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Bulgaro
     
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 Ho vissuto il socialismo 
di AA.VV.

da “Ho vissuto il socialismo” (“Аз живях социализма”)
a cura di D. Ivanova, G. Gospodinov, K. Manolov, R. Petrov, Sofia, 2006

IL ROBOT MASSAGGIATORE

Da bambino passavo le vacanze a Kazanlak, dalla nonna e dal nonno. Frequentavamo il bagno pubblico della città, costruito accanto al vecchio bagno turco. Cinque o sei zingari massaggiatori, raggrinzati dall'umidità, si occupavano dell'igienizzazione della popolazione. Gli davamo i nostri tagliandi, loro li appiccicavano sulla parete umida alle loro spalle e ci chiamavano quando veniva il nostro turno. Poi con grande cura, fino a fare male, ci fregavano le spalle e dopo una scudisciata finale con il guanto di tela infilzavano su un chiodo il tagliando del cliente servito e chiamavano quello successivo.

All'inizio degli anni settanta, durante una vacanza estiva, sono rimasto sorpreso dalla presenza di qualcosa di nuovo nel bagno pieno di vapore e rimbombante. I massaggiatori se ne stavano sempre seduti uno di fianco all'altro, ognuno accanto alla propria vaschetta di pietra e con una serie infinita di tagliandi alle spalle. Di fronte a loro però c'era un robot-massaggiatore. Era fatto di un metallo brillante, evidentemente inossidabile, e aveva due braccia: su di uno si doveva infilare il guanto di tela e sull’altro la spugna. Mentre nella zona dei massaggiatori scorreva una fila di clienti e risuonavano le scudisciate e le chiamate del numero di turno, intorno al robot stranamente c'era il deserto. Nella mia immaginazione infantile aveva l'aspetto di uno strumento dell'inquisizione e solo il cartello che indicava agli interessati di infilare il guanto di tela e la spugna nelle sue braccia lo collegava in qualche modo al bagno pubblico.

Per tutto il tempo in cui il robot è rimasto nel bagno (se non sbaglio, almeno due anni), non ho visto nessuno abbandonarsi ai suoi abbracci. Ho sempre pensato che non ci sarebbe mai stato nessuno tanto coraggioso da volere provare la forza del suo sfregamento. In realtà c’erano state delle persone così spericolate. Ed era venuto fuori che il robot non sfregava altrettanto forte dei bagnini. Per i pori l’effetto era inesistente.

Molto tempo dopo che la gente aveva ormai smesso di notarlo, il robot-massaggiatore è sparito. Presumo che sia stato frutto di qualche iniziativa di razionalizzazione generata da una mente ingegneristica dello stabilimento “Hidravlika” di Kazanlak. Il robot comunque non è riuscito a conquistare i clienti della brigata di bagnini. Con la sua simpatica assurdità e la sua silenziosa e rassegnata morte, sembrava essere l’ultima eco di quella volontà di acciaio intenzionata a modernizzare la vita che venti anni prima, durante gli anni cinquanta, avrebbe messo in riga davanti a sé non solo tutti i bagnanti, ma anche i massaggiatori.

Borislav Skocev, Kazanlak
 

UNA PASSEGGIATA PRIMAVERILE 

La maggior parte dei bulgari della mia età afferma di essere troppo giovane per ricordarsi il comunismo o comunque per interessarsi di questo tema. I nostri ricordi di quell’epoca sono in qualche modo sconnessi e irreali, sono avvolti nel contesto di grigiore impersonale e di abbandono dei casermoni di cemento, che ha spinto i giovani (come me) a fuggire all’estero.

Ci sono però cose che nessuno venuto al mondo all'epoca del socialismo, o dopo di essa, ha il potere di dimenticare o di cancellare. Il fatto che non ce le ricordiamo o che non ci sia chi ce le ricordi, non fa che renderle ancora più terribili...

Uno dei primi ricordi della mia infanzia è collegato al complesso abitativo Pavlovo, situato ai piedi del monte Vitosa, dove i miei genitori vivevano in affitto in un piccolo appartamento a mansarda. Ancora oggi mi ricordo il gorgoglio del fosso che passava attraverso il quartiere e il verde dei prati vicini, sui quali mi piaceva correre.

Un giorno stavo facendo una passeggiata lungo un sentiero di montagna insieme a mia madre quando ci è venuta incontro una donna anziana. Non ho capito di cosa si sono parlate, ma subito dopo mia madre mi ha afferrato per le mani e mi ha portato in fretta a casa. Un anno dopo abbiamo traslocato in una casa prefabbricata lontano dal Vitosa e dai rigogliosi prati. Molto tempo dopo mia madre mi ha spiegato il significato di questo mio ricordo d'infanzia. L'anziana donna era la madre di un soldato, dal quale era venuta a conoscenza di un segreto che i nostri governanti non avevano ritenuto opportuno rendere pubblico. L’erba rugiadosa sulla quale mi piaceva tanto correre era pericolosa! Era l'aprile del 1986. 

Oggi frequento il secondo anno del corso di laurea in Scienze dell'Ambiente all'Oberlane College, nello stato dell'Ohio. Quello di cui sono venuto a conoscenza qui riguardo alla catastrofe di Cernobyl mi ha fatto tornare dolorosamente alla memoria la menzogna che pesa sulla coscienza dei nostro governanti dell'epoca socialista. I miei viaggi mi hanno portato a incontrare anche giovani della mia età provenienti dall'ex blocco socialista, che risentono direttamente della tragedia. Ahimè! Anche la mia generazione ha un legame con l’epoca del socialismo, che si trova ancora in fase di semidecomposizione all'interno dei nostri corpi. Per questo dobbiamo ricordare.

Apostol Dinkov, 21 anni, studente universitario, Ohio, USA


IL RIBATTEZZAMENTO

Il mio vero nome è Recep. Recep in turco significa “dicembre”. Sono nato a Dlazka poljana, comune di Antonovo. Sono cresciuto insieme ai bambini bulgari miei amici. In tutto il villaggio eravamo l'unica famiglia turco-zingara. Mio padre è zingaro, mentre mia madre è turca. Da bambino frequentavo i bulgari della mia età, i miei amici erano per la maggior parte bulgari. E gli adulti ci rispettavano.

Io mi considero principalmente zingaro. E non me ne vergogno, è così che mi sento, perché parlo zingaro-turco.

Nel 1978 mi sono trasferito a Gorna Orjahovica, dove ho lavorato fino al 1984, quando ci hanno ribattezzato. Mi ricordo che è venuto il caporeparto e mi ha detto: "Recep, ti dobbiamo ribattezzare, scegliti un nome”. E io gli faccio, e com’è che mi ribattezzi tu, se mia madre mi ha già dato un nome? Eh, bisogna farlo, lo stato e qualcos'altro, non mi ricordo, la legge... altrimenti le cose si mettono male... Fa quello che vuoi, gli dico, io non mi ribattezzo. E quando è venuto il momento dello stipendio, non mi hanno dato lo stipendio. Sono arrivati dei poliziotti, uno mi ha anche messo le mani addosso, ha cominciato a insultarmi, a offendermi. Hanno cominciato a picchiarmi, io ho colpito uno di loro e loro mi sono saltati addosso, mi hanno riempito di così tante botte con i manganelli e prendendomi a calci, mi ricordo, che per almeno 12 giorni sono rimasto a letto avvolto in una pelle. Dopo di che, passati due o tre mesi, ci siamo riuniti in famiglia e abbiamo deciso quale cognome scegliere, mio padre ha detto: devo chiamarmi Angel, in qualche modo deve essere simile, perché lui si chiama Ahmed, doveva scegliersi un nome come Angel, che comincia con la “A”. A me il caporeparto Koljo Kostadinov, che era una persona simpatica, ha detto: scegliti tu un nome. Dai, ha detto, ti chiameremo Ivan, non so se lo ha scelto perché era Ivanovden (il "giorno di Ivan", in cui si festeggiano le persone che portano tale nome - N.d.T.). E così mi hanno ribattezzato. E anche i miei fratelli. Come cognome abbiamo scelto quello di Ivanov. Mia madre si è ribattezzata Anka, prima era Ashime. E anche i miei fratelli: Angel, Sabi, Rumen... Sono stati loro a scegliersi i nomi, non c’era alternativa, bisognava sopravvivere, altrimenti che ognuno se ne torni da dove è venuto, dovete sparire entro 24 ore... Insomma, con la forza. Magari senza nemmeno il tempo di fare le valigie. Funzionava così. Una roba orrenda.

A quei tempi ero a Gorna Orjahovica. C’erano i colleghi, non erano d’accordo, ma se ne stavano zitti, avevano paura. Si limitavano a schioccare le labbra, così, non è bello che li trattino in questo modo. I miei amici, i bulgari, quando ci trovavamo dicevano: è inaccettabile, come possono farlo, sei nato con questo nome, e adesso dobbiamo chiamarti con un altro... Ma a poco a poco ci si abitua... Non mi chiamavano Ivan. Quando lavoravo là mi chiamavano Recep. Ma dopo, quando ho cambiato lavoro e mi sono trasferito a Elena, mi hanno insegnato a farmi chiamare Ivan. E ormai sono qui a Elena da 25 anni, tutti mi conoscono come Ivan. Dovunque vada, mi conoscono come Ivan.

Nel 1989 non ho accettato di riprendermi il mio nome, perché ho capito che un solo vento soffia su di noi, bulgari, turchi e zingari, indipendentemente da chi si trovi in alto. Ho capito che il pane è uguale per tutti. Che chiamarsi Ivan o Hasan non ha importanza... E poi in qualche modo ho capito che quel nome mi stava bene, era fatto per me. Non tutti possono chiamarsi Ivan. Altrimenti, tutti e due i nomi mi piacciono. I miei genitori sono morti. Mio padre è morto un mese e mezzo dopo quella roba, il ribattezzamento, forse per il dispiacere. Mia madre lo ha seguito 2 o 3 anni dopo. Le persone più anziane prendono le cose in modo diverso. Lui, mio padre, era nato nel 1910, cambiargli il nome, trasformarlo da asino in cavallo, era duro riuscirci... Hanno fatto fatica ad accettarlo. I giovani un po' meno, ma era lo stesso difficile... C'era una certa divisione tra i turchi e i bulgari, a causa dei nomi... C'era, per così dire, della tensione. Eh, se era qualcuno che ti conosceva era un po’ diverso, ma se si trattava di qualcuno che non ti conosceva... ti guardavano un po'... anzi, non un po', ma decisamente male... Ho sentito molte volte dire che "la ruota gira, voi ci avete ribattezzato e ora è venuto il nostro turno" e simili storie da sbevazzoni, come quando ci si ubriaca... che li possano fottere, certe storie... lo ho sentito dire un bel po' di volte, ma non dai miei amici, da gente più tronfia... C'era molta gente tronfia. Anche la politica andava contro le minoranze.

È da allora che l’economia del paese ha cominciato a peggiorare, è da allora che è cominciata la disoccupazione... Il paese ha cominciato a naufragare davvero proprio allora.

La mia vita ha cominciato a farsi più insicura. Sono diventato forse anche più cattivo. Non ci sono più persone capaci di capirti. Queste piccole mafiette di villaggio, tutti si comportano come chissà chi. Bisogna di nuovo essere messi sotto i piedi da qualcuno.

Ivan Ivanov, 45 anni, operaio semplice, Elena
(testimonianza raccolta da Diana Ivanova, luglio 2005)


IL PAPÀ DEL MIO PAPÀ

Racconterò una storia di famiglia.

Da bambino avevo un nonno e una nonna. Erano gente semplice. In pratica, dei contadini. Eh, del villaggio di Slatina, che dal 1950 e non so quale anno è un quartiere di Sofia. Erano più degli sciopi [contadini dei dintorni di Sofia - N.d.T.] che dei sofioti. Non li chiamavo nonno Vasil e nonna Trajanka, ma solo nonna e nonno. Non so se ne fossero dispiaciuti. Probabilmente era così! Io ero bambino e correvo per le polverose o fangose vie "sofiote". Per me era facile, nonna e nonno. Gli altri bambini avevno due nonne e due nonni, e io avevo solo... la nonna e il nonno.

Diventavo più grande. Sono cresciuto. Le scuole elementari e medie sono passate in un attimo, poi è venuto l’istituto tecnico. Il nonno è morto. Dopo di lui anche la nonna.

Finita la scuola, ho cominciato il servizio militare. Durante la leva mi hanno mandato ai corsi di addestramento per 6 mesi. E anche questo periodo è passato. Ci preparavamo ad andare ciascuno nel proprio distaccamento. Il nostro caporale preparava i documenti. A un certo punto ci ha proposto: volete leggervi il vostro profilo? Non so perché, ma io ho detto che sì, volevo. Non è stato un presentimento o un dubbio, semplicemente cominciavo a sentirmi un uomo. Provavo una strana sensazione, mi davano un fucile e sembravano contare su di me. Volevo sapere chi ero, come ero e se davvero si contava su di me. Penso che ogni uomo a un certo punto se lo chieda.

Lo ho letto. Circa 2 pagine. La prima riguardava quasi per intero mio nonno. Ma non mio nonno Vasil, bensì il mio nonno che era il papà del mio papà. Poi si scriveva del papà. Si parlava anche di me. Un bravo ragazzo, prende parte alle brigate del lavoro (penso che si riferissero a quelle di caseggiato), un buon allievo. In tutto nel mio profilo c'erano 4 righe su di me. Ma sì, magari arrivavano anche a 8.

Lo raccontai a mia madre e a mio padre, non appena li incontrai. Non gli ho fatto domande. Mi sono limitato a raccontargli.

Il tempo passava. Il 1989 è giunto quando ero studente. Ci sono stati i cambiamenti. L'anno dopo il papà ha preparato la nostra moskvich, siamo saliti tutti e quattro e siamo partiti. Ci siamo diretti verso Belene. Lungo la strada il papà raccontava. Raccontava di mio nonno (il papà del mio papà) e di mia nonna (la mamma del mio papà).

A Belene si stava svolgendo un incontro di vittime delle repressioni e dei loro discendenti. Ci hanno lasciato andare sull'isola di Persin. Al ritorno siamo passati attraverso il lager vicino a Lovec.

Ora so di avere due nonni. E due nonne. Il papà aveva taciuto. Mi immagino come si fosse sentito quando la mia maestra di educazione civica lo aveva convocato e lui mi aveva pregato di non fare molte domande davanti a lei. Sulla logica della società. E sulla giustizia.

Ho due figli. Un bambino e una bambina. Una volta gli ho raccontato di mio nonno (il papà del mio papà).

Il maschio si è messo a piangere e mi ha chiesto se di fronte alla nostra casa si fermerà una jeep per portarmi via.

Plamen Simeonov, 39 anni, specialista informatico, Sofia
 

Traduzione dal bulgaro di Andrea Ferrario




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