore e la tua memoria.

Il giovane agitò la mano:
- Il cuore? Ma è così crudele! No!

Il Diavolo, con una risata rauca e sapiente:
- Non sono crudele. Ti darò in cambio un cuore d'oro e una nuova memoria! Se non accetti non passerai mai, non vendicherai mai i tuoi fratelli, quelli che hanno i volti ingialliti come la sabbia e gemono più tristemente dai venti dicembrini.

Il giovane guardò gli occhi verdi e ironici del Diavolo.
- Ma allora sarò il più infelice fra gli uomini. Mi prendi tutto quel che c'è di umano.
- Al contrario: sarai il più felice! Sei d'accordo? Solo il cuore e la memoria?

Il giovane s'impensierì', sul suo viso si posò un'ombra nera, dalla fronte corrugata scivolarono giù gocce di sudore torbido. Lui strinse con rabbia i pugni e bisbigliò fra i denti stretti:
- Che sia! Prendili pure!

…Infuriato come un temporale estivo, con i capelli neri al vento, il giovane passò l'ultimo gradino. Era in cima, finalmente. Ad improvviso sul suo volto si irradiò un sorriso, i suoi occhi si illuminarono di una gioia serena, i suoi pugni si schiusero piano. Lui guardò i nobili che mangiavano e bevevano a volontà, poi guardò giù, dove la massa grigia della folla gemeva e innalzava maledizioni. Guardava e sul suo viso non si muoveva nemmeno un muscolo, era un viso sereno, contento e sorridente. La giù lui scorgeva gente vestita a festa, i lamenti erano inni di gioia.

- Chi sei tu? - rauca e ruffiana fu la voce del Diavolo.
- Io sono nato principe e i Dei sono i miei fratelli! Ah, com'è bella la terra e come sono felici gli uomini!

Hristo Smirnenski, titolo originale "Prikazka za stalbata"

Pagina a cura di Vesselina Nikolova




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