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Bulgaro
     
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 Introduzione - Paesaggio Bulgaro 
di Andrea Ferrario

Una “maggioranza bulgara”, un “verdetto bulgaro”, un “consenso bulgaro”: sono tutte espressioni che ancora oggi si incontrano di frequente sui giornali italiani. Anche in quelli di sinistra di solito ligi al politicamente corretto. Come spiega lo Zingarelli, in senso figurato il termine indica qualcosa di grigio, rigido e ottuso. Probabilmente pochi se lo ricordano, ma questo uso dell’aggettivo “bulgaro” è un’eredità lasciataci da Bettino Craxi, che lo introdusse negli ormai lontani anni ottanta. Il fatto che ormai da venti anni nella lingua italiana, e solo in quella, continui a perdurare quest’uso dell’aggettivo “bulgaro”, nonostante tutti i cambiamenti che ci sono stati nel frattempo, è sintomatico della confusione con la quale dal nostro paese si continua a guardare al di là delle frontiere nazionali.

In realtà sia la storia sia il presente della Bulgaria sono tutto fuorché grigi e ottusi. Gli anni tra le due guerre mondiali, in particolare, si sono distinti per un ritmo frenetico di rivolgimenti e lotte, spesso violente. Nel 1918, dopo l’esito disastroso delle guerre balcaniche e della Prima guerra mondiale, la dinastia dei Coburgo-Gotha che regnava sulla Bulgaria non è stata per un soffio deposta da una rivolta popolare, che è riuscita però a spianare la strada al Partito agrario di Aleksandar Stambolijski, una forza fortemente progressista la cui interessante esperienza di governo è stata però in breve liquidata con un colpo di stato della destra anticomunista nel 1923. Governi autoritari, una stretta alleanza politica ed economica con l’Italia fascista prima e la Germania nazista poi, hanno soffocato un’opposizione politica e culturale particolarmente vivace e che copriva uno spettro estremamente ampio, dagli anarchici ai comunisti, dagli agrari ai sinceri democratici, fino agli intellettuali indipendenti. Il regime comunista, salito al potere nel 1944, ha rapidamente fatto piazza pulita di ogni potenziale alternativa al più rigido dogmatismo stalinista. Nei 45 anni della sua storia ha spesso riciclato politiche del precedente regime. Ne è un esempio lampante il caso delle politiche nei confronti delle minoranze, e in particolare di quella turca. Per il Partito Comunista Bulgaro (PCB), fatta salva una breve parentesi nei primi anni del proprio potere, i turchi e i musulmani di Bulgaria (circa il 10% della popolazione) sono sempre stati un “nemico interno” da reprimere, da deportare e da arginare nella povertà e nell’emarginazione sociale. Negli anni ottanta il regime di Todor Zhivkov ha ripreso molti degli ideologemi nazionalisti della destra d’anteguerra. L’apice lo si è toccato con la campagna di “ribattezzamento” dei turchi, costretti con la forza ad adottare nomi bulgari. A tutt’oggi nessuno dei responsabili di questa campagna è stato punito. Molti hanno occupato e continuano a occupare posizioni politiche di primo piano.

Così come vi sono stati elementi di continuità tra i regimi d’anteguerra e quello comunista, esiste una chiara continuità tra quest’ultimo e l’attuale oligarchia al potere. Il sistema della nomenklatura aveva infatti dato vita a un ceto di privilegiati che negli anni della transizione ha preso in mano le redini del potere, in particolare di quello economico. La rapidità con la quale il regime comunista era riuscito a industrializzare il paese (nel 1945 l’80% dei bulgari attivi erano contadini, percentuale che negli anni ’80 era solo del 20%) ha dato una certa legittimità al PCB, cosa che spiega in parte il sostegno elettorale di cui ancora oggi gode il Partito Socialista (PSB) suo erede.

Il ventennio, o quasi, che ha fatto seguito alla caduta del regime comunista è stato anch’esso contraddistinto da sviluppi convulsi. Alla conferma dei socialisti (ex comunisti) come principale partito nelle elezioni del 1990 ha fatto seguito una lenta e difficile ascesa della destra, che ha raggiunto il suo culmine nel 1997, quando dopo mesi di iperinflazione, di manifestazioni e di instabilità politica i socialisti hanno abbandonato il governo a favore dell’Unione delle Forze Democratiche (SDS), guidata allora da Ivan Kostov. Ma la destra è risultata troppo frammentata al suo interno per potere resistere e sulla scena politica bulgara è comparsa la figura di Simeon Sakskoburggotski, ovvero il figlio dell’ex zar bulgaro Boris III, tornato dall’esilio e acclamato come salvatore del paese. Il suo partito, Movimento Nazionale Simeone Secondo (NDSV), ha ottenuto una vittoria travolgente alle elezioni parlamentari del 2001 e Simeon Sakskoburggotski è stato eletto premier. Dopo un solo semestre, tuttavia, la sua popolarità era crollata e il suo piano per rimettere in piedi il paese in 800 giorni era rimasto solo materiale per le pagine satiriche dei giornali. Se al momento della sua elezione molti paventavano addirittura un ritorno della monarchia nel paese, nel giro di pochi mesi era chiaro a tutti che non si trattava altro che di un governo incapace, dietro al quale non facevano che riprodursi e perpetrarsi i vecchi apparati di potere. Le elezioni del 2005 hanno portato alla creazione di una coalizione di governo atipica, che è ancora oggi al potere. Il partito di maggioranza relativa, il PSB, ha dato vita a un governo con il NDSV e con il DPS, il partito della minoranza turca, ago della bilancia e da tempo presente in pressoché tutte le coalizioni di governo.

In Bulgaria gli ultimi vent’anni hanno prodotto un’enorme polarizzazione tra una limitata minoranza che controlla le ricchezze e l’economia del paese, e una grande massa che si dibatte tra sogni di “ceto medio” e povertà. La “decapitalizzazione” delle aziende statali avviata agli inizi degli anni novanta dai rispettivi manager, in collaborazione con una fitta ed efficiente rete mafiosa strettamente legata agli apparati del precedente regime, ha consentito di deviare enormi flussi di capitale pubblico in mani private. Ciò ha consentito un’accumulazione primitiva che ha inciso in modo decisivo sulle successive privatizzazioni. La continuità tra gli ex apparati dei servizi segreti e l’attuale potere politico, tra la criminalità organizzata e i nuovi capitalisti è ancora oggi sotto gli occhi di tutti. Il presidente della Repubblica, Georgi Parvanov, è risultato essere stato in passato collaboratore dei servizi segreti e dati pubblicati di recente indicano che lo stesso vale per un parlamentare su sei. Se un’indagine simile venisse condotta tra gli imprenditori darebbe probabilmente risultati ancora più eloquenti. Il profilo biografico del nuovo astro nascente della scena politica bulgara, Bojko Borisov, è un esempio tipico del ceto politico che guida oggi la Bulgaria. Ex poliziotto, iscritto al partito comunista, dopo il 1989 è diventato “imprenditore” aprendo un’agenzia di guardie del corpo. Ha fatto personalmente da guardia del corpo, prima dell’ex dittatore comunista Todor Zhivkov e poi di Simeon Sakskoburggotski, che lo ha lanciato in politica nominandolo segretario generale del Ministero degli interni (carica che conferisce il controllo su tutte le forze di polizia).  Le reiterate accuse di essere legato a noti mafiosi non hanno frenato la sua ascesa politica, coronata dall’elezione a sindaco della capitale Sofia, un trampolino particolarmente importante, dal punto di vista politico ed economico, per diventare leader nazionale. Oggi Borisov viene indicato da tutti come il futuro premier del paese, verso il suo movimento GERB stanno confluendo adesioni da parte di molti quadri medi e alti dell’amministrazione statale e del mondo imprenditoriale. La sua rielezione a sindaco di Sofia con un largo margine ne ha confermato la posizione di uomo del momento, ma in realtà la bassissima partecipazione al voto è una testimonianza della difficoltà che incontra nel mobilitare le persone al di fuori di una élite ristretta e nel trovare un sostegno attivo. Non a caso sono molti a domandarsi se il futuro di Borisov non sarà altro che una riedizione della traiettoria politica di Simeon Sakskoburggotski e se egli non sia destinato a perdere il sostegno di cui oggi gode in brevissimo tempo dopo un’eventuale elezione.

La tanto attesa entrata nell’Unione europea sembra avere avuto un impatto limitato sulla Bulgaria e non ci sono stati particolari riflessi a livello politico o della vita quotidiana. È invece evidente il dinamismo che l’economia ha acquisito negli ultimi anni. Nelle maggiori città, in particolare la capitale Sofia e Varna, il livello dei consumi è salito notevolmente, trainato in particolare da un’élite di nuovi ricchi. Le aree urbane della Bulgaria assomigliano oggi a veri e propri cantieri, e da un quinquennio (da quando cioè le banche hanno cominciato a concedere mutui per la casa) le attività edilizie hanno registrato un’impennata. La Bulgaria è costantemente ai primi posti della classifica europea e mondiale per il tasso di aumento del prezzo degli immobili, un fatto difficilmente conciliabile con la sua posizione periferica e la scarsità delle infrastrutture di cui dispone il paese, nonché con i bassi redditi della popolazione. Insieme al boom registrato dalla borsa (l’indice di riferimento Sofix è cresciuto del 900% in cinque anni, per poi perdere però quasi un quarto di tale incremento negli ultimi tre mesi), questi dati parlano di una forte ondata speculativa e di un’economia gonfiata dal mercato dei crediti. Gli investimenti esteri sono in aumento, ma le ultime analisi li definiscono come scarsamente produttori di sviluppo e innovazione - si tratta cioè di capitali speculativi o “nomadi”, che vanno unicamente alla ricerca di manodopera “usa e getta”, qualificata a basso costo. Di tutto questo in Bulgaria si parla poco, pochissimo. La crisi finanziaria ed economica che incombe sull’intero globo sembra una temporanea difficoltà tecnica delle borse, se la si guarda dalle pagine dei giornali bulgari. Indicativo dello stato d’animo che regna nel paese, o almeno nelle élite che spendono e fanno opinione, è il fatto che il 2007 si sia chiuso con un netto record dei consumi nel periodo natalizio, in controtendenza con la maggior parte dei paesi del mondo.

Il 2008 potrebbe però essere un anno di svolta per la Bulgaria. La fragilità del modello economico e l’instabilità di quello politico potrebbero faticare a reggere uno shock economico esterno. La decisione di buttarsi tra le braccia di Putin, come ha fatto negli ultimi mesi il governo di Sofia siglando grandi accordi in campo energetico, potrebbe essere anche un sintomo di come il potere stia cercando rifugio in un porto sicuro di fronte a un futuro immediato che si annuncia molto incerto. La “casta” politico-affaristico-mafiosa che governa il paese non è certo dotata degli strumenti economici e politici per superare da sola indenne un periodo di crisi (e per fortuna sembra non essere dotata nemmeno di un apparato repressivo in grado di sostituire tale carenza).

Tutto questo rende ancora più cruciale l’importanza di uno degli eventi più rilevanti del 2007 in Bulgaria, lo sciopero a oltranza degli insegnanti, avviato a fine settembre e durato quasi un mese e mezzo. Gli insegnanti chiedevano un aumento del 100% degli stipendi (bassissimi, mediamente intorno ai 150 euro) per se stessi e per il personale non docente. Lo sciopero ha registrato una partecipazione di massa dal basso che ha spiazzato gli stessi sindacati, da anni ormai ridotti nei fatti a una “cinghia di trasmissione” del governo e degli altri poteri. Nonostante si sia concluso con un pieno insuccesso (non è stata ottenuta alcuna concessione dal governo, che ha deciso in seguito un limitato “aumento unilaterale”, accompagnato da misure che penalizzano fortemente la posizione dei lavoratori della scuola), lo sciopero ha avuto un’importanza fondamentale, perché si è trattato nei fatti della prima lotta organizzata di massa in cui la base ha avuto un ruolo decisivo. Si tratta di un’esperienza che potrebbe comportare importanti cambiamenti negli anni a venire, se troverà nuovi contesti. La questione salariale si è fatta ormai centrale e anche la stampa più liberista fa fatica a nasconderlo in un paese in cui a fine 2007 lo stipendio medio era ancora di soli 220 euro, e addirittura inferiore ai 200 euro nel settore privato. Il calo della disoccupazione e addirittura la mancanza di manodopera in settori che stanno registrando una crescita particolarmente alta (dall’edilizia, al turismo, alla IT) costituisce un ulteriore fattore di spinta all’avanzamento di rivendicazioni, che nella situazione descritta sopra non possono non avere una forte valenza politica. Non è un caso che una delle ultime trovate del governo a guida socialista sia stata quella di proporre l’obbligo di condurre almeno tre mesi di trattative governo-sindacati-datori di lavoro prima di potere fare anche solo un’ora di sciopero.

A questi fermenti sociali corrisponde però un grande vuoto politico e di iniziative dal basso. I partiti politici, vecchi e nuovi, sono costituiti quasi per intero da apparati burocratico-affaristici privi di una vera base e lo stesso vale in parte per i maggiori sindacati. Le iniziative popolari e autonome sono pressoché inesistenti, se si fa eccezione per il summenzionato sciopero generale degli insegnanti e per le mobilitazioni di carattere ecologico che sono notevolmente incrementate nel 2007 e sono sempre più partecipate, in particolare da giovani. La cosiddetta “società civile” è di fatto limitata a iniziative calate o controllate dall’alto e finanziate da programmi di organizzazioni internazionali. In campo culturale gli ultimi anni hanno visto una stabilizzazione del mercato editoriale, con l’apertura di catene di librerie, un miglioramento della distribuzione e la comparsa di case editrici solide e dotate di piani editoriali coerenti. Si torna anche a produrre con maggiore solidità finanziaria film bulgari, una tendenza che dovrebbe essere accentuata con l’entrata del paese nell’Ue e l’accesso ai relativi finanziamenti europei. L’industria musicale fiorisce, così come quella dei concerti e dei locali musicali. Un fenomeno tipicamente bulgaro, ma allo stesso tempo anche balcanico, è quello della chalga, una musica etnopop e commerciale che ha avuto un boom senza precedenti, scatenando polemiche e divisioni senza fine (ne parla Vencislav Dimov nell’articolo che presentiamo qui). In particolare, una delle star più popolari della chalga, Aziz, un cantante rom travestito, ha suscitato grande scandalo in una Bulgaria che, a differenza di altri paesi europei, non solo occidentali, non ha mai vissuto la rivoluzione sessuale. In campo letterario si stanno affermando scrittori bulgari della nuova generazione che godono di un notevole seguito di pubblico e di ampi spazi nei media (come Alek Popov e Georgi Gospodinov, di cui qui proponiamo alcuni lavori). Non sembra però che stia emergendo qualcosa che vada oltre i canoni attualmente imperanti del postmodernismo, nonostante i pregevoli risultati ottenuti da alcuni scrittori e musicisti in particolare. La timidezza nell’affrontare la realtà attuale limita fortemente, a parere di chi scrive, la possibilità di fare un salto di qualità che apra strade nuove, magari non solo in campo strettamente letterario. Per parafrasare un’affermazione contenuta in uno dei testi qui pubblicati, tra gli intellettuali bulgari, dopo venti anni di drammatici cambiamenti e di fronte ai loro chiari esiti, sembra ancora molto diffusa la convinzione che il capitalismo “sia una bella idea, mal realizzata”.

Alcune parole sugli autori e i testi che presentiamo qui in traduzione.

  • Di Alek Popov, classe 1966, presentiamo qui due racconti di tema “europeo” usciti su giornali bulgari. Di lui la casa editrice Voland pubblicherà a breve il frenetico e divertente romanzo “Missione Londra”, mentre a Sofia è uscito di recente la sua ultima prosa, “La scatola nera”. Suoi racconti, saggi e reportage vengono pubblicati da svariate testate bulgare.
  • Di Ivaylo Ditchev (nato nel 1955) il mensile Linea d’ombra aveva pubblicato nel 1993 due racconti in traduzione italiana. Qui presentiamo alcuni brani dal saggio “Spazi del desiderio, desideri di spazio. Studi di antropologia urbana”, pubblicato in volume nel 2005. Ditchev è professore di Antropologia Culturale presso l’Università di Sofia ed è uno dei più acuti commentatori della realtà politica e sociale bulgara dalle pagine del quotidiano Sega.
  • Georgi Gospodinov, nato nel 1968, è uno dei più noti poeti e prosatori bulgari. Il suo “Romanzo naturale” è stato tradotto in molte lingue ed è uscito anche in italiano per l’editore Voland. Ultimamente ha curato il progetto “Io ho vissuto il socialismo”, dei cui risultati riportiamo qui alcune pagine, e il parallelo libro iconografico “Libro-inventario del socialismo”, entrambi pubblicati nel 2006. I suoi editoriali settimanali pubblicati dal quotidiano “Dnevnik” sono molto seguiti.
  • Vencislav Dimov, etnomusicologo, è autore di numerosi saggi sulla musica bulgara e in particolare del volume “Etnopopbumat”, che studia le origini, la realtà sociale ed economica, nonché lo stile e il pubblico della musica chalga. Dimov è anche redattore musicale della radio nazionale Darik, per la quale conduce alcune trasmissioni.

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