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Bulgaro
     
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 Le città bulgare, tra nomadismo e folclorizzazione 
di Ivaylo Ditchev

da “Spazi del desiderio, desideri di spazio. Studi di antropologia urbana”
“Prostranstva na zelanieto, zelanija za prostranstvo. Etjudi po gradska antropologija”, Sofia, 2005

[...] Rispetto agli anni immediatamente precedenti la Liberazione [dal dominio ottomano, avvenuta nel 1878 - N.d.T.], Sofia ha aumentato ufficialmente la sua popolazione di 100, forse addirittura 150 volte. A ciò va aggiunto lo spostamento fisico dei quartieri più prestigiosi in direzione sud-est; vale a dire che pressoché tutto quello che è stato costruito dopo il konak, il futuro palazzo reale, è stato costruito in misura maggiore o minore dal nulla, come Brasilia. La parte più prestigiosa continua a svilupparsi in direzione sud/sud-est, a cominciare dai complessi edilizi preferiti dalla nomenklatura, come Iztok (Est) e Mladost (Gioventù), e qui arriviamo fino ai nuovi simboli di prestigio come Billa e Mc Donald’s, o il progetto di una città del business privata. Questa tendenza permane anche nel Piano regolatore generale per lo sviluppo di Sofia, votato dal consiglio comunale nel 2004. Oltre a un ragionevole sviluppo verso ovest lungo il bulevard Todor Aleksandrov (che dovrebbe accogliere la “city sofiota”), il Piano regolatore prevede che la città continui a espandersi a sud-est fino al villaggio di Lozen, che dovrebbe trasformarsi in un business center pieno di grattacieli. Allo stesso tempo, un’area enorme situata a nord, ed edificata con case a uno o due piani, viene abbandonata a una lenta agonia, insieme alle sue infrastrutture e alla sua popolazione. È più facile ampliare la città piuttosto che renderla più densa - è più facile per i nuovi investitori corrompere i funzionari municipali e accumulare terreni comunali, piuttosto che convincere gli innumerevoli piccoli proprietari dei beni immobili cittadini a vendere; è più facile per loro costruirsi da soli acquedotti e centraline elettriche, piuttosto che attendere le delibere dei consigli di zona. [...]

Ma questa mobilità nomade della capitale è davvero solo la conseguenza di una carenza di volontà politica capace di trattenere la crescita intorno ad alcuni centri tradizionali? Non si tratta invece di una mancanza di popolazioni stabili e di una solida tradizione in grado di rendere permanenti i centri urbani permanenti? In un certo senso, l’ambiente urbano è un decoro culturale mobile che il migrante porta con sé, per legittimare il suo nuovo status sociale e i suoi privilegi: e per quanto sembri paradossale, da questo punto di vista possiamo individuare paralleli tra la città bulgara e la Disneyland postmoderna. Si prende una decisione, si genera una nuova situazione e... uno, due, tre ecco una città, completa di musei, sputacchiere, celebrazioni e tutto il resto. [...]

L’instabilità spaziale delle città bulgare ha motivazioni storiche. L’invasione ottomana ha distrutto tutto ciò che assomigliava a una città e ha costretto la popolazione locale a fuggire sulle montagne. Cinque secoli più tardi si è svolta una pulizia etnica di segno opposto, che altrimenti si usa definire come la “Liberazione della Bulgaria dal giogo turco”: oltre 200.000 turchi sono stati scacciati dai confini del neocostituito principato e ciò ha drasticamente modificato il profilo demografico delle città. Ma il processo è proseguito anche durante gli anni ’20, quando l’incapacità dei paesi balcanici di integrare le proprie variegate popolazioni ha dato luogo a massicci scambi di genti. Da ciò derivano casi paradossali come quello della città di Nesebar, sul Mar nero, che ai tempi del Risorgimento era interamente greca e oggi è abitata da discendenti di persone emigrate dalla Macedonia, o quello del quartiere armeno di Plovdiv, che è diventato il simbolo architettonico dell'identità bulgara.

Ovunque si vada a scavare, si arriva sempre a un inizio traumatico, al fatto che gli abitanti locali non sono originari del luogo in questione, ma sono giunti da un posto estraneo. Il trauma genera dimenticanza, che prende la forma di una antificazione delle città, cioè la messa in secondo piano dei tratti culturali immediati di un luogo a favore delle rovine antiche. Un’altra soluzione è quella di folclorizzarle. Il paradosso in questo caso è che ciò che è urbano si esprime attraverso pratiche culturali rurali: festival folcloristici, taverne, sagre, in una parola un etno-kitsch inventato nelle stesse città, il cui esito è la sostituzione della eterogeneità tipica dell’ambiente urbano con il fantasma di radici comuni.

Questa alterazione permanente delle città ha registrato un episodio traumatico anche negli anni ’40 e ’50, quando i comunisti hanno marginalizzato le élite cittadine (come sappiamo, “borghese” vuol dire cittadino) e nelle città hanno fatto irruzione nuovi nomadi, questa volta ideologici, che si sono affrettati a trovare una legittimazione del proprio insediamento nelle cerchie più intime della cittadinanza. L’effetto di quest’ultima alterazione sembra essere stato annullato con la revoca dell'obbligo di essere in possesso di un permesso di residenza e il drastico aumento dei prezzi degli immobili registrato nelle grandi città, che altrove è una condizione per la stabilizzazione del profilo democratico e un ostacolo a nuove alterazioni. Ma ecco che emerge qualcosa di completamente nuovo, che ho potuto riscontrare negli ultimi anni durante il mio lavoro sul campo e che ricorda il principio di Heisenberg nella fisica: nessuno è in grado di dire quante persone vivono realmente nelle città bulgare in un dato momento. Nessuno tiene conto di quante persone vivono all’estero, di quante sono tornate, di quante ne rimangono. Che sia tecnicamente impossibile determinarlo perché la gente non registra più all’anagrafe i propri cambiamenti di residenza è solo una scusa: ogni agenzia di marketing dispone di dati di gran lunga più precisi riguardo ai centri abitati in questione.

Per esempio nell’estate del 2004 a Vidin, città della Bulgaria nord-occidentale, le valutazioni degli abitanti locali sulla popolazione della città - ivi incluse quelle raccolte effettuando interviste a funzionari dall’amministrazione regionale e del Comune! - variavano dal dato ufficiale di circa 70.000 a 20.000, il più delle volte sulla base di voci, pubblicazioni giornalistiche o semplicemente l’umore dell’intervistato (quanto peggiore quest’ultimo, tanto minore il numero di abitanti). Alla domanda su come venissero pianificati i fabbisogni delle scuole per il successivo anno scolastico, all’ispettorato regionale per l’educazione ci hanno risposto: “Veniamo a sapere quanti alunni ci saranno realmente solo il primo giorno di scuola”. È evidente che non è possibile in alcun modo amministrare un comune senza sapere quante persone utilizzeranno l’acqua, quante automobili viaggeranno per le strade e così via. Oppure dobbiamo chiederci se davvero nei municipi non sanno, o piuttosto non vogliono sapere, o fanno finta di non sapere. Forse è sopravvissuto il sistema delle anime morte ereditato dal comunismo, nel quale lo status di una città, e di conseguenza i sussidi, gli organigrammi delle amministrazioni, delle scuole, degli ospedali e, oggi, l'entità dei fondi europei, dipendono non dai contribuenti effettivi, bensì dalle statistiche burocratiche. Le autorità municipali hanno qualche interesse a sapere quante persone sono effettivamente rimaste nel loro comune? A livello emozionale la questione viene riassunta in maniera del tutto spontanea con l'augurio autoingannevole che "i giovani torneranno".

A ciò va ad aggiungersi la contrazione demografica delle città industriali, tanto più rapida quanto più in fretta sono cresciute durante il comunismo - i casi di Kardzali, Vidin, Silistra, Vraca, Lovec ne sono tristi esempi. Il fenomeno potrebbe essere spiegato da un punto di vista culturale con il fatto che in una trentina di anni le persone che vi si sono trasferite non hanno potuto mettervi radici. Le piccole città montane del tipo di Trojan e Pestera, dove la composizione demografica è rimasta relativamente immutata, oggi risultano invece stabili. Vi è poi un altro tipo di indefinitezza, quello delle città legate al turismo, in cui non solo i turisti, ma anche il personale di servizio, i commercianti, i musicanti e i mendicanti che vi si recano periodicamente fanno sì che il tessuto urbano lieviti periodicamente, per poi sgonfiarsi.

Con la globalizzazione, la città dei paesi poveri dediti al turismo e alla produzione di gastarbeiter passerà in misura sempre maggiore dal principio della particella al principio dell’ondata. Esistono contemporaneamente due città, quella reale della presenza fisica, e quella virtuale della diaspora. È solo una questione di tempo ed emergeranno anche nei documenti ufficiali. Il rapporto tra le due diventerà sempre più una questione di nuova politica urbana, una città costruirà le fognature, l’altra attirerà investitori, turisti ed esperti; una figurerà nei registri interni del municipio, l’altra nei progetti nazionali ed europei.

La stessa geografia diventerà più fluida: immaginatevi un posto in cui la metà o addirittura i due terzi degli appartamenti sono vuoti, ma non vi è a chi venderli; andranno in rovina, verranno occupati da squatter, da persone povere, fatti a pezzi da rom che cercheranno di estrarne ferro o cemento, città fantasma che si riempiono per un mese d’estate... quale può essere la stabilità di un tale spazio? Il paragone con il Terzo mondo non è del tutto corretto, perché qui, innanzitutto, la densità della popolazione è decisamente inferiore e, in secondo luogo, l’urbanizzazione comunista è riuscita ad atomizzare la società in individui o, per usare l’espressione di Vintila Mihailescu, a molecolarizzarlo, vale a dire che gli individui hanno conservato alcuni vincoli parentali, etnici, di amicizia, ma non sono motivati da sentimenti e appartenenze tradizionali, bensì dalla necessità di riuscire in qualche modo a cavarsela nel mondo contemporaneo (un fratello in Spagna, l’altro accudisce i genitori e cura la casa).

NOSTRI ED ESTRANEI

Immaginatevi ora storie di un altro genere - per esempio la storia del rapporto tra il numero di uomini e donne in una città. Fino a quando la città cresce gli uomini sono in maggioranza, perché trovano lavoro più facilmente e sono maggiormente mobili; la stabilizzazione porta a un allineamento delle percentuali. Per esempio, nel 1880 a Sofia gli uomini erano il 59,3%; le percentuali dei due sessi si allineano solo intorno al 1934, quando gli uomini risultavano essere il 51,2%. Si tratta di un processo che è in atto non solo dopo la Liberazione nel 1878, con la concentrazione della popolazione intorno al nuovo centro nazionale, ma anche con lo sviluppo dell’industria nella vicina città di Pernik intorno agli anni ’20 e ’30 e, successivamente, con l’industrializzazione dell’intero paese, quando i comunisti si adoperano in modo particolare per trovare lavoro alle donne che i nuovi cittadini si portano dai villaggi.

La città rappresenta a suo modo un punto di equilibrio tra abitanti locali e immigrati. Durante gli ultimi due decenni la situazione di vantaggio degli abitanti locali, che si esprime con tutta una serie di diritti e di privilegi, si è fatta meno netta per la prima volta nella storia, se non nella pratica almeno nell’ideologia. Quanto più una città è aperta e caratterizzata da migrazioni, tanto meno è distinguibile la differenza di status tra un cittadino locale e uno straniero - a titolo di esempio, nell’UE dopo Maastricht uno straniero può diventare sindaco (con l’esclusione di un luogo speciale come Parigi). Al contrario, quanto più chiuso e scarsamente mobile è un luogo abitato, tanto più i locali mantengono i propri privilegi. Oppure, se volete, si può invertire l'argomento: a volte le città si chiudono e si isolano, mettendo addirittura a rischio il proprio sviluppo, affinché gli abitanti locali possano conservare i loro privilegi.

In città turistiche come Nesebar, dove i flussi di reddito dipendono dal controllo semifeudale dei posti letto, l’appartenenza locale è più forte, mentre in una Sofia di migranti tale appartenenza è legata solo a stereotipi altezzosi, ma difficilmente qualcuno si preoccuperà di domandarsi la provenienza della persona che prende in affitto un negozio di alimentari. D’altronde lo stesso concetto di “abitante locale” a Sofia ha cambiato significato a più riprese. Subito dopo la Liberazione, nella capitale il potere è finito nelle mani di forestieri provenienti da diverse regioni del principato e insediativisi con una punta di disprezzo coloniale per l’insipienza del luogo. “I vecchi sofioti si perdono completamente tra la maggioranza dei nuovi arrivati”, scrive Jirecek.

Il concetto di abitante locale ha acquisito un nuovo significato in seguito all’afflusso di profughi tra le due guerre. Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, la sostituzione violenta delle élite cittadine e l’industrializzazione forzata sono diventati sofioti quelli che vivevano nella città prima degli anni ’40. In quell’epoca l’origine locale è tornata nuovamente a non essere una voce positiva nel proprio curriculum e alcuni la nascondevano, mettendo in evidenza le origini rurali di uno dei propri avi. Si può riscontrare una situazione davvero unica: gli abitanti locali per ben due volte si ritrovano a essere sottomessi ai forestieri, e questo sul fondo di un’estrema altezzosità dei sofioti rispetto alla provincia! Dopo il 1989 qui, come in altre grandi città, si scontrano due linee di autoctonia: quella di coloro ai quali sono state restituite le proprietà sequestrate in passato dal regime comunista in virtù della Legge sulla grande proprietà urbana (o i loro eredi) e quelli che hanno conservato gli immobili costruiti durante il comunismo. Tali rapidi cambiamenti danno un’idea di quanto il concetto di abitante locale sia condizionato.

A ciò va aggiunta anche la logica (sostanzialmente coloniale) da Terzo mondo, che opera a piena forza nei Balcani: lo straniero (il formatore, l’investitore, il turista) occupa una posizione più alta rispetto a quella del locale. Questo fatto rende più complesse le costellazioni di potere: da una parte ci sono i locali, dall’altra i bulgari forestieri (per esempio i sofioti in provincia), dall’altra ancora gli stranieri ricchi, soprattutto occidentali, e infine gli immigrati dal Terzo mondo.

Le elezioni locali del 2003 hanno dimostrato che i politici locali si stanno sempre più emancipando dal centro. 11 dei 16 consiglieri comunali di Nesebar rappresentano ciascuno un partito diverso e il gruppo più numeroso (5) è composto da rappresentanti dell’Unione Liberale, un partito pressoché sconosciuto a livello nazionale. A Vidin ha ottenuto successo il partito Roma con 6 consiglieri; a Ruse hanno avuto un ruolo chiave i Professionisti per la Prosperità di Ruse. Di solito si sostiene che nei luoghi più piccoli tutte le elezioni hanno in pratica un carattere più o meno maggioritario, dipendono dai soldi e solo il BSP [Partito Socialista Bulgaro, ex comunisti - N.d.T.] è una forza veramente strutturata a livello nazionale. Ma, come si è dimostrato, nei contesti concreti anche questo partito esiste nelle più svariate forme di aggregazione. Come ha confessato un suo esperto, nel 2003 la sede centrale del partito faceva fatica a stabilire con precisione dove i socialisti fossero al potere e dove invece all’opposizione.

Un elemento nuovo nella tradizionale lotta tra il centro e la periferia è rappresentato dai progetti europei, tramite i quali il NDSV (Movimento Nazionale Simeon II) oggi al governo, e giunto al potere nel 2001 senza alcuna struttura locale, sta cercando di preparare il proprio successo elettorale alle elezioni del 2005. Questa tendenza, avviata nel 1997 dal governo di Ivan Kostov, ad adottare una forma di partito fortemente centralizzata porta oggi a una sempre maggiore privatizzazione del politico, poiché nella redazione dei progetti, nell’appropriazione dei fondi europei e nelle attività di lobby svolgono un ruolo sempre maggiore le reti informali, le organizzazioni non economiche, i ricchi e le personalità influenti. Ovunque ci si attende che chi ha avuto successo si prenda cura della propria città di origine - a Vidin queste attese generano pessimismo ("Nessuno che proviene di qui si è interessato della propria città"), a Goce Delcev, invece, osservano con orgoglio che in ogni governo c'è stato un loro concittadino. L’effetto inerziale del comunismo comunque prosegue, la gente non capisce che l’interesse privato ha ormai preso il sopravvento rispetto a quello pubblico e le cose non sono più automaticamente per tutti.

IL VILLAGGIO NELLA CITTÀ

Si potrebbe scrivere la storia della città anche attraverso il divieto di tenere animali agricoli di dimensioni più grandi e la successiva scomparsa dalle città più grandi degli orti nei cortili. In città come Goce Delcev potete ancora trovare cortili in cui vengono tenuti cavalli, vitelli e maiali; a Ruse invece ho dovuto girare intere ore per riuscire a fotografare un paio di pomodori. Più difficile da definire è il processo dell’abbandono del lavoro agricolo da parte della popolazione urbana. Gli immigrati della prima e seconda generazione tendono a tornare ai propri villaggi durante i fine settimana per svolgere lavori agricoli, soprattutto nei periodi di crisi; questa tendenza è stata sfruttata dal regime comunista, che con vari decreti ha cominciato, a partire dal 1963, a mettere a disposizione terreni inutilizzati per l’”autorifornimento” della popolazione con prodotti alimentari. In varianti diverse, un sistema simile esisteva anche negli altri paesi socialisti. Per esempio, Steve Kotkin scrive che nella prima città comunista, Magnitogorsk, costruita dal nulla all’inizio degli anni ’30 intorno a un’acciaieria e diventata il primo simbolo dell’industria pesante stalinista, nel 1938 c’erano 10.000 mucche, capre e maiali e il cemento dei marciapiedi non si è indurito nella forma prevista, perché gli animali continuavano a rovinarlo [Steve Kotkin, Magnetic Mountains. Stalinism As Civilization, University of California Press, 1995]. In altre parole, il pendolarismo tra città e campagna non è solo questione di cultura: è lo stesso sistema a fare affidamento su un simile tipo di autosfruttamento dei cittadini al di fuori del mercato. Negli immediati dintorni degli stabilimenti c’erano orti, nei reparti militari venivano allevati maiali. Se pensate che oggi questo autosfruttamento non di mercato sia scomparso, vi sbagliate. Per mantenere la propria famiglia e il proprio marito disoccupato con uno stipendio di 100 lev (50 euro), una cucitrice che lavora a cottimo è costretta a non comprare cibo e a non abbandonare il proprio cadente appartamento popolare risalente ai tempi del regime di Todor Zhivkov.

Ci sono tuttavia anche ragioni più profonde. Un imprenditore olandese, che abbiamo intervistato nel 2004, ha espresso la propria meraviglia per il fatto che i suoi lavoratori abbandonassero il lavoro durante l’estate per dedicarsi al raccolto, nonostante la retribuzione che lui dava loro fosse di gran lunga maggiore rispetto a quello che potevano guadagnare sui campi. Non è questione di mentalità, ma del fatto che questi lavoratori considerano il proprietario straniero come qualcuno che è qui temporaneamente e il reddito che garantisce loro come non sicuro.

Da un punto di vista modernista e non riflettivo, ci immaginiamo che un giorno agricoltura e occupazioni urbane si differenzieranno definitivamente e che gli abitanti della città si recheranno nei villaggi a zappare solo per hobby. È stato tuttavia rilevato che la graduale scomparsa della differenza tra villaggio e città - il loro fondersi in un continuum globale - porta al ritorno dell’autosostentamento come soluzione per fare fronte alla fame, e anche come modo per riumanizzare l’ambiente.

Traduzione dal bulgaro di Andrea Ferrario




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