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 Letteratura - Tzvetan Todorov - Dopo l'11 settembre 
di Tzvetan Todorov
Per noi, europei del XX secolo, il vecchio ordine mondiale, quello del secolo scorso, si basava sulla rivalità tra due superpotenze, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, una rivalità fondata a sua volta sulla contrapposizione tra due sistemi politici e ideologici, la democrazia e il comunismo totalitario. A seguito della cosiddetta caduta del Muro, e dunque della fine di questa spartizione, forse un nuovo ordine sta per instaurarsi. Gli attentati terroristici alle Torri Gemelle di New York e a Washington, l'11 settembre 2001, hanno apparentemente introdotto un elemento inedito e confuso a loro volta le carte. Ma, in cosa consiste esattamente la novità?

Si potrebbe innanzitutto vedere in quali aspetti questa azione terroristica non costituisce una novità assoluta. Si avrebbe torto a volerci vedere l'inizio di una nuova era, dove lo scontro di civiltà andrebbe a sostituirsi alla lotta ideologica che ha dominato il XX secolo. I protagonisti del conflitto in corso possono essere interessati a presentarlo sotto questa veste per garantirsi l'adesione dei loro popoli: guerra santa islamica per gli uni, crociata cristiana per gli altri. Ma non bisogna prendere le loro dichiarazione per oro colato. Non tutto l'Islam è guerriero, non più di ogni cristianesimo e, chiaramente, non tutte le cause delle guerre sono di natura religiosa. Gli attentati non rappresentano in primo luogo un nuovo attacco della barbarie alla civiltà, o dell'oppressione contro la libertà, o del male contro il bene: questi termini con una forte valenza mobilitatrice hanno allo stesso tempo una scarsa valenza descrittiva. Le guerre sono sempre state condotte in nome di ideali nobili e lo stesso fanatismo appartiene a tutti i tempi. Il terrorista dell'uno, lo sappiamo fin troppo bene, è il combattente per la libertà dell'altro, un potenziale capo di Stato. Prima di prendere il potere, le milizie sioniste in Palestina erano terroristi, come anche il Fln in Algeria, l'Anc in Sudafrica, i mujaheddin in Afghanistan o l'Uck in Jugoslavia.

E non si può considerare una novità il fatto che degli esseri innocenti - la popolazione civile - siano state le vittime dell'attacco come "danni collaterali": non soltanto è questo il caso di tutti gli attacchi terroristici, basti pensare all'Algeria o al Paese Basco spagnolo; ma anche attacchi americani hanno colpito la popolazione di più di un paese in diverse occasioni. Qui basti ricordare Belgrado e Baghdad, Panama e Guatemala, Hanoi e Phnom Penh, Hiroshima e Nagasaki... La novità, qui, è ben definita. Consiste nel fatto che la popolazione degli Stati Uniti si è unita allo stesso destino degli altri Stati del mondo: può diventare, da un giorno all'altro, oggetto di un attacco esterno.

La principale novità evidenziata dagli attentati del 11 settembre sta, a mio avviso, nell'aumento della potenza di singoli individui o di gruppi di individui. Prima d'ora, soltanto uno Stato, uno tra quelli più potenti, era in grado di organizzare un'azione tanto complessa; questa volta, essa è stata opera di una quindicina di persone. Questa situazione lascia intravedere la possibilità di sviluppi ancora più drammatici. Questi stessi individui potrebbero procurarsi armi di distruzione di massa (chimiche, biologiche o, perché no, nucleari). Al giorno d'oggi, il progresso della tecnologia rende la loro fabbricazione accessibile a gruppi privati. Allo stesso tempo, queste armi costano sempre meno e la miniaturizzazione permette di trasportarle con più facilità.

È come se il mondo immaginato non tanto tempo fa da George Orwell, quello in cui si scontravano immensi imperi totalitari, avesse lasciato il posto allo scenario in cui si muovono i nemici di James Bond nei romanzi di Ian Fleming: l'impero trema questa volta davanti alle imprese di un miliardario megalomane che, dalle sue grotte sotterranee, spedisce aerei suicidi contro le grandi città americane. I malfattori non sono Stati; possono dunque nascondersi senza troppa fatica e sfuggire alla risposta militare: un singolo individuo non ha un territorio. Ciò che sappiamo di questi terroristi antiamericani lo conferma: sono originari di paesi diversi, ma non s'identificano con alcuno di questi. Fortunatamente per il governo americano, uno Stato, l'Afghanistan, aveva scelto di difendere i terroristi, soltanto grazie a ciò è stata possibile una azione militare. Se non fosse stato questo il caso, i terroristi sarebbero sfuggiti a ogni persecuzione nell'immediato.

A dire il vero, questo accrescersi della potenza dei singoli non è del tutto nuovo: è stato già evidenziato nel processo chiamato globalizzazione economica. Il nome non è stato usurpato: i contatti tra le diverse parti del globo si sono effettivamente moltiplicati nel corso di questi ultimi anni. Ma il cambiamento più importante per il destino delle popolazioni coinvolte, è che ora queste operazioni sfuggono al controllo politico degli Stati. Questi possono sì difendere le loro frontiere ma il denaro non si ferma alle frontiere. Un singolo individuo o un gruppo di individui, che non godono pertanto di alcuna legittimità politica, possono scegliere, cliccando sul computer, di tenere i loro capitali sul posto o di trasferirli altrove, e come conseguenza, di far sprofondare un paese nella disoccupazione o, al contrario, di condurlo verso la prosperità. Possono creare problemi sociali o contribuire ad evitarli. Sono dunque, a loro volta, singoli individui detentori di un grande potere e metterli di fronte alle loro responsabilità non è tanto più semplice di fermare gli autori di attentati. Arriviamo, dunque, a una conclusione sorprendente: il pericolo che minaccia le nostre società non è conseguenza esclusiva di attacchi che vengono dall'esterno, ma è condizionato dagli stessi tratti che caratterizzano le nostre società, vale a dire, dai tratti di cui siamo orgogliosi. Ciò non è una sorpresa assoluta: nel XX secolo abbiamo capito che l'uomo è divenuto una minaccia per la sua stessa sopravvivenza. Grazie ai progressi folgoranti della scienza, ha svelato il segreto della materia ed è diventato capace di trasformarla, ma questo vuol dire anche che siamo minacciati tanto da esplosioni nucleari quanto dal surriscaldamento del pianeta, tanto dall'effetto serra quanto dalle mutazioni della specie, effetto delle manipolazioni genetiche. (…)

Siamo fieri della libertà di cui godono le persone nei nostri paesi, dell'assenza di controlli assillanti, della possibilità di viaggiare senza renderne conto a chicchessia, della permeabilità delle frontiere. Oggi scopriamo che questa libertà, che ci è tanto cara, facilita enormemente l'azione dei terroristi. (…) Di fronte alla sfida rappresentata dal nuovo terrorismo, individuale e globalizzato allo stesso tempo, taluni sono tentati a dare una risposta altrettanto globale, una evoluzione che permetterebbe di instaurare un governo planetario. Tutte le grandi potenze e tutti gli Stati sono ostili al terrorismo in quanto esso minaccia l'ordine stabilito, perché non mettersi d'accordo per stroncare insieme questo nemico? Avrebbero a disposizione una forza armata comune, la legge e l'ordine sarebbero garantiti ovunque e l'umanità potrebbe finalmente dormire sonni tranquilli.

È sufficiente, tuttavia, dare uno sguardo agli embrioni di Stato mondiale così come esistono oggi, per vedere svanire ogni ottimismo a questo proposito. La ragione è semplice: la forza resta nelle mani di singoli paesi ed essa è sempre impiegata, innanzitutto, per il loro proprio interesse. Gli Stati Uniti, la prima potenza militare del pianeta, sospendono il pagamento della loro quota alle Nazioni Unite quando rischiano di doversi piegare ai suoi dettami, ma li regolano il giorno in cui hanno bisogno del suo mandato per punire l'Afghanistan: si può vedere qui un segno del rafforzamento dell'organizzazione mondiale? E chi può considerare seriamente l'annuncio del Tribunale penale di L'Aia di una giustizia planetaria quando si vede, da un lato, che i suoi interventi ubbidiscono strettamente agli interessi dei loro finanziatori , come gli Stati Uniti, mentre, dall'altro lato, nessuna ingerenza internazionale è prevista laddove la giustizia è tradita quotidianamente, come nel caso della popolazione palestinese in Israele? Gli organismi internazionali non sono, e non possono essere dunque, nel mondo reale, che un riflesso dei rapporti di forza tra i paesi, ogni altra pretesa rivela ingenuità o ipocrisia.

Se questo rimedio è inefficace, come fare per proteggerci contro le nuove minacce, in cosa deve consistere il nuovo ordine mondiale? Si potrebbe constatare che dovremmo avere tutto l'interesse a preservare e rafforzare le nostre istituzioni politiche e prima di tutto lo Stato, o un gruppo di Stati, come l'Unione Europea. Non lo Stato-Nazione, etnia, razza o religione, ma lo Stato-entità politica. Esso soltanto ci può proteggere. Da una parte, dalla potenza smisurata degli individui, dall'altra, dalla tutela prevaricatrice del gendarme universale, dell'impero unico: un mondo policentrico, plurale e fondato sull'equilibrio e la reciprocità è preferibile a un pianeta unificato. Entità intermedia tra l'universale e l'individuale, il corpo politico resta il miglior garante delle fragili acquisizioni della nostra civiltà. Ma teniamo a mente, soprattutto, che l'esistenza umana è destinata a restare, per sempre, per dirla con Montaigne, un "giardino imperfetto" e che il rimedio miracoloso non esiste: ogni vittoria ha un prezzo.

Tratto dell'intervento di Tzvetan Todorov in occasione della consegna del Premio Nonino sabato 25 gennaio 2002



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