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 TZVETAN TODOROV: "IL BENE E' DA CERCARE, NON DA IMPORRE" 
Intervista di Giampaolo Carbonetto
Una stanzetta disadorna, con in mezzo un tavolo ricoperto con un panno verde. Forse non è l'ambiente migliore per rompere il ghiaccio e affrontare un'intervista tra due persone che non si sono mai viste, ma con Tzvetan Todorov problemi non ce ne sono: un minimo di rigidità nei consueti convenevoli e poi, quando cominciamo a parlare dei suoi argomenti preferiti, appare un dolce sorriso che ci accompagna durante tutto il dialogo.

- Lei definisce il Novecento "secolo tragico", altri lo hanno definito "secolo breve", collocando il suo inizio nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, e il suo termine nell'89, al crollo del muro di Berlino. Non ritiene che sia, invece, un secolo lungo che proietterà la propria tragicità nel futuro?

"Il futuro non si può prevedere e, quindi, non so quale sarà l'impatto di questo secolo importantissimo in cui l'umanità è cambiata molto più che negli altri secoli. Posso dire che l'Europa è stata scena della tragica esperienza dei totalitarismi che oggi sembra finita".

- Nel suo Memoria del male, tentazione del bene, alle analisi generali lei accosta una galleria di pochi uomini esemplari. Questa scelta rivela forse un certo pessimismo nei confronti di una specie umana che riesce a riscattarsi e a crescere soltanto grazie all'eccellenza di pochi?

"È vero che per me lo spirito dell'umanità si manifesta più nelle azioni dell'individuo che in quelle della collettività. Ma non penso che non si possa fare nulla collettivamente perché è la società che assicura le condizioni favorevoli senza le quali l'uomo non può progredire. Diciamo che la società deve favorire il miglioramento dell'individuo, ma non deve produrlo. Insomma, sono ostile all'idea di un paradiso terrestre".

- Lei dice che la "tentazione del bene" fa sì che gli uomini lo cerchino con ogni mezzo, anche a costo di seminare violenza e morte. Si tratta, quindi, di un elemento di forte negatività che, però, sembra connaturato a ogni fede che può avere in sé quei germi che portano al fondamentalismo e alla cosiddetta "guerra santa" condannata unanimamente da tutte le religioni ad Assisi. C'è un modo per capire e soprattutto per far capire di avere raggiunto quel limite oltre il quale il bene diventa male?

"La tentazione del bene è la certezza di possedere il concetto di bene, di vederlo incarnato in noi e di volerlo imporre con la forza agli altri. La religione non è poricolosa in se stessa, ma lo diventa quando si unisce al potere temporale. Purtroppo lo si è visto spesso nella storia: ha fatto molto più male la tentazione del bene che quella del male".

- In questo senso acquista maggiore significato anche la sua dedica a Germaine Tillon che "ha saputo attraversare il male senza prendersi per un'incarnazione del bene"...

"Germaine Tillon è una donna che oggi ha 94 anni ed è per me il più bell'esempio di chi cerca il bene senza pensare di possederne il segreto e di imporlo. In tutti i campi ha portato avanti la sua azione pensando solo a quello che era giusto. Quindi io sono ostile all'integralismo: non voglio fare distinzioni fisse tra quello che è bene e quello che è male"

- Recentemente Richard Holloway, vescovo di Edimburgo, ha provato a percorrere la strada di un'etica svincolata da Dio, quasi razionale e parzialmente positivista. Per fare ciò si è basato sul concetto di danno. Lei ritiene sia una strada percorribile?

"Non mi posso pronunciare su quanto sostiene Holloway perché non l'ho letto, ma per me l'etica non è razionalista perché la ragione può servire tutte le cause, in quanto tutti sono capaci di argomentare le proprie decisioni. Sia Bin Laden, sia Bush appoggiano con la ragione le proprie scelte, ma ci sono anche degli altri valori da tener presenti; per esempio, quello della pace è largamente superiore a quello della guerra. Insomma, direi che non si tratta di ragione, ma di volontà".

- Quindi lei ritiene che la morale possa essere indipendente dal concetto di fede?

"Assolutamente sì".

- Ralph Dahrendorf, analizzando la tendenza dell'ultima parte del XX secolo si domanda dove finirà la democrazia che appare scavalcata dalla globalizzazione, sopraffatta dal marketing politico, impantanata tra apatia elettorale e anarchia di piazza, paralizzata tra il decisionismo legato al sistema elettorale maggioritario e l'immobilismo causato da quello proporzionale. Se si ipotizza la nascita di una nuova democrazia, non è che ci si potrà arrivare soltanto dopo un periodo di nuovo totalitarismo, magari meno violento, ma non meno disumanizzante di quelli passati?

"Per me il concetto di totalitarismo ha un contenuto storico abbastanza preciso e ben definito e quindi resisto alla tentazione di vederlo apparire dappertutto e in ogni circostanza, ma sono d'accordo che la democrazia, così come la sogniamo, è minacciata dalle derive di molteplici nature. Forse non si tratta di derive totalitaristiche in senso stretto, ma certamente non sono meno pericolose. Al termine del mio ultimo libro ne faccio un elenco che però è incompleto. Per esempio, non parlo della scomparsa del pluralismo che è una minaccia che pesa tantissimo sulla società di oggi. E per pluralismo non mi riferisco soltanto alla necessità di avere mezzi d'informazione diversi, ma anche, per esempio, l'imprescindibilità di avere una separazione netta del potere economico da quello politico e del potere politico da quello mediatico".

- Ne La conquista dell'America lei si è concentrato soprattutto sul problema del contatto con l'"altro" che in quel caso era facilmente individuabile e determinabile. È un problema che durante la storia dell'umanità ha continuato e continua a ripresentarsi anche se le differenze spesso sono così sfumate da essere inessenziali. Questo deriva forse da una voglia di semplificazione che porta a far perdere i valori dell'individuo per mettere in rilievo soltanto quelli dei gruppi?

"Io credo che bisogna riconoscere che fino a un certo punto siamo tributari delle nostre appartenenze collettive, soprattutto nelle società tradizionali. Ma anche che l'individuo riveste un'importanza fondamentale. Oggi a Parigi, dove io vivo, il fatto che sia bulgaro di nascita non è importante. Io sono essenzilmente l'individuo che ho prodotto da me stesso, con la mia identità e la mia ragione. E per arrivare a ciò c'è stata una disponibilità della società, ma soprattutto un impegno mio".

- Lei è nato come critico letterario e studioso di semiotica. Come mai poi ha indirizzato decisamente i suoi interessi verso l'analisi storica?

"La spiegazione è che io ho vissuto in Bulgaria i miei primi 24 anni e dunque, quando sono arrivato in Francia, in me era ancora molto forte la coscienza che si era formata sotto il regime comunista e l'esigenza che sentivo era di separare il mio lavoro dall'ideologia, dalla storia e dalla società proprio perché in Bulgaria tutto ciò era unito, normalizzato. Ma dopo una decina d'anni, verso la fine degli anni Settanta, ho voluto allargare il mio interesse anche alla società e alle persone che mi circondavano e mi sono sentito libero di farlo".

Fonte: Messaggero Veneto - 26 Gennaio 2002



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