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Bulgaro
     
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 DORA GABE (1888-1983) 
di Ivan Bujukliev (Università di Trieste)

In questo mio breve intervento parlerò di Dora Gabe, la poetessa bulgara, di origine ebraica che esprime la sua ebraicità in un modo molto delicato e per nulla esagerato. Vi do alcuni dati biografici per chi non la conoscesse.

Negli anni Ottanta del secolo XIX secolo Ekaterina Samoilova e Peter Gabe si trasferiscono dalla Russia in Bulgaria, a Dobrudza. In questo ambiente, vicino al Mar Nero, nelle più ricche fattorie della Bulgaria, nasce Dora Gabe dove trascorre anche la sua infanzia e i primi anni della sua giovinezza. Studia nel ginnasio nella città di Sumen dove si recitava spesso l'Epopea na Zbravenite (Epopea dei dimenticati) e lì nasce il suo amore per le opere e le personalità dell'autore classico della letteratura bulgara Ivan Vazov, che lì rimane per tutta la vita. Studia all’università di Ginevra in Svizzera. Tornando in Bulgaria si lega al circolo intellettuale del poeta bulgaro Pencho Slavejkov, del poeta Pejo Javorov, di Mara Belceva, poetessa - ma anche ricordata come una delle donne più belle di Sofia, Nikola Michov, critico-letterario, e Margarita Stoiceva, pianista, con quale organizzano le serate musicali, dove si respira lo spirito della grande musica tedesca, francese e russa e si presentano regolarmente le sonate di Beethoven.

Dora Gabe sposa il grande critico e storico della letteratura bulgara e delle letterature slave comparate, Bojan Penev. Con Bojan Penev trascorre un breve periodo in Polonia dove suo marito teneva corsi sulla letteratura bulgara moderna e frequentano insieme i più illustri scrittori polacchi. Nel 1921, tra l’altro, Dora Gabe pubblica la prima antologia della poesia polacca, nel quale sono presentati versi di Kochanowski, Mickiewic, Slowacki e altri grandi rappresentanti della letteratura polacca. Le note caratteristiche degli autori sono preparate da lei e lei stessa traduce anche le loro opere. Vorrei aggiungere che dal 1911 al 1914 viaggiano molto con Bojan Penev. Dopo la Polonia, dove sono stati per la rima volta nel 1911, visitano Monaco, Berlino, Como, Brunate, Praga, Brno, Grindelwald. Dopo la morte del consorte Dora continua da sola i suoi viaggi – Vienna, Varsavia, Lodz, Zakopanie, Parigi, Bruxelles, Londra. Questi viaggi non hanno alcuno uno scopo turistico, ma nascono dalla voglia di conoscere da vicino la cultura europea. A Praga incontra il grande poeta boemo Viteslav Nezval e con questo incontro nasce una sincera amicizia, che ha influenzato positivamente anche la sua opera poetica.

La personalità di Nezval apre per lei un’altra finestra verso le letterature moderne del mondo slavo. Un piccolo aneddoto: questo scrittore affascinato dalla sua novella “C’era una volta” traduce in ceco il testo di Dora Gabe, ispirato dalla recitazione della poetessa, senza conoscere il bulgaro. La novella di Gabe affascina il lettore, e non solo i piccoli, con suo linguaggio narrativo privo di artificiosità, sincero e naturale. L'autrice dipinge con grande delicatezza il modo in cui il bambino scopre il mondo che lo circonda con tutte le sue paure e misteri che lo sorprendono. Questo testo è stato apprezzato non tanto come testo adatto per la lettura dai bambini (che però è stato letto molto letto anche dai adulti) ma piuttosto per il modo specifico dell’interpretazione della psicologia infantile.

Come si è già ricordato, per la formazione di Dora Gabe scrittrice un significato sostanziale ha il rapporto con il grande poeta Pejo Javorov, insieme a Pencho Slavejkov e altri rappresentanti della cultura bulgara, senza trascurare influenza di suo marito Bojan Penev. Si può aggiungere che già da bambina suo padre, professore al ginnasio, la spingeva alla lettura e alla traduzione del illustre poeta del sentimentalismo russo Nadson.

Vorrei ricordare alcune raccolte di poesia di Dora Gabe:

Fiale (1908), raccoglie poesie sentimentali che narrano le esperienze sincere di una ragazza di 16 anni. Questa raccolta non ebbe grande successo. Nemmeno la poetessa ne era contenta – non voleva accettare le correzioni che poeta Javorov aveva fatto sul suo testo. Per un periodo di 20 anni non pubblica niente. Nel 1928 esce Zemen pat, (La strada della terra), nella quale prevale il motivo del suo legame con la terra (conf. “I miei occhi hanno il colore di terra nera”).

Lunaticka (Lunatica), (1932) contiene Lunatica, Di altra fede e D’avanti alla osteria.

Durante la seconda guerra mondiale è costretta a lasciare Sofia e rifugiarsi in provincia. Dopo la guerra è mandata come rappresentante diplomatico a Crakovia. Ha contribuito molto allo sviluppo di contatti culturali tra Bulgaria e Polonia. La raccolta più significativa del periodo più recente è Aspetta il sole(1967), tradotta subito in lingua ceca. Non dimenticherò mai le parole del traduttore boemo che mi ha detto, mostrando mi suo libro: “Cessky to zni lip”. Non sono assolutamente convinto delle sue parole, ma piuttosto si è confermata la mia convinzione che la grande poesia rimane grande se e presentata bene in qualsiasi lingua. Questa raccolta appartiene all'età adulta della poetessa così come Silenzio denso (1973) oppure Il mondo e un segreto (1982). In questi ultimi testi c’è un cambiamento del suo linguaggio poetico e una ricerca di dimensioni filosofiche etiche, che possono essere confrontate con la poetica di Rabindranat Tagore.

L’aspetto interessante di questa scrittrice, e che interessa l’argomento di questo incontro, è che lei non ha mai espresso né nel comportamento, né nella sua poesia la sua ebraicità. La prima opera poetica nella quale sottolinea in modo molto discreto la sua appartenenza alla cultura e al pensiero ebraico è la poesia «Di altra fede» che nasce e si ispira durante il suo viaggio a Bratislava, dove lei è stata invitata per una conferenza sul tema “Il destino della letteratura bulgara contemporanea” forse letta in francese, “Le sort de la littérature bulgar d’aujurd’hui”, il 23 ottobre 1931. Camminando nella città pittoresca, dove si possono seguire le tracce di Mozart, List e altri grandi personaggi della musica e dell'arte dell'Europa, lei si è trovata casualmente nel getto di Bratislava (lì anche oggi ci sono tracce del “quartiere ebraico”). In questo posto trova uomini non del passato ma del presente come un povero venditore di libri antiquario, seduto sulla banchina d’avanti lo scaffale. Così si e ispirata per la poesia Drugoverka ("Di altra fede”).

Comincia così:

Non ci sono compratori nel chiosco di libri d’antiquariato...


Continua con la presentazione di diverse voci.

- La merce rimane sotto la polvere
- Non sente, è seduto, e legge
- Il libro è più grande del suo corpo scarno
- Gira i fogli da destra a sinistra
- L’orologio va al contrario Ehi, venditore!

Il lettore si può figurare un gruppo di passanti, che si ferma e commenta. Per questo scopo l'autrice rappresenta frammenti di diverse voci.

In modo molto originale usa le rime: a prima vista sono messe in un modo che sembra casuale, eppure hanno una semantica molto ben precisata. Con questa maniera la poetessa sottolinea un pensiero o una idea poetica. Tramite l’incontro con il venditore, con le parole i gesti del mercante, il suo modo di avvicinarla da se, la poetessa ritrova il suo stato di essere ebrea:

Lo sguardo è staccato dal libro
Mi guarda attraverso gli occhiali doppi
E mi dice:
- Io ti conosco, vieni.
Prende dallo scaffale un pesante e vecchio libro antico e lo apre.
Mi sono subito ricordata quello che mio padre Mi disse prima di morire:
“Non dimenticare mai che sei nipote del re Davide!”
- Nel tuo cuore pesa una offesa di due mila anni
E nei tuoi occhi sono rimaste le stelle della Terra Promessa.


La poesia continua con gli espliciti motivi biblici come:

E mi pareva tutto possibile e il pericolo ha gettato il suo fardello e il sonno apra gli occhi e mi pareva che Dio di nuovo creasse il mondo con il verbo.

I versi senza dubbio menzionano il primo verso del vangelo di Giovanni.

Vale la pena ricordare che almeno anni ’40 a Sofia non c’era nessun ghetto e come racconta lei stessa non dalla gente uguali se non superiori dai bulgari. Lo conferma lei stessa in un'altra poesia: “Ghetto 1943” – “Non sapevamo noi che cos'è il ghetto, non abbiamo visto le mura alte, gettate li fole di ebree –i bambini, i giovani, i vecchi e le donne apportati li come una merce viva... ”La poesia canta la rivolta nel ghetto di Varsavia durante la guerra.

Con grande maestria e con pochi mezzi espressivi l’autrice riesce ad unire la patria biblica immaginaria e la sua patria reale dove aveva trascorso la sua infanzia e la sua giovinezza.

Ho ricordato il giovane amico
Con occhi da assiro
E con i cappelli colore oliva tirati indietro
E con lo sguardo nel quale matura il sole
Dell’uva della terra Promessa
E con la voce dove suonano le campanelle pure
Dei greggi bianchi di Alhaad.


Siamo di fronte ad una riferimento biblico esplicito:

Mi ha chiesto se conoscevo la sua patria
Gli risposi
No, perché ho vissuto tra le spine di una piccola terra
dove l’umido penetra nelle mie ossa e adesso sento li dolore

Lui le dice:

Sei stata tutta la vita come un’ospite
Però sei nata tra i campi
Tra le spighe sotto il sole
Per cercare il Re Tu Ruth, regina dei secoli.

Molto retorico ma molto biblico. Segue con un verso che esprima la duplicità della sua identità personale e questo collegamento tra la patria biblica e la patria reale si esprime molto bene nel verso seguente..

Io sentivo come brucia il mio cuore
Nel orgoglio del più grande profeta
Però non conoscevo la sua genealogia
Perciò sognavo solo il Danubio,
le sue pianure dove la mia infanzia aggrappava con lo sguardo
gli uccelli nell’aria e camminava sull’oro dei campi maturi
perché erano grigi e grigiastri
la gente da questa parte del giogo.

Adesso il finale di questa poesia. Come una coda musicale fa ritornare il nostro pensiero sul motivo iniziale:

Oh venditore, mi dia questo libro
Perché così potrei trovare un angolo dove nascondermi
Perché sono una donna metà bambino
Perché non è nelle mie forze
Portare due destini in un così piccolo cuore.

Un motivo ebraico lo troveremo anche nella poesia “Davidovo pleme” (Stirpe di Davide), consacrato alla memoria di Emil Scekergijski, organizzatore di un gruppo di resistenti caduto nella lotta contro i nazisti. Il testo è stato pubblicato per la prima volta nel giornale “Evrejski vesti” (Notizie ebraiche). Lì si legge:

“E partono i discendenti della stirpe di Davide,
nella lotta per uomo tramite le terre straniere
e la sua sofferenza e il suo fardello
di portare in silenzio – cosi ha detto Emil”.

In conclusione vorrei sottolineare, che Dora Gabe rimane portatrice di due culture senza dichiarazioni esplicite. Nella cultura bulgara la scrittrice occupa un posto di grande rilievo, e con le sue ultime raccolte ha portato il linguaggio poetico e l’espressività della parola a un livello cosi alto e nello stesso tempo cosi moderno che non è ancora abbastanza capito e apprezzato.

Trascrizione dell'intervento nella Seconda Giornata di Studi su Convergenze Peninsulari: Iberica, Italiaca, Balcanica, organizzata dalla Cattedra di Letteratura Spagnola della Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste e diretta da Cecilia Prenz
Trieste 23 marzo 2006

Trascrizione a cura di
www.ilbolerodiravel.org

Creative Commons Licence –
http://creativecommons.org/licenses/by-nc/3.0/legalcode


POESIE

VELA

... la cacciò la fame.
Oggi è il terzo giorno
che non tocca cibo.
La pioggia era cessata;
splendevan gli abeti al sole
e le rocce e i sentieri,
come lavati dallo scroscio.
Uscì, si guardò intorno.
S'avviò verso la fonte, ma scorse
una traccia. Un uomo
era passato accanto alla sorgente,
era andato di là.
La scosse un brivido di gelo.
Doveva fuggire: dove?
In su, la neve aveva
coperto e spianato tutto;
giù vegliava il nemico.
Strinse nella mano la pistola
e s'avviò. Dove? Non sapeva.
Così tentava. Poteva
incontrare un compagno,
un amico, un parente, forse.
E s'avviò inseguita dalla fame.
E marciando scorse su un colle
un gregge: no, i pastori
non l'avrebbero tradita.
Affrettò il passo e corse;
ma quattro cani da pastore
le s'avventarono incontro, sì feroci
ch'essa riuscì appena,
tremante e spaurita
a strappar dalle fauci la gonna
e a riprender la fuga.
E correndo, incontrò due bimbi
venuti nel bosco a cercar legna.
La riconobbero subito,
e s'arrestarono, come intimiditi.
Ma dopo un istante
corsero incontro a lei:
— O Vela, zia Vela,
nasconditi; la polizia
ti dà la caccia! Prendi
questo pane e scappa!
Le fu caro quell'incontro;
da tanto non vedeva più
una creatura umana. Li fissò
a fondo, negli occhi; e sorrisero
i bimbi. Fu come un bagno
per il suo cuore. Si congedò.
« Voi non direte nulla nevvero?
Non avete paura? » « O, no! »
E tacquero davvero.
Ma un altro non tacque:
la guardia forestale. La scorse
nel bosco, tornando. L'era parente,
un brav'uomo, così lo conoscevano,
non poteva tradire! Da lontano
egli la vide e la seguì
per sette giorni.
Da quel momento
non chiuse occhio per intere notti.
Ma non osava confidarsi a nessuno;
lottava entro di se, finché una volta
si confidò al suo compagno;
e insieme decisero la sorte
dell'indifesa fanciulla...
Li vinsero centomila leva...
Quando mai videro
queste montane vette
una tale fila di soldati?
Giù ai piedi del colle compare,
sale strisciando e scende
attraverso la strada
e si allunga come un arco
abbracciando i due versanti
delle montagne,
e striscia in su, verso il nemico.
Il nemico?
E' un uccello addormentato nel nido.
Perché temete tanto?...
Entra la testa della serpe
su, nella pineta,
e la coda ancora si torce
laggiù in basso. O Arapcal,
incoronato dal fulgor del sole,
le sue vette son d'oro,
risplendono le rocce.
Perché taci? Non avvamperà
qui la battaglia
fra i soldati e la fanciulla?
Tra il drago e la samodiva?
Un canto canterà la partigiana,
Vela; un canto di popolo.
E il nostro giorno turbinoso
lo tramanderà
al secolo avvenire:
e sotto sarà inciso
con lettere di fuoco,
L'UOMO.....

Poesia dedicata alla partigiana Vela Peeva

(Traduzione di Luigi Salvini)


CONGEDO PER CONVALESCENZA

Sotto il mio tetto, son tre a soffrir di nostalgia
per la lor casa, là, in Ucraina;
ma ormai la casa non c'è più.
Restano delle fotografie, dei ricordi,
il nome del villaggio: un necrologio.
Non aver nostalgia, giovanotto dagli occhi azzurri,
con i tuoi ventisei anni!
Quando entra il cosacco del Don
la mia porta ne accoglie a fatica
le spalle, e il colbacco grigio.
Rintanano sul « parquet » gli stivali,
una tonante voce baritonale riempie la sala
insieme all'odore del tabacco.
— Ehi, cosacco! — dentro la sua cornice trema
la Venere dagli occhi cangianti (è del Botticelli)
i suoi occhi non hanno mai veduto
una testa così irsuta;
non la fissare,
non la occhiare!
— Avevo una sorellina, le somigliava tanto.
In cucina c'è il cuoco:
ha gli occhi rossi,
però non piange. E tace sempre.
— Perché non dici mai nulla, Hricko?
Sorride mansueto,
con la mano mi fa un cenno.
— Su, raccontami di tua moglie,
dei bambini!
— Chissà dove sono... è grande la Russia!
Il mio villaggio non c'è più...
Mia figlia, m'han detto che è a Berlino,
l'hanno portata via quelli là...
La rivedrò forse, quando ci incontreremo...
O, questi soldati feriti,
nella loro terra ferita!
Tornerete a passare
intonando il canto cosacco
su d'un camion gremito
attraverso le nostre strade.
— Addio! Addio!
Tremeranno le case diroccate;
per le occhiaie delle finestre
in un brandello di cielo
brillerà nel turchino, su noi,
uno strano aeroplano
come una stella,
come un alato saluto!

(Traduzione di Luigi Salvini)

NON GUARDARMI COSI'…

Non guardarmi così, non mi guardare!
Non è per me questo tuo sguardo. In esso
di tenerezza e di passion riflesso
il fuoco acceso d'altro cuore appare.

China la fronte al suolo vengo invano
accanto a te con passo lieve e lento
e le sgorganti tue parole sento
riversar il tuo cuore piano piano.

Del suo fascino in te vedo l'ardore...
Non mi guardar con quello sguardo ardente;
con la tua tenerezza travolgente
anche l'incubo cresce nel mio cuore!

(Traduzione di Enrico Damiani)

Fonte: Antologia della Lirica Bulgara, Volume Secondo, a cura di Luigi Salvini, Edizioni di cultura A.I.B. 1960




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