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Bulgaro
     
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 La chalga come vademecum della transizione bulgara 
di Vencislav Dimov

Un tempo eravamo convinti che “Tutto è amore” (come recita il titolo di uno dei film bulgari più popolari dell’epoca del socialismo, regia di Borislav Sharaliev, 1979), oggi invece non facciamo che ripetere “Tutto è chalga”. Questa parola magica ha abbandonato il suo contesto musicale e ha cominciato a metaforizzarsi a valanga: nel discorso pubblico bulgaro durante gli ultimi anni si sono incontrati idiomi come chalga-arte, chalga-letteratura, chalga-industria, chalga-business, chalga-politica, chalga-popolo... “Mangia chalga, bevi chalga, scopa chalga - sii chalga!”, così un giornalista e scrittore bulgaro (Martin Karbovski) ha ricapitolato il proprio disgusto.

La Bulgaria come Chalgaria. Per alcuni (la maggior parte delle voci bulgare) un’ammissione da pronunciare con fastidio e vergogna. Per altri (la maggior parte degli osservatori esteri) un’analogia indicativa delle guerre culturali scatenate dalla transizione e che può addirittura essere istruttiva per il superamento dell’intolleranza etnica. Chiarisco subito che non faccio parte né degli uni né degli altri. Non sono orgoglioso della chalga, né me ne vergogno. La accetto non solo come musica e non solo come metafora, ma anche come fenomeno culturale sufficientemente serio, che nella Bulgaria contemporanea è da mettersi in relazione con aspetti importanti dell’esistenza e dell’identità. Problemi come masse e potere, scelte culturali e politica, vita quotidiana e tempo di festa, media e miti, gusti individuali e identità di gruppo, tradizione e modernità, nostro ed estraneo, Oriente e Occidente, bulgaro, balcanico ed europeo...

Sì, se ci si concentra sul discorso pubblico dell’ultimo decennio - stampa e media elettronici, interviste e commenti, analisi politiche ed eventi artistici - è come se davvero tutto potesse essere visto come chalga. La chalga, di norma collegata a tutto ciò che è orientale, ma innalzata a bandiera di una scelta culturale contestata per il suo orientamento univoco verso l’esterno e l’occidente, potrebbe essere addirittura... la cartina di tornasole dell’europeizzazione. Suona paradossale, ma perché mai non potrebbe essere anche questo?

Cosa è la chalga?

Nell’ultimo decennio la parola “chalga” è diventata in Bulgaria una delle etichette più popolari per definire la musica etnopop. Molti pensano che la musica etnopop/chalga sia un fenomeno nato nelle acque torbide della transizione, cioè nell’ultimo decennio del XX secolo, che in Bulgaria riveste una particolare importanza. Alle crisi e alle fratture cicliche caratteristiche di ogni fine secolo si sono aggiunte l’aura fatalistica della vigilia del terzo millennio e il drammatico avvicendamento di epoche storiche avvenuto nel paese. Nel 1989 la Bulgaria ha dato l’addio alla propria storia di stato socialista, durata quasi mezzo secolo. Nel beverone in fermento della transizione sono emerse e sono scoppiate molte bollicine sociali e culturali, alcune nuove, altre vecchie e dimenticate. Tra di esse vi è la chalga, il nuovo nome di una vecchio desiderio di ebbrezza.

La chalga non ha fatto la sua comparsa all’avvio di quella che può essere vista come una vera e propria corsa al godimento e al consumo. In Bulgaria, e nei Balcani, la musica etnopop non è un fenomeno al di fuori del tempo e dello spazio.

Durante la seconda metà del XIX secolo, nelle terre abitate dai bulgari, che allora rientravano nei confini dell’Impero ottomano, ha fatto la sua comparsa una forma particolare di cultura musicale urbana moderna, definita “calgija risorgimentale”. Si trattava di qualcosa di nuovo rispetto alla musica folkloristica locale rurale. Il posto delle gajdi [tipo di zampogna - N.d.T.] e delle gadulki [strumento a corta dotato di cassa, che si suona con l’archetto - N.d.T.] è stato preso dai violini e dai clarinetti, mentre i suonatori bulgari provenienti dai villaggi sono stati sostituiti dai musicisti zingari professionisti che si spostavano di villaggio in villaggio e che non eseguivano più le vecchie melodie e le canzoni rituali monoetniche regionali e dialettali, bensì nuove melodie interetniche e profane. La nuova musica era più urbana che rurale, più profana che sacrale, più balcanica che bulgara; più moderna che tradizionale... Una “frittata” musicale ibrida nella quale anche l’orientale suona maggiormente europeo e ciò che era “alla turca” era nei fatti “alla francese”. La calgija, bisnonna della chalga, è una musica urbana moderna balcanica. Durante questa prima ondata di modernizzazione non istituzionalizzata che ha investito i territori bulgari la calgija non è stata vista come un simbolo positivo di ciò che è nuovo. L’etnomusicologa Rajna Kacarova racconta come i notabili delle città si indignassero nei confronti dei giovani commercianti che, tornando dai loro viaggi all’estero, preferivano divertirsi non con le gajdi e i horo [ballo collettivo - N.d.T.] tradizionali bulgari, ma al suono di bande zingare che suonavano violini e sbevazzando negli han [locande-caravanserraglio - N.d.T.] al suono di canzoni e temi musicali urbani balcanici.

La successiva ondata di modernizzazione è collegata in Bulgaria all’instaurazione del comunismo/socialismo (1944-1989), all’industrializzazione e alla concentrazione delle attività industriali e di quelle agricole con l’ambizione di eguagliare l’Occidente in termini di produzione industriale e di discreditarlo ideologicamente. Anche in questo caso vi è un rifiuto della musica etnopop locale da parte dell’intelligencija. Continua a esservi un’ostilità di stampo elitario, ma se ne manifesta anche una nuova e di carattere ideologico. Secondo la teoria leninista delle due culture la borghesia seppellisce il popolo sotto una valanga di una musica “di svago” e “leggera” di bassa qualità. I cerberi dell’ideologia si ergono a custodi dell’ambiente intonativo, che rischia di essere inquinato non solo dai Beatles e dal rock’n’roll, ma anche dagli idiomi della popular music: canzoni serbe novokomponovane, rebetiche greche, musica zingara... In questa categoria rientra anche la musica bollata come “kitsch” e “zingaresca”: le canzoni leggere urbane tradizionali (i vecchi motivi di successo locali, le canzoni “popolari” di nuova creazione emerse negli anni ’60 e ’70), le cover version di canzoni balcaniche (il repertorio delle star underground degli anni ’80, come l’orchestra Kristali o il pope di Hisarija), la musica ibrida delle orchestre per matrimoni e delle bande zingare.

L’ultima ondata di modernizzazione, che ha travolto la Bulgaria e gli ex paesi socialisti dell’Europa Orientale a partire dall’inizio degli anni ’90, è ormai all’insegna non della produzione, ma del consumo. E qui i discorsi chalga e antichalga contemporanei toccano il loro apice. È comprensibile: i cambiamenti democratici, collegati alla liberalizzazione e alla demonopolizzazione dei media e dell’industria musicale, si traducono anche in libertà di scelta. Le regole di produzione e di trasmissione dipendono sempre meno da considerazioni ideologiche e sempre più da logiche di mercato. E il mercato segue il diluvio di desideri di massa che si è scatenato nel paese. Il boom dell’etnopop è un “rivolta delle masse” sui generis contro la dieta musicale imposta per decenni “dall’alto” contro tutto ciò che è basso e all’insegna del godimento. Nonostante il moltiplicarsi di voci contrarie a questo boom, che sono giunte fino a punte estreme di deprimente logorrea, si moltiplicano gli idiomi, i formati, i canali mediatici e i pubblici dell’etnopop... Nasce una vera e propria industria della chalga con i suoi studi, le sue case musicali, le sue radio, i suoi canali televisivi, i suoi festival, i suoi locali, le sue stelle e i suoi hit.

Dopo il 1989 e fino ai giorni nostri la musica etnopop vive uno sviluppo non lineare. Si sviluppano, e cambiano, i contenuti e le etichette, i valori e i significati, i formati musicali e i contesti sociali e, ultimo ma non da meno, i discorsi negativi su di essa. All'inizio degli anni '90 si assiste a un passaggio dal post-calgija al popfolk. Gli idiomi musicali urbani locali comparsi all'alba della modernità, presenti nelle musiche locali in forma nascosta, underground, e in alcuni casi addirittura anche dissidente, trovano una tribuna nelle prime case discografiche private, nell’industria semiufficiale della cultura delle musicassette, regnano indisturbati negli spazi liberi intorno alle stazioni ferroviarie, nei mercati e negli stand lungo le strade, e le loro varianti ufficializzate trovano posto addirittura nei nuovi festival e nei nuovi spazi mediatici “ufficiali”. Verso la metà degli anni ’90 si sviluppa un mercato privato della nuova industria musicale bulgara. La maggior parte delle compagnie musicali che registrano profitti guadagnano principalmente grazie alla musica etnopop, che allora veniva chiamata "folk" o "popfolk". Compaiono nuovi tipi di star e di hit, che hanno ormai un'immagine analoga a quella degli idoli pop balcanici o addirittura occidentali, e le loro canzoni, anche quando sono cover di modelli balcanici, vengono arrangiate secondo criteri professionali e sono accompagnate da videoclip attentamente studiati. Alla fine degli anni '90 le cose cambiano ancora: l'industria chalga esce dall'ombra del business sommerso e delle copie dei modelli balcanici. Le case discografiche che riescono a sopravvivere alla dura concorrenza e alle guerre musicali sono sempre di meno e le loro dimensioni aumentano: il ciclo produttivo si chiude e le case discografiche sono ormai un'industria completa che va dallo stabilimento per la produzione di compact disc e dallo studio musicale fino alla società di distribuzione e all'agenzia  pubblicitaria, diventando imperi mediatici dotati di propri canali televisivi e festival musicali. La vecchia definizione di “popfolk” lascia il posto a quella di chalga, che non ha più un significato univocamente negativo. Ormai fare e ascoltare chalga non è più motivo di vergogna, perché questo genere musicale si è diffuso anche negli spazi sociali ufficiali e gode del favore di pubblici di tipo diverso, mentre allo stesso tempo non è più né "folk" né "balcanico" come prima - la musica e i testi, gli arrangiamenti e l'immagine, le etichette di mercato e i formati mediatici tendono sempre più al pop globale con aromi locali. “Pensa globalmente, balla localmente”, dance, techno, R'n'B, hip-hop, soul con un sound globale, ma in lingua bulgara; con un erotismo e un'immagine da Madonna, ma con dettagli orientali negli aspetti sessuali, corporei e coreografici: danza del ventre e colpi di anca.

Fine della guerra culturale e conclusione della transizione? Né l’una né l’altra...

A prima vista, è come se una guerra culturale fosse giunta al suo termine. Le star della chalga ormai fanno stabilmente parte delle classifiche musicali e compaiono nei programmi della televisione nazionale. I loro concerti non si svolgono più in bettole di quartiere, bensì nel Palazzo della Cultura e negli stadi nazionali. Conducono talk-show trasmessi dai canali nazionali e i maggiori partiti politici le utilizzano come emblemi delle proprie campagne elettorali. I grandi inserzionisti pubblicitari fanno a gara per utilizzare i loro volti.    A prima vista in Bulgaria è terminata la transizione. Continuano a ripertecelo alcuni sociologi e politologi: c’è una democrazia stabilmente insediatasi, i valori liberali vengono condivisi, il sistema economico si basa sulla proprietà privata e sul libero mercato, i media sono liberi e la Bulgaria è addirittura entrata a fare parte dell'Unione europea.

Ritengo che né l’una né l’altra ipotesi corrisponda alla verità.  La guerra contro la chalga prosegue sotto altre forme e sta entrando in una nuova fase, su nuovi fronti e con strategie differenti. Anche la transizione continua, nonostante le dichiarazioni interessate di chi governa. Ne è una dimostrazione, tra le altre cose, anche il fatto che la guerra culturale contro la chalga continua.

Per comprendere questo nesso, dobbiamo mettere la chalga al di fuori delle parentesi del musicale e addirittura al di fuori delle fabbriche dell'industria culturale. Dobbiamo guardarla come fenomeno socioculturale che va oltre l'esperienza della musica per giungere fino alla costruzione di realtà e di identità. Signore e signori, sotto la luce dei proiettori ci sarà ora la chalga come scelta culturale!

La musica etnopop come scelta culturale

Nella cultura bulgara degli ultimi due decenni la musica etnopop è simbolo di una cultura diffusa, di massa e popolare. È per questo che in una prima fase ha ricevuto l’etichetta di “folk” - il folk non è la canzone folclorica, non è la musica popolare, bensì un musica del e per il popolo. Una musica del popolo alla bulgara e alla balcanica, vale a dire non tanto occidentale, quanto piuttosto orientale; non tanto europea, quanto piuttosto "levantina".

Una delle più importanti valenze culturali della chalga è la sua funzione di simbolo, di risorsa per un'identità di gruppo, di scelta culturale. Questa scelta riflette i processi di costruzione dell'identità culturale e nazionale bulgara tramite la differenziazione e il rigetto di ciò che non è desiderato, dell'altro, dell'estraneo. Secondo lo storico Rumen Daskalov, l'immagine che i bulgari hanno di ciò che è altro e non desiderato è quella della cultura e della civiltà turco-orientale, imposta con la forza, collegata a cinque secoli di dominio politico straniero. Noi, bulgari moderni, continuiamo a desiderare di essere non turchi, non musulmani e non orientali. Allo stesso tempo, oggi come un secolo fa, l’intera nostra cultura può essere considerata come un’area marginale e intermedia, al confine tra l'europeo e il levantino, l'orientale e l'occidentale. Per alcuni gruppi e discorsi sociali domina ciò che è europeo, per altri è determinante l’orientale nella sua variante balcanica. In condizioni di liberalizzazione e democratizzazione, di libero mercato dei media e dell'industria culturale, le masse scelgono una musica di massa, popolare, nostra: la chalga. I suoi tratti determinanti sono il godimento spensierato secondo i canoni balcanici, l’erotismo, una sensualità e una leziosità di stampo orientale, le sinuosità e la libertà voluttuosa della danza del ventre, che in bulgaro viene chiamata kjucek.

Che tipo di scelta culturale? Le possibili risposte a questa domanda vanno, nel complesso, in un’unica direzione: avanti, verso l’Europa o indietro, verso il Levante, a Oriente. Le élite politiche, economiche e culturali bulgare scelgono l’Occidente. Le masse bulgare, come cittadini che votano (elettorato), sembrano fare la stessa scelta. Ma in termini di cultura popolare e di musica della festività e del divertimento scelgono esattamente l'opposto: l'Est e il levante, la chalga. I suoni del coro nazionale femminile "Mistero delle voci bulgare" continuano a essere preferiti all'estero, dagli europei, mentre in Bulgaria i bulgari, nuovi europei ma ancora balcanici, continuano a preferire la chalga. È per questo che la guerra culturale continua. “Ci hanno accolto [nell'Unione europea], ma non abbiamo una mentalità europea, bensì ancora orientale e asiatica...", ammette amaramente un noto drammaturgo bulgaro (Hristo Bojcev), indicandone i tratti caratteristici: sporcizia, cani randagi, sudiciume, levantinismo, sciatteria, imprecisione... Un altro intellettuale, un regista (Tedi Moskov), che all'estero ha ottenuto altrettanto successo del suo collega citato sopra, stila un elenco semantico di ciò che non è europeo ricorrendo all'onnipresente chalga: chalga-cultura, chalga-politica, chalga-stato, chalga-gente - aggressività, insipienza, privato invece di civile, orientale invece di occidentale...

Vi è tuttavia un osservatore esterno che ha un'altra opinione della chalga come scelta culturale e della sua relazione con ciò che è orientale e ciò che è europeo. Per l'etnomusicologo americano Timothy Rice la chalga è un nuovo genere che simboleggia una nuova era per la Bulgaria. La chalga amplia i confini dell'identità bulgara, ponendosi contro ciò che è puro e monoetnico. La chalga, come discorso pubblico tollerante, supera le limitazioni poste dal nazionalismo. Di conseguenza, la chalga può essere interpretata come portatrice di valori europei! Un’opinione che non sembra condivisa dai partecipanti bulgari al dibattito sulla chalga e sulle scelte culturali, che continuano ad articolare con passione repulsioni e vergogne, a costruire fronti...

Oggi, in un ambiente musicale-intonativo in via di globalizzazione e in una situazione postmoderna che dovrebbe essere degerarchizzante, l'epica guerra culturale bulgara continua. E se nella mitica guerra troiana la causa era la bella Elena, nella guerra culturale bulgara la causa è la chalga, considerata da molti brutta, ma che comunque affascina. Perché?

Il disgusto si moltiplica

La guerra culturale continua. E anche le motivazioni nascoste, ormai fattesi evidenti, continuano a sopravviverle. Un culturologo bulgaro (Aleksandar Kjosev), per esempio, ha visto nella scelta culturale che si costituisce contro l’Europa e l’Occidente l’espressione di una resistenza agli stereotipi negativi sui Balcani, l'espressione di una "strategia controculturale", e ciò sia nella musica etnopop dei Balcani (la chalga) sia in quelle musiche che vengono proposte in una confezione di alta cultura (gli etno-collage di Goran Bregovic). Lo stesso analizzatore, tuttavia, non può accettare il fatto che il centennale progetto illuminista bulgaro sia fallito e che non l’intelligencija nazionale, ma la chalga sia oggi decisiva per la formazione di norme e gusti. Riconosce di essere spiazzato dal fatto che i bulgari intelligenti odiano la chalga e gli stranieri no, e per questo si schiera con la piccola fazione antichalga che urla con irriflesso disgusto: “La chalga non ci rappresenta!".

A quella che un tempo era una ripugnanza principalmente estetica si sono ormai aggiunti nuovi ideologemi. Anche in passato le élite intellettuali hanno respinto la musica etnopop come scarsamente artistica, kitsch e volgare. Negli anni ’90, professori, dirigenti d’orchestra, compositori e studiosi di musica provenienti dagli ambienti della musica classica, nonché cantanti e compositori di musica popolare, la hanno continuamente respinta con una retrograda altezzosità estetica. Ma non si tratta solo di un rifiuto adorniano della cultura di massa. È la reazione di una casta professionale contro l'offesa agli ideali di serio, bello ed elevato e allo stesso tempo una lotta per il prestigio sociale e per il controllo di posizioni su mercato. Quest’ultima motivazione risulta particolarmente evidente sul fronte di guerra tra la chalga e la musica leggera nella seconda metà degli anni '90. Una delegazione di esponenti della musica leggera si è incontrata con il ministro della cultura per richiedere un sostegno dello stato contro la chalga: imporre su quest'ultima un'imposta i cui introiti avrebbero dovuto essere destinati agli aiuti all'arte seria; approvare una Legge sulla cultura bulgara tale da evitare che ai bambini venissero insegnate volgarità. È stata perfino lanciata l’idea di vietare la chalga dall’alto con metodi burocratici. Un compositore ha lanciato lo slogan: “Alle prossime elezioni voterò per la forza politica che vieterà la chalga”. Anche in questo caso si possono cogliere interessi politici ed economici. Gli intellettuali hanno naturalmente i loro motivi per opporre un rifiuto, ma lo fanno non su un piano intellettuale, cioè problematizzando la questione, bensì in modo valutativo e dichiarativo. E totalitario: c’è la chalga, c'è il problema, non c'è la chalga, non c'è più il problema (parafrasando Stalin).

La lotta contro un fenomeno musicale volgare e privo di gusto non viene condotta solo da posizioni estetiche. La volgarità è del popolo, delle masse, dei proletari deformati dal fallito esperimento socialista e degli ex contadini. Per un noto musicista rock, il folk ricorda le manifestazioni e le celebrazioni totalitarie. “I Rolling Stones contro 100 flaccide gaidi”, così suonava il titolo di un articolo di giornale, nel quale la guerra contro la chalga veniva accomunata alla guerra contro ciò che è di sinistra, sia nelle élite politiche che nei gusti del pubblico. Mentre a Praga i Rolling Stones venivano accolti come eroi nazionali, perché per milioni di cechi simboleggiavano il modello occidentale, in Bulgaria i governanti preferivano la musica simil-folk che alimenta l’ostilità nei confronti dei turchi e della democrazia. La chalga è stata sfruttata nell’arena elettorale da parte dei socialisti come un'arma per unire l'elettorato con falsi messaggi chalga come quelli trasmessi dalla canzone "Cento mercedes": il miraggio del benessere. Alla fine degli anni '90 la chalga veniva stigmatizzata come la musica dei “tipici comunisti”. Durante il 2007 sono stati spesi fiumi di inchiostro contro la partecipazione della star della chalga Azis (che si è costruito un'originale immagine basata su provocazione omo e trans) alla campagna elettorale dei socialisti e per denunciare la perversa depravazione della vita politica bulgara.

Cerchiamo ora di andare a vedere come sono disposte le forze sul fronte che attacca la chalga da destra: la sinistra al potere sfrutta la chalga per deviare l'attenzione dai problemi reali (corruzione, criminalità organizzata, sanità, educazione, cultura, pensioni e redditi bassi, povertà). La chalga è una metonimia politica: sostituisce i problemi reali con un'immagine artificiale, in cima alla quale viene posta una stella a cinque punte. Le manovre difensive-offensive della sinistra possono invece essere riassunte come segue: la chalga, attraverso immagini come quella della star Azis simbolizza l’eguaglianza di possibilità - un rom, omosessuale e che si veste da donna è più popolare di molti intellettuali di destra. Simbolizza la possibilità di ottenere successo in una società irrigidita e conservatrice puntando unicamente sulla propria differenza. Il rom e cantante chalga Azis sarebbe quindi in realtà una figura europea di primo piano e attuale. La sinistra è più moderna della destra, non ha pregiudizi ed è autenticamente europea.

Non è da ieri che nel nostro paese c’è la chalga. Può anche non essere puramente bulgara ed esteticamente elevata, ma è spontaneamente nostra, dei Balcani. Porta nomi differenti (rebetika e laika in Grecia, musica novokomponovana e turbofolk in Serbia, chalgija e folk in Macedonia, orientala e manele in Romania, arabesk in Turchia), ha attraversato diverse fasi - ascese e cadute, eclissi di luna e di sole... E non è da ieri che nel nostro paese si svolge una guerra contro la chalga. Nonostante i tentativi di pulizia estetica ed etnica, di discredito politico, di sterilizzazione dei suoi attributi, la multiforme chalga dei popoli balcanici si riproduce, si inserisce nei nuovi contesti di europeizzazione e di “westernizzazione”, si impianta in una partitura musicale globalizzata. Grazie forse al fatto di possedere gli anticorpi del tradizionale e del premoderno, riesce a resistere anche alla sindrome della postmodernità di provenienza globale. La chalga dimostra una grande vitalità, contrariamente a quanto avevano previsto i suoi nemici, secondo i quali, a differenza dell’altra musica (folclore, pop, jazz, art), l’etnopop sarebbe rimasto provinciale e destinato unicamente al consumo interno. L'anno scorso le televisioni chalga bulgare Planeta, Fen TV e Balcanica hanno conquistato i Balcani: le si può guardare ormai in Albania, Macedonia, Croazia, Romania, Slovenia, Serbia, Montenegro, Moldova, Ucraina... E la chalga non è più la stessa: cerca convergenze con l'etno-fusion, con la musica dance. La perla rom Sofi Marinova canta con il rapper Ustata e fa qualcosa tra R'n'B, latino ed etnopop, mentre la star del folk Anelija canta con l’icona pop Miro dei Karizma e la stella chalga Kali ultimamente dà la preferenza agli etnoesperimenti con la musica indiana. Azis da parte sua è impegnato in una gara di marketing per doppiare a più riprese gli altri musicisti pop e l'americano Mike Johnson ha lasciato il gospel e il soul per venire in Bulgaria a cantare insieme ad Azis, Ustata e altri ancora. Tutto è chalga? Non solo... anche la chalga può essere tutto.

Perché allora continua a essere un tema scottante? Perché prosegue la guerra culturale?

La chalga si evolve, matura, alimenta gli “strati bassi” della cultura, mentre quelli alti che la considerano un problema rimangono attaccati alla propria negazione. L’immaturità del discorso negativo sulla chalga è sintomatica. La furiosa intolleranza è il segno di una carenza di cultura. Di una bassa capacità di distinguere. È il frutto dell’impotenza delle élite culturali che continuano a ripetere slogan sul dialogo interetnico e sul pluralismo culturale, lasciando cadere dall'alto una scelta di civiltà. È una sublimazione dei complessi dell’intelligencija, che invece di effettuare una psicoanalisi del Potere, della sua arroganza e del suo erotismo, cerca l’aiuto di questo stesso Potere nella sua lotta contro la chalga.

Sì, la chalga può essere oggetto dei più negativi strali dei critici-terapeuti: AIDS dello spirito, pattumiera socioculturale, immagine della metà oscura e vergognosa della cultura. La chalga può essere immaginata anche positivamente come panacea contro i costrutti ideologici, come un vaccino contro il pensiero autoritario e i residui di paure culturali, un viagra contro l’impotenza creativa, una medicina omeopatica contro la mancanza di tolleranza e di dialogo. Non è ne l'uno né l'altro. La musica non fa che confermare ciò che già esiste nella società e nella cultura, dice John Blaking. Apriamo quindi il vademecum della chalga e continuiamo a leggere la transizione nei suoi suoni e nelle sue immagini, e ancor più nei relativi commenti. La transizione continua a essere traumatica, non solo perché "il socium ci irradia come Cernobyl" (per usare le parole dello scrittore Georgi Tenev). Non solo a causa della radioattiva chalga. Ma forse anche a causa di noi stessi, drogati di costrutti intellettuali, di ideologemi, di pregiudizi, di alienazione, divisi gli uni dagli altri, lontani da noi stessi.

Se riuscissimo a vivere la chalga normalmente, seduti a uno dei nostri tavoli di osteria balcanica, con un bicchiere nella mano e battendo il ritmo con i piedi, forse ci sarebbe meno doloroso diventare più saggi. È vero, nei tomi voluminosi si continua a scrivere: chi accumula saggezza, accumula dolore. Ma in un altro libro sta scritto anche che i poveri di spirito sono beati!

Traduzione dal bulgaro di Andrea Ferrario
 




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